Perche’ amo Piero Angela 

Piero Angela meriterebbe ( se esistesse ) il Nobel della comunicazione, dell’informazione utile, razionale, formativa. Il suo Quark affronta temi scientifici e delicati senza mai emotivita’, catastrofismi, intenzione di spaventare o stupire la gente per fare audience. E sempre con un approccio di arricchire le informazioni e rassicurare le persone. Ieri ha trattato il bradisisma nei Campi Flegrei. Sono puteolano e li’ vivono tutti i miei cari. Ho vissuto con il bradisisma tutta la vita. E ne sono stato condizionato: la mia famiglia ha peregrinato, cambiato spesso casa, zona per la paura dell’eruzione. Ricorrentemente ci sono campagne allarmistiche. E spesso decisioni drammatiche. Pozzuoli e’ stata evacuata, trasformata, spostata due volte negli ultimi 50 anni ( e io con essa). La catastrofe e’ spesso annunciata ma il pericolo si rivela sempre esagerato. Il problema, ovviamente, c’e’: i Campi flegrei sono una caldera e vivono distesi su un letto di magma. La pressione, le risalite di questo magma ( che e’ a pochi km di profondita’ ) provoca il fenomeno del bradisisma: l’innalzamento del livello del suolo. La dinamica del magma provoca altri fenomeni anomali: fumarole, microsismi, cambiamenti nella chimica del terreno. Ogni volta che si manifestano con piu’ intensita’ qualcuno alimenta la paura dell’eruzione imminente. Ieri, guardando Quark, mi sono commosso. E’ l’esempio di come si dovrebbe divulgare la scienza e di come si dovrebbe trattare in Italia e a Napoli il tema dei terremoti o del vulcanismo: non ingenerando paura ma affrontando le domande vere e razionali. Che non sono : “se, quando e dove ci sara’ una catastrofe eruttiva” ma “come e’ monitorata e controllata la dinamica sismica e del bradisisma flegreo”. Questo interessa ai napoletani ( e vale anche per il Vesuvio e per Ischia) che convivono da sempre con il territorio di tre grandi vulcani: la terra del fuoco che per noi e’ scrittura dei geni e carattere. Piero Angela ha descritto, ieri sera, in modo semplice e divulgativo e senza irrazionalismi emotivi e ciarlatanerie la realta’ del “controllo” del sottosuolo flagreo. Ha descritto una struttura ramificata di sensori, strumenti, stazioni geochimiche di analisi del suolo, di studio vapori, dei gas, dei minerali prodotti dall’attivita’ del vulcano sotterrato. E che e’ venuto fuori? Una verita’ che anche io, abitante dei Campi flegrei, spesso ho ignorato: non tutti i fenomeni attivi di vulcanismo flegreo sono segnali di risalita del magma e, quindi, di pericolo eruttivo. Quelli attuali, ad esempio, per le analisi di tutti quegli strumenti citati, possono essere intesi, scientificamente, al contrario come fenomeni di assestamento e stabilizzazione di un equilibrio precedente a una dinamica di fasi lunghe di risalita del magma e di stasi che dura da 50 anni. Niente che segnali imminenza eruttiva, insomma. Tutto spiegato con divulgazione scientifica. Le trasmissioni di Angela dovrebbero essere fatte vedere all’Onu, nelle scuole e nelle aule del Parlamento. Per ridurre il tasso insopportabile di ciarlatanesimo, di “ambientalismo” catastrofista, di sciamanismo antiscientifico, di magia religiosa e chicchierologica con cui in Italia si tratta la realta’ del terremoto, del nostro sottosuolo particolare, della tettonica e dell’orografia del nostro paese. Del terremoto non si deve straparlare a vanvera per spaventare o colpevolizzare ma parlarne per rassicurare sulle uniche cose che possiamo fare: come si controlla il sottosuolo dei territori sismici e come si costruisce in tali territori e con quali tecniche. Ecco la divulgazione. Grazie Piero Angela: un vero, grande italiano.  Ps: nella  foto la casa a Pozzuoli (uno dei balconi che si intravedono ai lati del Tempio di Serapide, il termometro naturale del bradisisma) dove sono nato e vissuto: uno dei posti piu’ belli e suggestivi del mondo. Visitatelo. 

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Sentenza storica 

Nel silenzio quasi generale e’ avvenuta ieri in Italia una rivoluzione: una sentenza della Magistratura italiana ha, per una volta, rovesciato il conformismo giustizialista e il pregiudizio antiscientifico dilaganti. E ha affermato, con coraggio, il primato della razionalita’ sull’emotivita’, sulla demagogia e sull’irrazionalita’. Non accadeva da anni. La Cassazione ha bocciato la richiesta di indennizzo avanzata da un padre che asseriva che il figlio avesse contratto l’autismo a seguito del vaccino antipolio Sabin. Per la prima volta da tempo i giudici hanno respinto l’assalto, demagogico e populista, alla razionalita’ scientifica, al primato del parere tecnico dei medici e al senso civico dello Stato, spesso ridotto a mucca da mungere di sciacalleschi risarcimenti. Quel che piu’ conta sono le motivazioni portate dai giudici. Si affermza, con sobria razionalita’, che l’autismo e’ una patologia di cui “non è tuttora ipotizzabile una correlazione con alcuna causa nota in termini statisticamente accettabili e probanti”, che “non sussistono ad oggi studi epidemilogici definitivi” che attestino una correlazione tra vaccini ed autismo e che “la scienza medica citata non consente allo stato di ritenere superata la soglia della mera possibilità teorica della sussistenza di un nesso di causalità”. Ecco la vera svolta: non basta ipotizzare la “possibilita’ teorica” di un nesso tra patologia e causa sociale. Bisogna provarla e attestarla con l’autorita’ dell’opinione medica. Non degli stregonismi degli ambientalisti. Occorre una solida evidenza scientifica ed epidemiologica. Su questa base l’intera storia giudiziaria italiana degli ultimi anni, in tema di ambiente e salute, andrebbe riscritta. Con motivazioni come quella di questi eroici giudici di cassazione l’Ilva di Taranto non sarebbe stata chiusa e fatta fallire, tanti impianti energetici non sarebbero stati bloccati, tante demagogiche guerre all’industria, al lavoro, allo sviluppo non sarebbero state incoraggiate da sentenze populiste. E, anzitutto, non sarebbe dilagata la pretesa sciamanica di sentenze e campagne volte a stabilire, senza una procedura scientifica, una chiara espressione della medicina, una provata evidenza epidemiologica il nesso causale tra tumori e processo industriale. Come e’ stato appunto nel caso dell’Ilva. O in bislacche sentenze sull’impatto della telefonia cellulare. Applausi ai giudici di Cassazione. E, speriamo, che facciano scuola.  

Lodo Travaglio 

Travaglio e’ la vera testa politica del grillismo. Aspira a fare del Fatto Quotidiano la nuova Repubblica del ventennio del nuovo secolo, al servizio di un’operazione strategica: lo sdoganamento dei 5 stelle e la loro trasformazione in una forza che “puo’ andare al governo”. Come Repubblica negli anni 90 del vecchio secolo, Travaglio costruisce il Nemico: per il giornale di Scalfari era il berlusconismo, per Travaglio e’ il renzismo. Travaglio ha illustrato ieri su Il Fatto la strategia e la tattica, un lodo diremmo, il suo lodo per portare i 5 Stelle al governo: trasformarli in forza politica che fa alleanze. Farli diventare adulti. Per Travaglio il problema italiano e’ “parlamentarizzare l’ansia di cambiamento degli elettori dei 5 Stelle”. Che, malgrado attacci ed errori, sono, secondo lui nei sondaggi, primo partito “ad un passo da Palazzo Chigi” e avranno, pero’, bisogno di voti in Parlamento per raggiungerlo. Travaglio indica ai grillini la soluzione: fare appello alla sinistra per costruire una maggioranza. A parti rovesciate Grillo dovrebbe fare, dice Travaglio, come Bersani nel 2013: proporre un governo di “cambiamento” con l’appoggio della sinistra. Fare, dunque, nel 2018 quello che Grillo non consenti’ a Bersani nel 2013. Facendo un errore storico: apri’ le porte al Nazareno e al renzismo, “con la regia di Napolitano”, il nemico. Ora che al Quirinale Napolitano non c’e’ piu’ l’operazione, secondo Travaglio, puo’ ritornare realistica e possibile. Ma quale sinistra puo’ consentire una tale operazione e fare una maggioranza con i 5 Stelle? Travaglio e’ chiaro: una sinistra che non puo’ essere, ovviamente, Renzi, il nuovo Berlusconi. Ma nemmeno puo’ essere quella unitaria di Prodi o Pisapia (un po’ balubba ai suoi occhi), che sognano il “campo di centrosinistra”. E allora? Ecco Bersani. E’ l’uomo giusto: propose questa stessa operazione nel 2013; e’ quello che ha sdoganato l’idea dei Stelle al governo definendoli il “nuovo centro”, una “forza arrabbiata di centro”; non e’ la sinistra antica e piccista di D’Alema che ancora straparla di “autosufficienza”. Bersani, secondo Travaglio, e’ piu’ moderno di D’Alema: non giudica piu’ proponibile piu’ la versione riformista della sinistra di 20 anni fa, quella del blairismo e del clintonismo ( era l’idea- forza di Veltroni e della nascita del Pd); parla il linguaggio della nuova sinistra populista e protezionista, quella dei Corbyn , dei Sanders, dei Melanchon; propone una strategia “pragmatica”, non ideologica ma di “cose da fare”. Ecco il Bersani che Travaglio propone come traghettatore del M5S al governo. Per me la costruzione di Travaglio e’ realistica ed, anche, inconfutabilmente fondata. E Bersani, indubbiamente, nella pletora dei blatanti e blateranti del mito dell’Ulivo, si distingue per incisivita’ e consapevolezza dei limiti di quella mitologia di sinistra ulivista. Ecco il disegno di Travaglio. Ha un corollario: presuppone che a sinistra ci sia la definitiva sanzione della divisione in due liste, quella del Pd e quella di un MdP egemonizzato da Bersani. Ne prendano atto Prodi e Pisapia e Orlando. Io propongo di opporre al “lodo Travaglio” un lodo Renzi, anzi un lodo Pd: “dialoga con il Pd chi esclude, anche in linea di principio, wualunque intesa postelettorale con i 5 Stelle”. E’ quello che Orlando chiede verso la destra. Lo chieda anche verso il ” nuovo centro arrabbiato” di Grillo e compagni. E vediamo cosa rispondera’ l’MdP di Bersani. Oppure Orlando non esclude, neppure lui, che si possano preferire Di Maio e Di Battista. 

 

Lotta al cancro

Lezione da Napoli. Non siamo solo la citta’ dei Don Patriciello ma anche quella di Chiara Di Malta, genetista dell’Universita’ di Napoli. Don Patriciello e’ il manifesto dei falsi miti e delle bugie sul cancro. La genetica medica di Napoli, una specialita’, curiosamente, distintiva a Napoli e’ il manifesto delle verita’ sul cancro. Che il dilagare della ciarlataneria, delle campagne emotive, allarmistiche e demagogiche, oscurano. Anzitutto andrebbero sfatati i miti. E le credenze facili: il cancro come prodotto dello sviluppo, della modernita’, della ricchezza. Di cancro, e’ vero, si muore di piu’ ( 8 milioni di persone nel mondo). E le previsioni danno un aumento del numero dei casi diagnosticati nell’immediato futuro. Ma non e’ tutto dovuto agli stili di vita moderni. Intanto: a differenza di cio’ che dicono inciarlatani si muore di piu’, per cancro, dove c’e’ sottosviluppo, in Africa e nei paesi poveri. Ed e’ logico: li’ c’e’ meno cura, meno prevenzione e piu’ incidenza di fattori di arretratezza (tra cui, ricordiamolo, la minore incidenza delle vaccinazioni). La vera correlazione, persistente e diretta, del cancro con la mortalita’ ( che nei paesi industriali si allenta) e’ nel sottosviluppo, non nello sviluppo, dove invece per cancro ( curandosi meglio e diagnosticando per tempo la malattia) si muore sempre piu’ di meno. E poi, non dimentichiamo: la crescita dei tumori non e’ solo un numero assoluto ma relativo: sulla Terra siamo di piu’ e la statistica della patologia riflette questo fatto. E siamo di piu’ non solo perche’ ci riproduciamo di piu’ ( quello vale solo, ormai, per i paesi poveri). Ma perche’ il progresso ci ha allungato la vita: siamo di piu’ ma viviamo anche piu’ a lungo. Cosa ci dicono la genetica, la biologia molecolare, la ricerca sul funzionamento cellelurae? Che il cancro ha, principalmente una causa naturale: i meccanismi cellulari, la nostra biologia. E, purtroppo, vivendo piu’ a lungo si e’ piu’ esposti alla degenerazione cellulare e al cancro. Per due fattori naturali: le cellule lavorano di piu’ e piu’ a lungo; invecchiando attenuano la loro efficienza. Entrambi questi fattori ( che sono la bellezza pero’ del progresso) aumentano i rischi di degenerazione cellulare. E dunque del cancro. E’ la nostra biologia: il malfunzionamento cellulare scatena la proliferazione anomala delle cellule malate. E’ il tumore. Piu’ funzionano le cellule, piu’ tempo di funzionamento hanno ( invecchiare) piu’ aumenta la statistica della deviazione, del malfunzionamento. Le nostre cellule sono predisposte per riparare la degenerazione, il malfunzionamento. Ma, non sempre ci riecono. Le deviazioni, l’errore genetico puo’ capitare, capita. Statisticamente aumenta col tempo.La nostra biologia ha anch’essa un’entropia ( come ogni cosa): piu’ la cellula vive piu’ crescono i fattori di disordine. E’ questo, del resto, il meccanismo di ogni cosa. Ed e’, se ci pensate, la vera natura di quella cosa che chiamiamo tempo, tempo che passa. E’ un’illusione bugiarda far credere alla gente che il cancro ha cause artificiali, colpe sociali. Gli stili di vita ( fumo, virus, alimentazione ecc) sono solo tra i possibili fattori di rischio, scatenanti del malfunzionamento cellulare. Che e’ il cuore di tutto. Si possono avere stili di vita perfetti e sviluppare un cancro. Il “fattore di rischio” che la disinformazione e l’ignoranza interessata dei ciarlatani elevano a causa dei tumori, sono solo un fattore probabilistico di effetti scatenanti del cancro. Sempre una percentuale statistica: mai il 100% della causa del cancro! Diciamoci la verita’: la degenerazione cellulare ( la vera radice del cancro) non si eliminera’ mai finche’ saremo fatti di biologia e di DNA. Ma si puo’ ridurre il cancro ad una degenerazione inoffensiva, curabile, non mortale, che non fa piu’ terrore e paura. E non il luddismo e le processioni contro il progresso. Ma con la scienza. E, in primo luogo con la genetica. Di Malta ha dimostrato questo: conoscendo la vita cellulare si scovano i meccanismi naturali e biologici che scatenano la degenerazione e il cancro. Scovandoli li si puo’ maneggiare artificialmente per inibirne il malfunzionamento. E cosi’ inibire il cancro. Usiamo i soldi pubblici per finanziare la lotta al cancro. Come, giustamente, annuncia il governatore De Luca in Campania. Non buttiamoli a sostenere le processioni contro il progresso e le crociate anticulturali dei ciarlatani. 

La verita’, vi prego, sul clima! 

Sul clima c’e’ molta ipocrisia e isteria. Prevale un approccio ideologico, fondato sull’esasperazione catastrofista e di tipo religioso: gli scettici vengono bollati come “negazionisti”. Una accusa ridicola, faziosa e una litigiosita’ inammissibile. C’e’ un problema che i sostenitori degli “impegni sul clima” dovrebbero, con onesta’, affrontare: si e’ ridotto le politiche del clima, da almeno 30 anni, alla sola perorazione della riduzione imperativa delle emissioni di CO2 antropica ( prodotta dall’uomo in atmosfera). Questa perorazione e’ stata accompagnata da politiche impositive in alcuni paesi ( l’Europa piu’ di tutti) e costosissime. Dopo 30 anni le emissioni non sono mai diminuite. Incosti delle politiche climatiche sono aumentati. Ma inutilmente. Perche’ si nasconde questa verita’? Non ci sara’ qualcosa di sbagliato nell’approccio delle politiche del clima? Se ne puo’ parlare? Prendete Trump. Certo rozzo e politicamente scorretto. Minaccia di ritirare gli Usa dagli accordi di Parigi sul clima ( Coop 21). Dilaga l’isteria: che succedera’? Nulla. Vogliamo dire la verita’? La conferenza di Parigi e’ stata una grande bolla mediatica. E propagandistica. Usata dal governo francese per annunciare, un successo “storico”: la firma di un documento di “impegni” da parte di 195 paesi. Ma stava per fallire. Per la rivolta dei paesi poveri o in via di sviluppo che avvertono le politiche climatiche come costose, possibili solo ai ricchi e che bloccano il loro sviluppo. E pure tra i grandi ( esempio Cina e Usa) prevale il sospetto che le misure sul clima incidono sulla competitivita’ tra i paesi ricchi. Ma con effetti nulli sulle temperature. Per “salvare” Parigi e parlare di “accordo storico” ( enfasi dovuta alle elezioni in Francia) si e’ fatto credere “straordinario” un vago documento di impegni Quattro, per la verita’: tenere l’aumento di temperatura inferiore ai 2 gradi, e compiere sforzi per mantenerlo entro 1,5 gradi; diminuire le emissioni di gas serra “il prima possibile” per raggiungere, nella seconda parte del secolo, una produzione di gas serra sufficientemente bassa da essere assorbita naturalmente; controllare i progressi compiuti ogni cinque anni, tramite nuove Conferenze ( ogni cinque anni); versare 100 miliardi di dollari ogni anno ai paesi più poveri per aiutarli a sviluppare energia con meno CO2. Solo poche di queste disposizioni sono legalmente vincolanti. A quasi tutte i vari paesi aderiscono solo in maniera volontaria. Non solo: tutti i paesi sono obbligati dal trattato solo a fornire l’obbiettivo di riduzione delle emissioni a cui mirano. Che resta, pero’, deciso dal singolo paese nella sua sovranita’. E nemmeno subito ma fra alcuni anni. E non sono previste sanzioni. Insomma, com’e’ successo da 30 anni a questa parte, ogni paese avra’ margini per ignorare le raccomandazioni ( non sono vincoli) contenute nel documento. Ecco da cosa si ritirerebbe Trump: dal nulla. La verita’ e’: finche’ la riduzione di CO2 antropica in atmosfera sara’ perseguita con le politiche costose attuali, ribadite a Parigi, di restrizioni delle fonti fossili ( gas e carbone), di contrapposizioni di tecnologie ( fossili contro rinnovabili), di costosissime transazioni finanziarie ( incentivi impossibili alle rinnovabili, pagamento della CO2 emessa ecc) saranno solo propaganda. E le emissioni non diminuiranno. Queste politiche penalizzanti di limiti e divieti, peraltro solo conclamati, impattano pesantemente, l’economia e la competitivita’ di ogni paese. E appaiono, ai piu’ poveri, imperative e dispotiche. Percio’ la maggior parte dei paesi ha difficolta’ a perseguirla. E, infatti, da 30 anni le emissioni costano sempre di piu’ ma non si riducono. Ci sarebbero modi alternativi, e realistici, per ridurre la CO2 emessa dall’uomo? Certamente: con la tecnologia. Ambientalizzando ogni modalita’ di generazione energetica. O per la cattura della CO2 prima che vada in atmosfera. Ma la tecnologia implica costi, ricerca e investimenti. E tuttavia, siccome impatta positivamente e non negativamente sullo sviluppo e’ preferibile alle penalizzazioni costose ( e inutili) delle politiche attuali. Scegliere la tecnologia comporta la scelta di non demonizzare nessuna fonte di generazione energetica ( gas, carbone, nucleare, rinnovabili ecc) ma di rendere tutte le fonti, con la tecnologia, plausibili. La tecnologia impone razionalita’, pero’, pazienza, realismo,approccio riformistico e non catastrofico. L’opposto della religione del warming: che alza il livello del catastrofismo ma abbassa quello dell’efficacia delle misure per ridurre le emissioni di CO2. Come vedete “non nego niente” ( e ci sarebbero le ragioni). Constato! Quanto alle effettive verita’ sul cambiamento climatico, ad una prossima puntata.  

5 Stelle e ambientalismo: la bomba ecologica

Ci sara’ un giorno un coraggioso che faccia due conti su quello che sono costate, all’economia italiana, la rinuncia al nucleare, gli incentivi alle rinnovabili senza programmazione, le centrali energetiche chiuse o non autorizzate, la fine della siderurgia, della chimica, del carbone, del gas, delle grandi opere? Una lista interminabile di disastri industriali causati da dinieghi assurdi, mitologie catastrofiste, paure irrazionali e, soprattutto, oscurantismi ideologici ammantati di ambientalismo e disastrosa demagogia. Errori che il paese ha pagato: con la struttura energetica piu’ sbrindellata del mondo, con la tassa estera ( importazione di energia) piu’ alta, con l’approvviggionamento energetico piu’ dipendente, fragile ed esposto, con i pericoli di black out, sempre, in agguato, con il prezzo dell’energia piu’ alto e meno competitivo del mondo industrializzato. I dinieghi “ambientalisti” sono stati un vero fattore, forse il principale, di diseconomia e di decrescita dell’Italia. Ma anche una bomba ecologica! E’ col nullismo fintoambientalista che si distrugge l’ambiente. Prendiamo i rifiuti urbani. Il prezzo che stiamo pagando, anche qui, alla demagogia, alla litania del No a ogni opera, alle litanie inconcludenti e alle pretese prepotenti degli ambientalisti e’ incalcolabile. E’ un danno economico ma anche civile e sanitario. E lo paghiamo con l’emergenza dei rifiuti a Roma e in meta’ del paese, il Sud. A Roma I 5Stelle hanno sposato in passato le posizioni e la demagogia “ambientalista” sul tema dei rifiuti, Ne hanno sposato le cause, le sciocchezze e le ciarlatanerie. Oggi, al governo della citta’, sono travolti dalle conseguenze, esse si’catastrofiche, delle “battaglie (finte) ecologiste”. Trent’anni di fallimenti che stanno determinando il degrado e l’emergenza dei rifiuti a Roma. Per anni si e’ sostenuto il no a nuove discariche, il no agli inceneritori, il no agli impianti di trattamento meccanico-biologici, il no al compostaggio. I rifiuti, dicevano i ciarlatani a 5 Stelle copiando i mantra dei Verdi, si trattano solo con la raccolta differenziata e il riciclo dei materiali. Balla colossale. Non esiste paese al mondo dove questa idiota utopia sia stata realizzata. In ogni paese civile ( ma, anche, nel Nord del nostro paese) i rifiuti vengono trattati in un ciclo che comprene l’insieme completo degli strumenti di raccolta, trattamento e distruzione dei rifiuti: raccolta differenziata ( per oltre il 70%) incenitori, impianti di trattamento biologico, riciclo. E la raccolta differenziata funziona proprio perche’ ci sono impianti di trattamento e inceneritori ( termovalorizzatori). E i costi di raccolta e trattamento sono minori perche’ i termovalorizzatori consentono di allentarli con la conversione in energia. Insomma un ciclo virtuoso. A Roma e nel Sud no. Ogni cittadino romano produce 900 kg di rifiuti. Moltiplicateli per 4 milioni di abitanti. Viene fuori una montagna di rifiuti che non si puo’ smaltire. La raccolta differenziata non basta: oggi a Roma essa e’ al 40 % ( ridicola rispetto alla media italiana ( 63%). Per portarla alla media italiana occorrono anni. E, in ogni caso, resterebbe un 40% di rifiuti indifferenziati, una quantita’ che a Roma equivale alla produzione di rifiuti di una media citta’, che non si saprebbe come smaltire. E nemmeno il riciclo dei rifiuti, un altro mantra ambientalista, basta: la percentuale di rifiuti riciclabile, dicono gli esperti, non superamai il 20% del totale. Dell’80% che ne facciamo? A Roma e’ emergenza piena: la capitale ha una sola discarica, oggi chiusa. Ne occorrerebbe almeno una. Ha solo due impianti di pretrattamento meccanico-biologico: ne occorrerebbero almeno cinque. Roma avrebbe bisogno almeno di un inceneritore. Senza discarica, impianti e inceneritori dove si porta la monnezza romana? Ovvio: in altri impianti della Regione ( pochissimi e ormai pieni ed esauriti anche questi) o dell’Italia. Pratica insopportabile. E, per fortuna, ormai vietata dalle norme europee. Verdi e Cinque stelle sono nudi, non hanno piu’ alibi: Roma, senza nuovi impianti biologici, senza qualche inceneritore e senza una discarica, esplodera’. In cosa? Una bomba ecologica. Altro che ambientalismo ed ecologismo. In estate Roma potrebbe diventare un caso sanitario. Ormai i ciarlatani pentastellati hanno dovuto ricoscerlo: gli impianti vanno fatti. In un delirio di pateticita’ e cialtroneria, la giunta Raggi pensa di cavarsi di impaccio scaricando sulla Regione: ” consentiteci di non deciderli noi ( per legge lo devono), gli impianti, dicono, fateli voi”. Penoso. Patetico. Sono alla frutta! Ma la sinistra non gioisca. Non e’ immacolata. Quei no demenziali a discariche, inceneritori, impianti di trattamento li ha pronunciati, piu’ volte in passato, anche lei. Per opportunismo, ignoranza e conformismo fintoambientalista. A Roma, nel Lazio e in tante parti del Sud. Si passi la mano sulla coscienza. Una nota positiva: il ministro Galletti. E’ il primo ministro, nella storia italiana, che ha il coraggio di comportarsi come ministro dell’Ambiente e non…degli ambientalisti. E ripete ogni giorno, a “destra e a sinistra” ( e’ il caso di dirlo), e inascoltato dai bolsi pentastellati, cosa occorre fare per i rifiuti a Roma. Bravo Galletti! 

Asse tra Francia, Germania e Italia: ben venga 

Renzi e Macron, Anche i bambini capiscono che Renzi è più forte dopo il risultato francese. Siccome però l’ossessione di destra e sinistra, in Italia, non è “cosa succederà all’Italia” ma “cosa succederà a Renzi”, si sono già inventati i racconti con cui dimostrare che Macron non è un aiuto ma una un problema per Renzi. Ridicolo. Il racconto stamani sui giornali “militanti” o antipatizzanti per Renzi, quelli “rossobruni” ( ormai non c’è distinzione) di “destra” o di “sinistra estrema” (da Libero al Manifesto) ma anche La Repubblica ( con Massimo Giannini) è univoco. Si pronostica un asse tra la Germania di Merkel e la Francia di Macron. Scontato e annunciato. Ma, chissà perchè, quest’asse dovrebbe indebolire l’Italia ( secondo i rossobruni) o smentire Renzi e isolarlo (secondo Giannini). Frottole. L’asse franco-tedesco ci sarà. E per fortuna. Esso serve all’Europa. Non alla Germania solo. Dopo Brexit e con Trump e Putin l’Europa è a serio rischio di dissoluzione e di indebolimento concorrenziale. Dissoluzione significa che ogni paese si deve disporre all’egoismo e all’autarchia delle politiche economiche. Questo azzopperebbe, innanzitutto, i paesi a più alto debito e minore stabilità economica come Italia e Francia. Ma sarebbe una iattura per la stessa Germania cui non servono tensioni monetarie e autarchia dei mercati. Ricostruire una forte unità dell’area Euro è un’esigenza di Francia e Italia. Ma, anche , della Germania. Liberiamoci dalle mostrificazioni comiche della Germania che fanno la destra (purtroppo tutta in Italia) e la sinistra. Ben venga, l’asse franco-tedesco. Vediamo, anzi, di parteciparci. I buoni rapporti tra Macron e il segretario del maggiore partito italiano è consolante e incoraggiante in tal senso. Fatevene una ragione. Ma poi: c’è davvero contrapposizione tra la cosiddetta “linea del rigore” tedesca e la linea di Renzi di politiche più espansive? Si rassicuri Giannini. Primo: la sua rappresentazione di un Macron appiattiuto su una versione caricaturale del rigorismo è infondata. Il programma di Macron, con politiche concrete, competenti e senza proclami demagogici, è un programma per la crescita, la creazione di occupazione e la modernizzazione dell’economia francese. E propone il giusto dosaggi tra tagli e razionalizzazione della spesa pubblica e politiche espansive. Chi dice che questa non sia la linea che l’Italia ha interesse a sostenere? Se Renzi ha dato qualche impressione diversa ( nella sua insistenza sulla riforma delle politiche europee in senso espansivo) oggi è l’occasione per correggere le impressioni: Renzi parla come Macron. Non c’è opposizione tra nuove politiche espansive europee e rigore. Come sostiene Macron. E poi: chi dice che la Germania sarebbe contro una riforma espansiva delle politiche europee? Destra e sinistra scambiano il loro wishfull thinking con la realtà. La Germania si fa i conti come tutti. Per fronteggiare la Brexit, l’egoismo economico di Trump, l’attacco al globalismo ( che significa attacco alla forza esportatrice dell’economia tedesca ) ha bisogno di più Europa. Non di meno. E più Europa significa essere solidali con l’esigenza dei paesi a più debole performance economica, come Francia e Italia soprattutto, ad allentamenti del surplus tedesco e a politiche espansive. Perchè ha resistito sinora? La Germania, è evidente, era preoccupata del ciclo politico-elettorale europeo e del grado di stabilità del continente. Dopo l’elezione di Macron si completa quasi ( mancano Germania e Italia) il ciclo elettorale con la sconfitta dei populisti dappertutto. E con una forte stabilità europea. La strada è spianata a una revisione delle politiche europee in chiave espansiva. Che è l’auspicio di Renzi. Ma è lo stesso di Macron. Tra Renzi e Macron c’è identità di interessi nazionali. E si può costruire la stessa identità con la Germania. Il gioco degli assi, sul tappeto europeo, può essere a somma positiva per i paesi fondatiori dell’Europa: Francia, Germania e Italia. 

RIVOLUZIONE FRANCESE 

Rifate le analisi. Tra dicembre 2016 e l’autunno 2017 ( elezioni tedesche) doveva esserci, secondo molti commentatori, l’annus horribilis dell’Europa. Cinque elezioni ( Austria, Romania, Olanda, Francia e Germania) avrebbero dovuto segnare, dopo la Brexit, la vittoria elettorale dei populisti, l’avvento di essi al governo di paesi chiave e l’avvio della disgregazione europea, il trionfo dell’antipolitica e la moltiplicazione delle Brexit. E’ successo il contrario: i populisti hanno perso dappertutto ( e perderanno in Germania). Non solo. La sconfitta populista non e’ di misura: è netta e ha l’aspetto di una ripulsa europea. E ha una forte connotazione comune in tutti i paesi: segna una riscossa europea, chiede “più Europa”. E’ come se gli europei, dopo la Brexit, l’elezione di Trump e il protagonismo minaccioso di Putin avessero avvertito una scossa: votando non solo per paura dei populisti ma, anche, in positivo a favore del loro fantasma: per l’Europa e per la sua unita’. Insomma: un inedito patriottismo europeo. Non basta. E’ avvenuta una rivoluzione politica. Il dato di tutte le ultime elezioni europee del triennio 2015-2017 (Portogallo, Spagna, Austria, Olanda, Francia ) e’ univoco e inequivoco: perdono gli estremisti (di destra e di sinistra) vincono i moderati ( di destra e di sinistra), le forze che propongono piattaforme liberali, costruttive, di “forza tranquilla”. E europeiste. E’ l’esatto opposto di ciò che fu (ormai un ricordo fossile) il voto greco e l’illusione della sinistra kalimera. Insomma: in Europa, ormai è chiaro, si vince al centro, per dirla con una convenzione, e non a sinistra. Anzi. La sinistra classica esce dilaniata, distrutta e declinante dal “ciclo elettorale europeo degli ultimi tre anni. Il PSE non può più, burocraticamente, far finta di nulla. Hollande, nel suo triste declino, ha però indovinato la strada: ha detto, ai socialisti europei, “copiate Macron”. Farebbero bene. La sinistra tracolla dappertutto: Spagna, Francia, Regno Unito. Resiste in Germania. Ma solo perche’ li’ e’ salvata dalla coabitazione al governo con i moderati. Una debacle. Da cui rischia di uscire cancellata. Deve trasformarsi: chi ha coraggio segua il modello Macron. Chi ancora sperava nel nichilismo ambiguo della sinistra alla Melenchon si riponga nel cassetto: è fuori dalla storia! E c’è una lezione per quella che viene chiamata la sinistra italiana, quella che oggi alberga fuori e dentro il Pd. Il risultato francese, dopo quello europeo, segna la frana delle scombinate analisi della sinistra sedicente antirenziana. Non e’ vero cio’ che essa ha ripetuto per mesi: che il renzismo, col suo ottimismo e riformismo modernizzante, sarebbe stato smentito da una ventata populista, da una radicalizzazione sociale e politica, da pulsioni antisistema originate da un crisi sociale devastante, dall’estremizzazione degli “ultimi” e dall’incanaglimento dei ceti medi impoveriti dalla crisi, dal rifiuto dei giovani e dalla disoccupazione. Tutto questo avrebbe provocato, credevano gli scissionisti, una catastrofe del centrismo: il tracollo dei moderati e la vittoria dei populisti. Ragione per cui, concludevano, occorreva spostarsi a sinistra: civettare col populismo, attaccare l’Euro, agitare ( contro il job Act) il miraggio del “sussidio universale”, parlare come Melenchon e Hamon. E affondare il renzismo. La catastrofe, invece, e’ la loro: la sinistra va scomparendo dappertutto e assume le sembianze, ormai, di un triste e patetico fantasma, un residuo. Non potranno piu’ far finta che vince Macron ma perde Renzi. Si delinea, tra destra e sinistra classici, una Cosa nuova, una forza politica inedita, irriducibile alle vecchie categorie del 900 europeo. E dai tratti inequivocabilmente di forza liberale, aperta, non ideologica, tranquilla, moderna e innovativa. Con programmi non radicali. Ma, come sono i programmi di Macron, semplici, competenti, possibili, concreti. E con un segno sfidante chiarissimo: l’ottimismo contro il pensiero cupo, estremo e catastrofico di una sinistra legnosa, pesante e che comunica sensazioni di sconfitta. Forse l’Europa e’ stanca di cupo pessimismo, del pikettismo, delle nenie sulla crisi, del catastrofismo. Forse vuole una via d’uscita, una speranza, una scommessa di futuro. E dice: “ouì, si puo'”.  “E noi faremo come la Francia” ….stavolta

L’Europa? Va al centro. 

Se Macron vince, e senza aspettare le elezioni tedesche (Merkel e Shultz non sono alternativi tra loro), l’Europa sara’ governata, nella quasi totalita’, da leadership europeiste, moderate, tranquille, avverse ai populismi. E, soprattutto, sara’ governata da maggioranze politiche omogenee ( di centrodestra, di centrosinistra o di grande coalizione) in cui e’, a sorpresa, il centrismo la forza politica che da’ le carte. In tutti i paesi europei. E con un cambiamento: la tradizionale destra e la tradizionale sinistra socialista, il XX secolo europeo, ridotte ai margini. Il 2017 doveva essere, secondo certi opinionisti, l’anno elettorale che avrebbe segnato, dopo Brexit e Trump, la dissoluzione dell’Europa e del suo centro politico. E l’avvento dei populismi. Sta avvenendo il contrario: dalla Spagna all’Olanda, passando per la Francia, le elezioni segnano una reazione delle classi medie, della maggioranza sociale effettiva dei nostri paesi che, poste dinanzi al pericolo populista e agli scivolamenti estremisti, ritrova voce e protagonismo politico. E’ una specie di “maggioranza silenziosa” che rischiava, fino ad ieri, di annullarsi nel disimpegno, nel non voto, nella suggestione dell’antipolitica, nel qualunquismo. O nel trumpismo. E che, invece, scossa dalla Brexit, dalle antipatie antieuropee di Trump, dal protagonismo equivoco di Putin, dall’estremismo antieuro, dai nazionalismi reazionari dell’estrema destra, dal nostalgismo arcaico del vecchio socialismo e dalla saldatura populista di destra e sinistra, si e’ risvegliata. L’Europa tranquilla e avversa al populismo e’ tornata a far sentire il suo peso. E si afferma, dappertutto, come prima forza politica nei grandi paesi europei. E’ questo il fenomeno elettorale del 2017 in Europa. Non il populismo. La sorpresa e’ la riscossa del centro e la sconfitta delle estreme di destra e di sinistra. Da un lato emerge dal nulla Macron, l’inclusivo. Dall’altro sono diventati gia’ lontani ricordi i fenomeni che dovevano segnare il “cambiamento” ribellistico della geografia politica europea ( Syriza, Podemos ecc). E l’Italia? La mia scommessa e’ che non si discostera’ dal quadro. Solo speranza? Vedremo. Il calcolo politico di molti, che si rivelano politici un po’ sprovveduti ( a partire dagli scissionisti del Pd) e’ stato: il populismo vincera’ in Europa. E, anche in Italia. Cavalchiamolo! Addossiamo a Renzi e al suo Pd il label, la palma ( la croce, secondo loro) di avversario del populismo che vince. Hanno fatto fronte comune, destra e sinistra, sulla liquidazione di Renzi. Troppo sbrigativi. Le cose, elettoralmente in Europa, non stanno andando come destra e sinistra prevedevano. Forse qualcuno, specie a sinistra, dovrebbe rifare l’analisi. E i conti.

De-statalizzare Alitalia e subito

Lezioni Alitalia. Primo: di che parliamo? In realta’ non esiste piu’ Alitalia. Da anni. E’ una finta, una sigla in aeroporto. Ma qualcuno si e’ accorto che non esiste piu’? No. Per ogni viaggiatore italiano e’ normale ( e anche comodo e conveniente) contare su un’offerta di sigle, compagnie, vettori variegata per raggiungere posti nel mondo. Nessuno avverte la mancanza di Alitalia. E’ rimasta solo la retorica politica e sindacale a parlare di Alitalia come “asset strategico”. Ma di che? Per i cittadini e’ strategico volare ( e, possibilmente, a basso costo). Della proprieta’ dell’azienda, francamente, non interessa a nessuno. Alitalia e’ un’azienda decotta e, soprattutto, fuori mercato: non ha piu’ un network ( aerei e rotte) internazionali. Si e’ ridotta ad una compagnia regionale: ha aerei e rotte per brevi distanze. Dove pero’ la concorrenza e’ enorme ( per il bene dei consumatori che hanno molte alernative e a buon prezzo). E Alitalia non la regge: ha troppo personale e strutture e, percio’, costa troppo e perde soldi come se li frullasse. Per salvare il salvabile in Alitalia c’e’ da tempo solo una strada: vendere ad una o due compagnie concorrenti. Che inseriscano aerei e rotte di Alitalia nel loro network ( nazionale e internazionale). Altra strada non esiste. Non esiste, per esempio, la ri-statalizzazione. E’ il vecchissimo, retorico e arcaico rifugio del parassitismo e dell’assistenzialismo italiano. Oggi e’ la bandiera dei 5 Stelle, vecchissimi, incompetenti e disinformati. E ad essa abboccano sindacalisti e lavoratori, confusi e illusi, di Alitalia. Statalizzare Alitalia non si puo’. Per varie ragioni. La prima: era statale ed e’ fallita. Ci troviamo con questo colabrodo creato e trapassato al paese dalla gestione pubblica. Secondo: Alitalia non e’ piu’ statale ma non e’ mai diventata privata. E’ pubblica: governata dalle banche e da soldi pubblici che le assistono ( con ricapitalizzazioni e fondi per gli ammortizzatori sociali). Si fa finta, ogni tanto, di far entrare soci privati ( prima i capitani coraggiosi, poi la compagnia Etihad ). Ma, in realta’ tutto e’ restato, indirettamente, finanziariamente e incontestabilmente, pubblico. Terzo: ri-statalizzare non si puo’. E’ vietato ( per fortuna) dai trattati europei. Quarto: statalizzare sarebbe un crimine economico. Per i cittadini italiani. Alitalia ha bisogno di soldi. E tantissimi: per coprire le perdite, per ricapitalizzare l’azienda, per pagare ammortizzatori sociali, per rifare la strategia industriale ( aerei, network, strutture di terra ecc). Dire: ” li mette lo Stato” e’ una presa in giro, una bugia banditesca buona sulla bocca di ciarlatani e irresponsabili come i Cinque Stelle. Questi soldi non ci sono. E poi: non serve lo Stato in Alitalia. C’e’ stato, c’e’ ancora. E fa solo danni. Ad Alitalia serve, finalmente, un padrone di mestiere: una compagnia aerea che la gestisca con una logica e una strategia industriale. Quanto al governo e allo Stato: non deve, non puo’ e non sa fare strategie industriali o commerciali. E, come si e’ visto col voto di ieri in Alitalia, non servono neppure sindacati senza peso, senza credito, senza coraggio e senza idee ( che non siano il banale, comodo e facile appello a Pantalone e alla statalizzazione). Abbiamo sotto gli occhi i risultati fallimentari e disastrosi dell’intervento pubblico. Basta. Meglio un liquidatore intelligente: che apra trattative con tutti e venda Alitalia al migliore offerente. Continuerebbe ad esserci una compagnia che vola. Lo Stato e il governo lascino fare al mercato e si occupino solo dell’unica cosa veramente “strategica”: la sicurezza dei voli.