Famiglia

Famiglia, nel nostro diritto liberale, non e’ un indistinto legame sociale. E’un’istituzione civile. Ed e’ intesa come nucleo base della nostra societa’. E non perche’ e’ un’unione d’amore: un puro desiderio di convivenza. Questo desiderio privato e’ importante ma non rilevante a fini della societa’, dello Stato e dell’interesse generale. Lo Stato fa bene a regolare anche le convivenze. E’ un progresso. Ma niente che somigli al rilievo sociale della famiglia. Molti lo dimenticano: la famiglia non e’ semplice convivenza regolata. E’ molto di piu’. Essa ha un’ importanza specifica per lo Stato: per motivi economici, sociali, istituzionali, culturali, morali. Al punto di essere considerata, dai codici civili, un’istutuzione in se’. E non perche’ sancisce l’unione d’amore o il desiderio e il piacere di due persone. Questo e’ un diritto e una liberta’ assolutamente privata e sacrosante in uno Stato liberale: due persone che si amano e vogliono stare insieme, qualunque sia il loro sesso, devono avere piena liberta’ di farlo. Un paese che conculca il diritto all’amore omosessuale e’ un paese incivile e illiberale. Ma questo non c’entra nulla con la famiglia e il matrimonio. Qusti sono istituti assolutamente specifici. Per il loro effetto sociale. Il matrimonio non e’ sanzione dell’amore tra due persone o diritto di essi a vivere insieme. Che non deve essere conculcato. E’ qualcosa di diverso: e’ un contratto tra due persone e lo Stato e la societa’. E per una semplice ragione: che il desiderio sessuale eterosessuale ha la “tremenda” conseguenza della procreazione. E uno Stato civile e liberale non puo’ essere indifferente alla procreazione. Che da’ vita ad obblighi e doveri: della coppia eterosessuale che procrea e dello Stato che deve regolamentare la facolta’ naturale di procreare. Senno’ saremmo branco. Il matrimonio, percio’, e’ contratto. Non semplice unione civile o religiosa. Tanto e’ vero che i doveri e gli obblighi del matrimonio persistono oltre la durata dell’amore e, persino, della convivenza tra quelle due persone. Lo Stato e la societa’ intervengono attivamente nella giurisdizione e nella tenuta della famiglia eterosessuale perche’ questo “specifico” tipo di unione, il patto matrimoniale, non e’semplice unione privata ma “istituzione” sociale. Con obblighi e doveri sociali. La famiglia procreativa- fatta di padre, madre e figli- “serve” all’organizzazione sociale, di cui lo Stato e’ garante, per una serie di compiti che non sono intercambiabili con altre istituzioni: compiti di welfare, compiti economici, compiti educativi e culturali, compiti di previdenza, compiti di equilibrio psicologico e morale. Tutti racchiudibili in uno: regolare e disciplinare le conseguenze sociali della facolta’ di un uomo e di una donna di procreare. Come si fa a non percepire piu’, nel delirio individualistico ed edonistico di chi equipara l’unione civile al matrimonio, il legame strettissimo e specifico che vi e’- nel concetto di famiglia fondata sul matrimonio eterosessuale- tra amore eterosessuale, procreazione, riproduzione e fondazione della famiglia? Che costringe ad “obblighi” oltre che diritti? Se la facolta’ naturale di un uomo e una donna di procreare non fosse stata regolata, attraverso il matrimonio e il diritto di famiglia, non ci saremmo distinti dagli animali per i quali procreare e’ solo una funzione naturale e un obbligo genetico mediato dal desiderio. La civilta’ e la cultura, se vogliamo per una caratteristica piu’ intelligente ed egoistica dei geni umani evoluti, hanno affinato la procreazione, frutto del piacere sessuale comune a tutti i viventi e anche a quelli non umani, sublimandola nella “famiglia”- con i suoi modelli e le sue figure costitutive di padre, madre e figlio- come istutuzione sociale. Che si fa carico degli obblighi e delle conseguenze della facolta’ naturale di procreare. E questa istituzione, la famiglia, ha assunto nella civilizzazione un valore sociale e civile che supera quello di ogni altra istituzione. Con un impatto enorme: nell’economia, nella trama civile, etica e culturale dello Stato, nella sanita’, nella scuola, nell’equilibrio psicologico, educativo e sociale dei figli. E’ assolutamente irresponsabile che cittadini maturi e consapevoli dimentichino o sottovalutino questa “natura” della famiglia basata sulla facolta’ naturale della procreazione. Che fa di un branco una societa’. E di uno Stato un’ente responsabile verso i suoi cittadini. Per tutte queste cose il matrimonio non e’ unione civile. E l’unione civile non e’ il matrimonio. Come vedete tutto e’ profondamente laico. La religione non c’entra nulla. Anche un non credente dovrebbe capire che l’unione civile non e’ e non puo’ essere un matrimonio. E che l’unione civile non e’la famiglia. E che quest’ultima- unione di padre, madre e figli- non merita l’idiota indifferenza e sottovalutazione che oggi la circonda.

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Vocazione minoritaria 

Una cosa e’ chiara: a differenza di qualche tempo fa, dopo lo sfondamento del muro del 40% alle europee, la prospettiva elettorale del Pd appare oggi piu’ complessa e complicata. Il Pd non puo’ piu’ fare da solo. Non basta l’autosufficienza. Per questo non capisco la demonizzazione che una parte del Pd fa della prospettiva renziana del “partito della Nazione”. Che altro non e’ che l’ipotesi di un allargamento dei confini del Pd a componenti, settori, culture e sensibilita’ che non sono assimilabili all’area dei tradizionali elettori della sinistra. Si dimentica che questo problema non l’ha inventato Renzi. E’,almeno da 20 anni, il vero problema del Pd ( e della sinistra post-pci ). La sinistra del Pd dimentica che questo problema lo avevano i segretari precedenti del Pd, Veltroni e Bersani. Il problema era ed e’ quello di ” come sfondare il muro del 30%” dei consensi elettorali. Che rappresentava e rappresenta ancora, nell’attuale sistema elettorale un limite per aspirare ad una stabile prospettiva di governo. E rappresenta anche, nel nuovo sistema elettorale dell’Italicum, una cifra che non assicura la vittoria elettorale. I precedenti segretari del Pd, Veltroni e Bersani, erano consapevoli di questo problema. L’uno, Veltroni, lo chiamava problema della “vocazione maggioritaria” del Pd . L’altro, Bersani, preconizzava un “nuovo Ulivo”. Ma erano, entrambe, declinazioni terminologiche diverse dello stesso problema di sostanza: il Pd “da solo” non puo’ vincere. L’avversita’ alla prospettiva del partito della Nazione da parte della sinistra del Pd, e’ un errore se riporta il Pd a prima di Veltroni e Bersani e anche a prima della stessa esperienza dell’Ulivo di Prodi. Cioe’: al mito dell’autosufficienza del Pd. All’idea di fare da solo. C’e’ un solo vero cambiamento visibile per il Pd, rispetto all’epoca di Prodi, Veltroni e Bersani: a sinistra del Pd non c’e’ piu’ nulla di concreto, di quantitativamente utile e di politicamente utilizzabile. Occorrerebbe prenderne, coraggiosamente, atto. Non e’ in quella direzione che puo’ espandersi il Pd. Che deve conquistare voti tra astenuti, cinque stelle e, soprattutto, la destra. Che e’ in sofferenza e sbandata tra la leadership estremista di Salvini, il declino di Berlusconi e il disorientamento dei moderati di centro. Allargare le basi del Pd e’, dunque, vitale. Il referendum istituzionale sara’ il banco di prova della scommessa del Pd di estendere i suoi confini in vista delle elezioni del 2018. Polemizzare ancora sul “partito della Nazione” e’ una regressione: dalla vocazione maggioritaria a quella minoritaria.

Onda su onda…arriveremo al Big Bang

Un mio articolo su Il Foglio di oggi.

Onda su onda…Nel magistrale manuale di divulgazione del 1938, L’evoluzione della fisica, scritto insieme all’astrofisico polacco Leopold Infeld, Einstein si chiedeva: “cos’e’ ( in fisica) un’onda?”. E rispondeva: “immaginate un pettegolezzo raccontato a Washington che raggiunge, molto rapidamente, New York e senza che chi l’ha raccontato viaggi tra le due citta”. Insomma l’onda ( in fisica ) e’ nient’altro che informazione che si muove veloce. Curioso: 80 anni dopo, e’ proprio quello che e’ capitato capitato allo stesso Einstein. O meglio, ad una delle ipotesi piu’ elusive e, ancora, misteriose della sua teoria della relativita’: le onde gravitazionali. E’ bastato un twitt dall’Arizona, quasi un pettegolezzo, di un astrofisico di fama, Lawrence Krauss, l’autore del best seller La fisica di Star Trek, a mettere in agitazione fisici e curiosi in tutto il mondo. Nel twitt lo scienziato ( ma anche attore, produttore e scrittore) diffondeva un rumor: “ forse il Ligo (un gigantesco interferometro costruito a Livingstone nel 2002) ha scoperto le onde gravitazionali”. Di colpo la notizia ha fatto il giro del Web. E, come nel caso del bosone di Higgs, un pubblico di massa ha preso contatto con uno dei misteri piu’ resistenti della fisica del 900: l’ultimo dilemma, ancora insoluto, della teoria della relativita’. Esattamente 100 anni fa, nel 1916, Albert Einstein concludeva la stesura del suo capolavoro scientifico. Da allora quasi tutto della costruzione di Einstein e’ stato provato e verificato. Tutto tranne un “dettaglio”: le onde gravitazionali. Einstein le ipotizzo’ come una conseguenza inevitabile della sua nuova ipotesi fisica della gravita’. Ma era talmente scettico sulle possibilita’ di rintracciarle, da concludere con pessimismo: “non le troverete mai”. Ancor piu’ che le elusive particelle elementari scovate nei fantascientifici acceleratori del Cern, le onde gravitazionali presentano, infatti, difficolta’ tecnologiche quasi sovrumane, alla loro scoperta. E, tuttavia, il mondo si e’, caparbiamente, dedicato alla scoperta di quelle onde: una caccia tra le piu’ affascinanti della storia della tecnologia.. Con impianti e progetti avveniristici, come vedremo. Ma, per cominciare, cosa sono le onde gravitazionali? Facile a dirsi: increspature, oscillazioni, vibrazioni di quello che la relativita’ definisce spaziotempo. Einstein ragiono’ cosi’: ogni oggetto massivo o corpo che vibra o si muove in un mezzo- in un liquido (onde del mare), in un fluido, nella’aria (onde sonore), nel vuoto ( onde elettromagnetiche)- produce onde. Che altro non sono che perturbazioni, oscillazioni, vibrazioni. Che nascono da una sorgente materiale e si propagano, nello spazio e nel tempo. Queste perturbazioni trasportano dell’energia. Anzi, altro non sono che scuotimenti di energia. La cui intensita’, altezza, lunghezza e frequenza, noi misuriamo, con strumenti: antenne, interferometri ecc. Non c’era ragione, concludeva Einstein, perche’ lo stesso fenomeno, la produzione di onde, non debba verificarsi quando un oggetto, dotato di massa, e’ sottoposto a gravita’: attraversa un campo gravitazionale. Non fa una piega. A condizione, pero’, che egli abbia azzeccato la sua definizione di gravita’: non piu’ forza che attrae, come si era sempre pensato fino a Newton, ma come spazio ( e tempo) che si incurva e si deforma al passaggio di oggetti massivi. La mela di Newton, insomma, cade non perche’ sia attratta dalla Terra. Da qualche forza particolare, misteriosa, invisibile. Lo stesso Newton, che pure calcolo’ in modo preciso la matematica della gravitazione, era infastidito da questa idea fantasmatica, ineffabile e impercettibile di gravita’. Poco elegante per una mente razionale. Einstein rovescio’ la credenza e sbalordi’ il senso comune: non c’e’ nessuna forza che attrae o risucchia la mela verso il terreno. Nessun fantasma: la mela cade verso terra perche’ percorre uno spazio obbligato, una “traiettoria incurvata”, dice Einstein, dalla stessa massa dell’oggetto che cade: che “dice allo spazio come curvarsi” . E’ come se l’oggetto scendesse lungo un senso unico. Non e’ attratto da nulla. E’ lo spazio che percorre, dall’albero al terreno, che e’ distorto in modo tale che la mela non puo’ che finire a terra. La gravita’, insomma, non e’ una forza: e’ una geometria. Lo spazio assomiglia ad una tela, con una geometria in quattro dimensioni (le tre dimensioni conosciute piu’ il tempo). Elastica e flessibile: che si deforma e si incurva al passaggio di un corpo. Di qui l’analogia tra lo spaziotempo gravitazionale e gli altri mezzi in cui si producono onde. Come un oggetto che si muove o vibra in un liquido, solido o gas ( aria) produce onde materiali e come una carica elettrica che si muove nello spazio produce onde elettromagnetiche (raggi x, luce, onde radio ecc ) anche un corpo immesso in un campo gravitazionale, lo spaziotempo, deve generare onde: onde gravitazionali. Se la gravita’ relativistica ( non forza che attrae ma deformazione della geometria dello spazio) e’ azzeccata, le onde gravitazionali devono esserci, da qualche parte. E finche’ non si trovano resta un’ombra sulla relativita’. Il puzzle dura da 100 anni. Perche’ e’ cosi’ difficile trovarle? La spiegazione piu’ convincente rimanda ad una caratteristica sorprendente della gravita’: la sua straordinaria debolezza. E’ controintuitivo. La gravita’ sembrerebbe la forza piu’ forte in natura. E’ la piu’ debole. Pensateci: se alzate un braccio state vincendo, senza alcuna fatica, la resistenza dell’intera gravita’ terrestre: di tutta la grande massa della Terra. Provate invece a spezzare un atomo: vi occorre una potenza immensa per vincere la forza nucleare forte, quella che tiene insieme i nuclei degli atomi. Nessuno sa spiegarsi la debolezza della gravita’. Non mancano ipotesi suggestive. La piu’ affascinante e’ certamente quella avanzata da Roger Penrose, celebre fisico, matematico e cosmologo britannico: la gravita’ e’ cosi’ debole perche’ e’ l’unica, tra le quattro forze della natura (la forza debole, quella nucleare forte, l’elettromagnetica) che viaggia non solo nelle quattro dimensioni a noi note dell’universo ma anche in altre dimensioni di esso che noi non percepiamo. Decisamente intrigante. Comunque: e’ la debolezza della gravita’ che impedisce di catturare le onde gravitazionali. I calcoli dicono che per generare un’onda gravitazionale di intensita’ appena apprezzabile occorre che a produrla sia uno spostamento originato dall’accelerazione di un corpo di massa enorme: la massa di stelle e pianeti. Per questo le onde gravitazionali possono essere ricercate solo nello spazio profondo: osservando oggetti esotici o ambienti estremi e dai movimenti violenti come stelle di neutroni, supernove, stelle binarie o supposti buchi neri. E non e’ tutto. L’oggetto che genera l’onda deve essere enorme. Ma l’onda che esso produrrebbe e’, fantasticamente, piccola: 10-21 metri (0,000000000000000000001 metri). Sapete che lunghezza e’? E’ quella inferiore, di un milione di volte, al diametro di un protone. Una distanza al di la’ di ogni possibilita’ umana di misura. Ma l’uomo e’ il suo genio: la caccia alle onde fantasma e’ in corso. Nonostante lo scetticismo di Einstein, la fantastica piccolezza delle onde gravitazionali pare, ormai, alla portata dell’uomo. La sfida epocale per la loro cattura e’ trasversale tra i grandi del mondo. Con rivelatori, macchine, strumenti ed esperimenti ai confini della fantascienza. E dei limiti naturali del nostro ambiente fisico. Anzitutto con le gigantesche antenne gravitazionali Ligo e Virgo (la prima a Livingstone negli Usa e la seconda in Italia in provincia di Pisa ). Sono interferometri laser: cavita’ lunghe chilometri che sfruttano le interferenze, impercettibili alle facolta’ umane, tra fasci di luce fatti incrociare tra loro tramite un sistema di specchi. Se un fascio di luce incontra un’onda gravitazionale, arrivera’ sfasato ( leggermente in ritardo) all’incontro con l’altro fascio. E uno strumento, in quel caso, registrera’ la presenza dell’onda misteriosa. Semplice? Per cogliere oscillazioni nella luce di 10-21 metri occorre che, intorno ai fasci di luce, il vuoto sia assoluto ed ogni piu’ piccola fonte di rumore o disturbo sia eliminata. Negli interferometri laser il vuoto e’ tale da risultare un milione di volte piu’ rarefatto dell’aria che respiriamo. E per crearlo si ricorre al freddo: creando temperature vicinissime al freddo assoluto (-273,15C). Esistenti solo nello spazio remoto e tali da fermare perfino le oscillazioni termiche dinatomi e particelle. Ma stupirsi per gli interferometri esistenti e’ nulla rispetto a Lisa: il fantastico progetto di interferometro cosmico che europei (Esa) ed americani (Nasa) costruiranno intorno al…Sole. Tre satelliti ruoteranno intorno alla nostra stella ad una distanza tra loro di 5 milioni di Km di lato. Costituiranno un triangolo equilatero perfetto che operera’ come un interferometro. I satelliti si scambieranno fasci laser. Essi, all’interno dei satelliti, andranno a colpire un carico fatto di un cubo, 2 Kg di oro e platin, fatto fluttuare nell’ambiente vuoto dei tre satelliti. I fasci laser viaggeranno, tra i satelliti del triangolo, in modo perfettamente sincrono. Ma se l’enorme massa del sole creera’ le microscopiche onde gravitazionali, come dovrebbe essere, e una di esse colpira’ il raggio laser, questi arrivera’ con minuscolo ritardo sul cubo d’oro. E il raggio risultera’ sfasato, deviato, ritardato. In modo incredibilmente minuscolo ma percettibile dagli strumenti. E noi sapremo che e’ passata un’onda gravitazionale. Ma, alla fine, cosa ci direbbero, veramente, le onde gravitazionali se le scovassimo? Che Einstein aveva ragione. E poi? Informazioni sulla gravita’ dello spazio profondo. Ma, soprattutto, una cosa: la verita’ definitiva sul Big Bang. La cosmologia del Big Bang ha ancora punti oscuri. Due soprattutto. E molto curiosi. Primo: perche’ il cosmo e’ isotropico (la stessa forma)? Pensateci: ovunque guardiamo nel cielo profondo, l’universo sembra essere uguale a se stesso: contiene le stesse cose che mostrano le stesse leggi di funzionamento. Sembra che ogni parte del cosmo si sia scambiata informazioni con ogni altra parte. Che tutte siano cresciute in simbiosi. Ma questo non e’ possibile. L’universo e’ cosi’ vasto. Ci sono distanze, tra due punti diversi del cosmo, talmente grandi che la luce dell’uno non ha fatto ancora in tempo, in 13,7 miliardi di anni, a raggiungere l’altro. Come ha fatto l’universo, allora, a risultare cosi’ uniforme? E’ un mistero. Un altro. La fisica avanza un’ipotesi: a qualche frazione di secondo dall’istante zero del Bin Bang, l’ineffabile tempo T, l’inizio di tutto, una gigantesca misteriosa inflazione ha dilatato le dimensioni del minuscolo universo nascente. Un rigonfiamento enorme, improvviso, inspiegato (ancora). Che ad una velocita’ superiore alla luce ha dato al cosmo appena nato le dimensioni di un’arancia. E le fattezze di una sfera omogenea, piatta. In cui ogni punto era uguale ad ogni altro. Ecco le ragioni dell’uniformita’. L’energia della dilatazione, dell’inflazione, del rigonfiamento potrebbe aver prodotto echi, sotto forme di onde gravitazionali. Ma c’e’ un altro puzzle che inquieta la cosmologia. E’ l’esatto opposto del mistero dell’uniformita’: perche’ esistono stelle e galassie? Com’e’ che nell’universo, pur uniforme e isotropico dell’inflazione e della grande espansione, si sono prodotte quelle discrepanze, quei grumi di difformita’ che chiamiamo stelle e galassie? Non dovrebbe esserci nulla nel cosmo: solo un’eterna e noiosa dilatazione di spazio vuoto ed omogeneo. Solo una raccapricciante uniformita’. E invece: abbiamo stellSe esistessero, le onde gravitazionali sarebbero una risposta. Potrebbe darsi che proprio la diversa e variegata intensita’ del fascio di onde gravitazionali, prodotte dalla fase di inflazione del Big Bang, sia la spiegazione di difformita’, disomogeneita’ e differenze nella trama dell’universo originario da cui sono nate, successivamente, stelle e galassie. C’e’ un’immagine dell’universo a soli 400.000 anni dalla nascita e dalla presunta inflazione. E’ quella, celebre ed enigmatica, prodotta dalle rilevazioni del satellite Cobe (1989) che indago’ il residuo fossile della radiazione emessa all’epoca della separazione, 400.000 anni dopo il Big Bang appunto, tra fotoni e ed atomi. E che rese trasparente e non piu’ opaco l’universo. L’immagine di Cobe, ormai un cult, mostra le difformita’ originarie che spiegano la successiva aggregazione di stelle e galassie. La scoperta delle onde gravitazionali potrebbero, pero’, spiegare le ragioni di quelle difformita’

Family day

Ci sono cose su cui i parlamenti non possono legiferare senza sentire i cittadini. E senza che essi si siano espressi. E l’unico modo per esprimersi e’ il referendum propositivo. Il matrimonio omosessuale e la genitorialita’ per persone dello stesso sesso sono due di queste cose. Ci vuole rispetto liberale per la sovranita’ della coscienza individuale su temi che riguardano convinzioni che vengono prima della politica. Lo Stato liberale deve ritrarsi e fare un passo indietro sulle cose di questa natura. E consentire il referendum. Chi vuole che si legiferi su queste cose ( partiti, associazioni, gruppi omosessuali ecc ) non puo’ imporre un cambiamento su queste cose senza che “ogni” cittadino possa esprimersi. E’ l’unico criterio che la convivenza civile e statale consente per questo e’ il referendum. Qui sono chiare due cose. Primo: il matrimonio omosessuale e la genitorialita’ omosessuale introducono un cambiamento radicale, antropologico, epocale nel concetto di famiglia come “societa’ naturale” e unita’ procreativa. Il matrimonio e’ nato e si e’ sviluppato, nelle leggi e nelle Costituzioni, per tutelare la base “naturale” della nostra esistenza di esseri umani. Che non e’ il “desiderio sessuale” o le tante sfumature dell’amore, come si dice. Questo e’ ampiamente tutelato e garantito dalla natura civile e tollerante della nostra societa’ liberale che considera la sessualita’ come sfera “sacralmente” privata e assolutamente libera. Il matrimonio, con la liberta’ sessuale e il diritto ad ogni tipo di amore e desiderio sessuale, non c’entra nulla. Il matrimonio riguarda e tutela altre cose: la procreazione e la riproduzione sessuata. Difendere il matrimonio, concepito su questa base, non e’ difendere un’idea religiosa. Ma difendere un istituto di corretta regolazione del fattore base della nostra riproduzione ereditaria: la procreazione consapevole e tutelata. Cio’ che prolunga la specie e ci rende diversi dalla riproduzione degli animali. Si puo’ essere contro o a favore di questa visione ( che e’ laica e non religiosa ). Ma non e’ giusto e liberale sconvolgerla con un colpo parlamentare. Solo un referendum puo’ farlo. Secondo: il ddl sulle unioni civili sta perdendo la sua natura iniziale. Era nato come una distinzione dichiarata e riconosciuta tra il matrimonio, costituzionalmente definito, e le unioni civili che dovevano estendere alle coppie conviventi ( di qualunque sesso ) tutele e istituti sociali di protezione. Invece, per strada, il ddl e’ cambiato. E’ diventato un modo surrettizio, ipocrita, nascosto, truccato di mischiare le cose. E di introdurre per vie traverse il matrimonio omosessuale. Senza dichiararlo alla luce del sole e nascondendosi dietro trucchi linguistici, cavilli e arzigogoli. Il Papa ha espresso molto chiaramente la posizione di un credente cristiano: non ci puo’ essere equiparazione tra la famiglia “voluta da Dio” e altri tipi di unione. Ma anche un non credente puo’ arrivare alla stessa conclusione: non ci puo’ essere equiparazione tra la famiglia, “societa’ naturale” ( evoluzione civile e culturale di una base naturale della convivenza, eterosessuale e procreativa) e altri tipi di unioni’. Il matrimonio non e’ un diritto civile individuale, come impropriamente dicono i conformisti del politicamente corretto, estendibile a piacimento come un elastico solo che uno lo desideri. Non e’ un diritto individuale precluso solo a una categoria di cittadini, le persone dello stesso sesso. Andate a leggervi, per curiosita’, nel Codice civile italiano quante categorie di cittadini o situazioni di vita sono esclusi dalla possibilita’ di accedere al matrimonio. E non di quello religioso. Ma di quello civile. Perche’ il matrimonio non e’ un diritto. E’ un contratto, pubblico e civile, che deve tutelare altre persone, oltre i contraenti: i figli. I diritti e i desideri delle persone ad amarsi, a convivere, a curarsi dell’altro, invece, vanno tutelati e garantiti da altre forme giuridiche: l’ unione civile puo’ essere un istituto moderno ed evoluto per garantire questi desideri da tutelare. Matrimonio e unione: si tratta di campi distinti. Cosi’ ci avevano detto. E cosi’ era scritto nei programmi elettorali. Vero caro Pd? Invece hanno truccato. E attraverso le unioni civili alcuni vogliono cambiare, surrettizziamente, l’istituto del matrimonio. Senza dirlo apertamente. Io mi auguro che il ddl sulle unioni civili, se non si torna alla distinzione originaria tra matrimonio e unioni, cada. E che si promuova un referendum propositivo sul matrimonio omosessuale. Invece della violenza dell’imposizione per legge di un punto di vista divisivo, il matrimonio omosessuale, dove perlomeno dovrebbe valere un principio di maggioranza. Verificato in un referendum. Perlomeno. Oggi i cattolici, in Italia, sono gli unici che, con la loro convinzione religiosa ( che non e’ la mia) difendono un concetto di famiglia che si avvicina alla mia convinzione laica. Per questo il 30 io saro’ al Family day.

Nuova scuola

Spezziamo un altro totem del politically correct: l’insegnamento indifferenziato per tutti a scuola. La riforma di Renzi schiude alla possibilita’ che, nell’offerta formativa, ci si apra alla sperimentazione di nuove forme e tecniche di organizzazione scolastica. Tra esse c’e’ il modello anglosassone della mobilita’ delle classi. Che significa? Che la classe e’ una unita’ di base ma gli alunni, oltre che alla classe unica, partecipano, anche, a percorsi differenziati e personalizzati, a gruppi di insegnamento distinti per livelli di abilita’, propensioni, eccellenze. Nessuno e’ bravo in tutto. E nessuno e’ scarso in tutto. Gli anglosassoni accompagnano l’insegnamento base unitario in classe, uguale per tutti, a percorsi differenziati in unita’ distinte che lavorano sulle diverse abilita’ degli alunni. Le lezioni sono differenziate, in parte, in varie materia per livelli di abilita’: chi e’ top in una materia, esempio la matematica, puo’ partecipare a ore di insegnamento in classi che raccolgono i piu’ abili in quella materia e consentano di coltivare quell’abilita’. La nostra cultura pedagogica, pedantemente demagogica e ideologizzata, considera questa tecnica scolastica anglosassone, ovviamente discriminante e antiegualitaria. Di destra, naturalmente. La classe unica e l’insegnamento indifferenziato sono un totem per la nostra vecchia, pomposa e sorpassata pedagogia. Per noi l’insegnamento e’ un blocco unico di saperi che, dall’alto in basso, l’insegnante socratico cala sui discenti. Il processo e’ solo top down. Non c’e’ interazione. Non c’e’ considerazione dei diversi livelli di abilita’ e apprendimento tra gli alunni. Gli alunni sono massa. Non sono individui. Ossia: persone differenti in abilita’, capacita’ e propensioni. Si dice che gli inglesi e gli americani puntano alla differenziazione dell’insegnamento perche’ hanno a cuore la “competitivita” e l’eccellenza, tra gli alunni. E perche’ puntano a formare individui competitivi. E questo sarebbe un male? Vivaddio. Siamo indietro agli anglosassoni su ogni indice di competitivita’ ( e presto lo saremo anche con cinesi e asiatici ) e, nello stesso tempo, siamo la societa’ che offre meno possibilita’ ai suoi giovani. Questi giovani spesso entrano nel mercato del lavoro senza sapere che farsene del loro bagaglio scolastico. Il tempo scolastico e’ spesso ,per un giovane italiano, solo inutile tempo di attesa del diventare adulti. Nella scuola non hanno trovato un indirizzo a coltivare le loro specifiche e diverse abilita’. Ma la differenziazione e’ utile non solo alla competitivita’ e alla valorizzazione delle eccellenze degli studenti piu’ bravi. E’ necessaria anche a chi e’ piu’ indietro. I genitori che hanno la sfortuna di dover fare esperienza, per i propri ragazzi, del sostegno scolastico lo sanno. Nelle nostre classi “uniche”, per i meno abili o portatori di handicaps e’ l’inferno: una farsa vergognosa coperta dalla demagogia dell’egualitarismo. E una pratica, invece, di ipocrisia, abbandono, solitudine e umiliazione. Inutile per i ragazzi portatori di ritardi cognitivi e fonte solo di flagellazione per i genitori. l’egualitarismo dell’apprendimento, confuso idiotamente da noi con il “diritto allo studio” e’ veramente da noi un fardello demagogico di cui dovremmo liberarci. Ben venga un approccio piu’ umile e meno supponente dei nostri insegnanti e dei nostri dirigenti scolastici all’esperienza anglosassone. 

L’insopportabile conformismo

Si chiama hate speech: discorso odioso. È’ l’opposto del politically correct. E sta diventando, nelle società’ europee, un discorso di minoranze: quelle che si oppongono al modo superficiale, improvvisato, privo di dibattito informato con cui vengono trattati, dai Parlamenti, dai media e dall’opinione pubblica, una categoria di temi catalogati, superficialmente, nella categoria dei “diritti individuali”. Dal problema della legalizzazione delle droghe leggere, all’eutanasia, ai matrimoni omosessuali, al desiderio di genitorialita’, e’ ormai una valanga, senza argine, di attivismo legislativo. E di campagna di opinione. Con una caratteristica: il dibattito pubblico e’ assente. Le posizioni critiche sono trattate come impresentabili, scorrette in linea di principio, prive del diritto di essere rappresentate. Listate e proscritte nei siti web. Impera, su queste questioni, un conformismo dilagante. Perche’? Per un cambiamento evidente della morale pubblica. I temi dei cosiddetti “diritti individuali” non sono più’ appannaggio di un certo individualismo radicale che è’ sempre stato una corrente, culturale e politica, preziosa del dibattito europeo e della politica liberale. Penso al partito radicale in Italia. Oggi di questi temi “radicali” si è’ appropriata l’industria culturale, il mondo dei media, il sistema della comunicazione. E così’ sono diventati “opinione pubblica”, cultura di massa, idee di maggioranza. Cui non è’ piu’ possibile resistere. Non sono piu’ temi di “minoranze”. Di minoranza, invece, sono diventate le opinioni critiche sui “diritti individuali”. Con una conseguenza: l’opinione dissenziente è’ liquidata con il bollino di illegittimità. Pensiamo all’uso, estensivo e liquidatorio, con cui viene utilizzato il termine omofobo per arginare critiche o perplessita’ su alcuni di tali presunti “diritti individuali”: dal matrimonio gay ai temi della genitorialita’ fino alla riproduzione assistita. Forse si tratta di una corrente non più’ arginabile. La Chiesa cristiana, l’unica che dispone di una morale e di un criterio direttivo, la “divinità’ della vita”, per orientarsi su queste questioni è’ banalmente silente, intimidita. Per paura di apparire “politicamente scorretta” e non in sintonia col mondo si è’ zittita. La cultura di sinistra, alle prese con il crollo e la devastante crisi culturale della sua vecchia ideologia e legacy ideale, si è’ voracemente attaccata ai “diritti individuali” come ad un surrogato della sue vecchie idee fallite. Nell’illusione di aver trovato un altro mito “antagonista” con cui sostituire il vecchio mito che e’ franato. Insieme all’ambientalismo, alla diffidenza verso lo sviluppo, all’avversione alla tecnologia, la tematica “radicale” dei diritti invade ormai il linguaggio e il vocabolario della sinistra come un vestito ideologico appiccicato che ha sostituito quello fallimentare del 900. I liberali sono perplessi e disorientati sui “diritti individuali”. Dovrebbe significare il loro trionfo. Questi temi sono figli della cultura liberale. E, all’opposto, non hanno a che spartire con la cultura cattolica ne’ con quella di sinistra. Eppure…C’è’ qualcosa, nel modo in cui si sta affermando l’onda radicale e dei “diritti individuali” che deve allarmare un vero liberale: l’assenza di vero dibattito pubblico su di essi, l’intolleranza verso dubbi, critiche e dissensi nel merito di quei ” diritti”, la demonizzazione e la liquidazione di interrogativi e domande sulla concretezza della decisioni legislative che riguardano quei “diritti”. Quale sarebbe un modo “liberale” di discutere di essi? Io credo: dare diritto di cittadinanza e dignità’ alle posizioni di dissenso; capire che non siamo di fronte a una categoria unica di temi definibili come “diritti individuali”; che questo è’ solo la scappatoia di chi, specie a sinistra, ha trovato per strada un’ideologia di surroga delle sue vecchie e inservibili idee; che ognuno dei temi di cui parliamo- droghe, matrimoni gay, riproduzione assistita, diritti delle coppie- meriterebbe di essere distinto, l’uno dall’altro. E discusso, nel merito, ammettendo la dignità’ di dissensi, opinioni critiche, interrogativi, perplessita’. E ammettendo che, non per tutti, le soluzioni che si propongono- sul matrimonio, la riproduzione, le droghe ecc- sono “diritti individuali”. E che non basta definirli così’ per pretendere la resa delle opinioni contrarie. O che escono dal coro e dalla moda. Liberando questa discussione al dominio, appunto, della moda. Cioe’ del politicamente corretto. Io credo davvero che la” libertà’ di coscienza”, garantita ai propri parlamentari dal Pd, su alcuni di questi temi sia la cosa più’ logica e corretta. Ma, insieme ad essa, deve essere garantita anche la legittimità’ del dissenso. Consentendo ad esso di esprimersi senza liquidarlo con insulti.

Terra dei fuochi: uccide di piu’ la paura e la superficialita’. 

Siamo alle solite. Uno studio dell’Istituto superiore della sanita’ ( Iss) su un gruppo di comuni della Terra dei fuochi scatena conclusioni sbagliate, semplificazioni, allarmismi. Il nesso tra inquinamento e mortalita’ per cancro andrebbe affrontato con rigore e stando ben attenti alla spiegazione dei dati. Per non diffondere tra la popolazione panico e conclusioni sbagliate. Tipo: nella Terra dei fuochi ( TdF ) e’ certo che si muore di piu’ per cancro e per determinate e accertate cause e fattori di inquinamento. Questo dallo studio dell’Iss non e’ possibile farlo. E lo studio lo chiarisce. Afferma infatti che, seppure in base alla metodologia di indagine prescelta ( che, come vedremo, e’ criticata da altri esperti, medici ed epidemiologi), dal proprio studio non e’ possibile trarre alcuna conclusione di causa-effetto tra i numeri evidenziati ( di ospedalizzazioni e di incidenza oncologica) per i comuni indagati, e specifiche cause e inquinanti. Due critiche, abbastanza ovvie e banali tralaltro, invalidano le conclusioni allarmistiche di quello studio. Critiche, in verita’, avanzate anche da fonti non sospette. Per esempio da una fonte altrettanto ufficiale: il Registro dei tumori della Campania ( RdTC) La prima critica e’: il piu’ elementare criterio per stabilire se c’e’ una specialita’ patologica della Terra dei Fuochi e’ mettere in relazione i dati ( tumori, ospedalizzazioni, mortalita’ per sesso e fasce di eta’) che riguardano i comuni che ricadono nella Terra dei fuochi con i dati dei comuni che non ricadono nella Terra dei Fuochi. Anche un bambino capirebbe che solo questa comparazione potrebbe dire se, nella TdF, c’e’ veramente una situazione “speciale” di patologie. Ebbene questo nello studio dell’Iss non c’e’. E sapete perche’ non c’e’? Perche’, ad avviso del Registro dei Tumori campano, la comparazione dei dati della TdF con quelli dei comuni napoletani non TdF farebbero franare la presunta “specialita’” della Terra dei Fuochi. Vale a dire: i dati sarebbero uguali e in alcuni casi addirittura migliori di zone che non fanno parte della Terra dei Fuochi. A mio avviso l’assenza di comparazione dei dati tra zone TdF e zone non TdF, toglie validita’ esplicativa allo studio dell’Iss. Gli stessi estensori dello studio, infatti, precisano che il loro scopo non e’ dimostrare cause-effetto patologico di determinati inquinanti che esisterebbero solo nella Terra dei Fuochi. Cosa che non c’e’ in quello studio. Ma solo di rilevare se esiste una rilevanza di situazione patologica nei comuni indagati. Lo studio, a detta degli estensori, non puo’ dire nulla sulle possibili cause di tale patologia. E’ ovvio che, se non si specificano le cause, non e’ possibile dichiarare che c’e’ l’arma del delitto. E, se non si fanno le comparazioni tra TdF e altre zone, si rischia di dover concludere che non c’e’ nemmeno il delitto. La seconda critica allo studio dell’Iss, che altri medici e il RdTc fanno, e’ che esso non indaga il nesso tra specifici inquinanti e tumori o ospedalizzazione. Si limita, come affermano gli stessi soggetti dello studio, ad un’analisi “ambientale”. Che vuol dire? Se non ho capito male si assume come premessa che li’, nella TdF, ci sarebbero eccessi di determinati inquinanti ( senza averli effettivamente rilevati e circoscritti ) e si desume che, rispetto ad una media “normale”, ideale e teorica, di effetti patologici della loro presenza, nella TdF ci sarebbero “eccessi” di tumori o ospedalizzazioni. Questa metodologia fa acqua. Attribuire le cause dei tumori nella TdF a determinate cause di inquinamento implicherebbe evidenziare i fattori inquinanti, evidenziare la catena effettiva con cui essi penetrano nell’organismo umano e capire gli effetti patologici che essi producono in determinati organi. Per la radioattivita’, per esempio, e’ questo che si fa. Ed esistono metodologie per descriverne gli effetti patologici in base a precise evidenze quantitative della sua esistenza. E’ stato accertato, dalle indagini sanitarie seguite agli incidenti nucleari, che la vera causa di eccessi di morti non e’ l’inquinamento radioattivo. Ma lo stress e la paura che derivano dalla gestione che si e’ fatta di quegli incidenti. Temo per la TdF la stessa cosa: si rischia di morire piu’ per l’effetto di ansia, di preoccupazione, di stress che queste denunce, prive di basi scientifiche certe, provocano. Che per un effettivo e provato inquinamento. Lo studio dell’Iss provoca ansia, insomma, ma non spiega nulla. E non dimostra nulla. Servira’ solo a spaventare la gente e scatenare reazioni allarmistiche. E reazioni, alla fine, impotenti. E che bloccano quello che sarebbe, invece, il vero interesse di quelle zone: la bonifica delle discariche abusive e, anche, un’azione di promozione dello sviluppo.

L’ombra di un ex Premier

L’ombra di un ex Premier. L’intervista di D’Alema, al Corriere della Sera di oggi, e’ inquietante. Primo: e’ irresponsabile su Israele. Non spende una parola sul terrorismo che insanguina le vie di Gerusalemme e Tel Aviv. Non un accenno di preoccupazione e di solidarieta’. Attribuisce al solo governo israeliano la responsabilita’ della crisi della prospettiva di uno Stato palestinese. Nessuna responsabilita’ dei palestinesi. Nessuna responsabilita’ di Hamas, che intanto guida un’Intifada a colpi di omicidi, che sabota col terrorismo quella prospettiva. Perche’ Hamas, ma D’Alema si guarda bene dal dirlo, non vuole “uno stato palestinese” ma vuole tutta la Palestina. E senza Israele. Nessuna responsabilita’, secondo D’Alema, dei moderati dell’Anp, il fantomatico governo palestinese, zitto, immobile, paralizzato, silente e corrotto. Arriva a definire Israele non un alleato ma il “problema”. Vergogna. A questo vergognosa manifestazione di autentico odio verso Israele non e’ giunta, in Europa, nemmeno la Le Pen. Che e’ piu’ cauta. Secondo: D’Alema, tra Arabia e Iran, parteggia per l’Iran. E con il suo corredo di marionette terroriste, a cominciare da Hezbollah. E per finire con i gruppi sciiti che, nella penisola arabica, cercano di destabilizzare i sunniti col terrorismo. Accusa l’Arabia Saudita che vorrebbe distruggere l’Iran con l’atomica. Dimentica che e’ l’Iran, non l’Arabia saudita che ha, ormai l’atomica. Parla dell’Iran come un vecchio alleato e tace, spudoratamente, sul proposito dichiarato dell’Iran: distruggere Israele entro il 2022. Vergogna. Terzo: attacca Renzi perche’ alza la voce con la Merkel. Ma poi, due righe dopo, gli propone di rovesciare le alleanze in Europa per ammucchiarsi con i “nuovi movimenti”. E chi sarebbero i “nuovi movimenti”? E’ la definizione ipocrita ( e usuale di una vecchia e logora sinistra ) per non chiamare con nome e cognome ( Cinque stelle, Podemos, lepenisti ecc ) , la vecchia e solita brigata kalimera: antieuro di destra e sinistra, populisti, demagoghi e sfascisti. La stessa cosa D’Alema la propone ai partiti socialisti: abbandonare il centro-sinistra europeo, l’allenza che vede i socialisti al governo con i centristi in Germania e nel governo europeo. Essi, sembrerebbe capire, dovrebbero passare all’opposizione, lasciare i moderati e dialogare con le opposizioni antieuro, i “nuovi movimenti”( sic). Pazzesco. Con queste posizioni D’Alema sta, veramente, insultando il meglio del suo passato. Viene da dire: meno male che Renzi non ha consentito a quest’uomo, con queste orrende posizioni, di avere un ruolo in Europa. 

L’etica non e’ delegabile. 

L’etica definisce i valori della convivenza civile e che stabiscono il patto di convivenza. Sono valori costituenti. La morale definisce i comportamenti delle sigole persone che discendono dall’accettazione del patto di convivenza. I temi etici sono pre-politici: fondano e fanno da base alla politica, intesa come attivita’ di governo e gestione del patto di convivenza, attraverso le leggi. E la politica si realizza attraverso la democrazia rappresentativa. Che e’ democrazia delegata: sui temi politici gli eletti legiferano in nome dei cittadini. Perche’ le materie politiche e di governo sono complesse: implicano competenze, conoscenze, informazioni, valutazioni specialistiche e di dettaglio che e’, ovvio, che i “delegati”, deputati e senatori, abbiano e i cittadini no. I temi etici, invece, attengono ad una sfera pre-politica: i valori e il patto di convivenza tra noi tutti. Che vengono “prima” della politica. E le stanno al di sopra. Gli Stati civili, infatti, inseriscono questi temi in Costituzione: il patto pre-politico ( al di sopra della politica) che regola la convivenza in uno Stato. Valori pre-politici o etici, si badi bene, non significano credenze in base ad una religione. Tutti, laicamente, abbiano convinzioni, idee, valori, principi, opinioni pre-politici sul patto di convivenza. E questi sono pre-politici. E’ su di essi che fondiamo l’accettazione della politica e su cui deleghiamo i politici a governarci. Su di essi la politica dovrebbe osservare un riserbo. E un rispetto: legiferare solo dopo un dibattito che coinvolge i cittadini direttamente e, persino, singolarmente. Non si dovrebbe mai legiferare sui “temi etici” senza dibattito pubblico. Che coinvolga, in primis, i cittadini ( i soggetti del patto di convivenza) e non solo gli eletti in Parlamento. Se ci sono temi che dovrebbero essere oggetto solo di referendum questi sono i temi etici. Le Unioni civili non sono un tema etico. Regolano dei rapporti civili, normalizzano situazioni di fatto, garantiscono protezione a condizioni individuali che, altrimenti, sancirebbero condizioni di ingiustizia e disparita’. Invece il matrimonio omosessuale e’ un tema etico. Ed e’ un tema etico tutto cio’ che riguarda la procreazione, la riproduzione e la genitorialita, tra cui le adozioni. Questi temi dovrebbero essere sottratti alla sfera delle cose su cui la politica puo’ decidere senza un approfondito, lungo, paziente confronto. E senza affidarsi, con referendum, all’opinione dei cittadini. Per questi motivi ha ragione che si oppone a inserire, nel tema delle Unioni Civili, le questioni del matrimonio, della genitorialita’ e del diritto dei figli.

Stiamo scomparendo

Pensiamoci. In Italia si inseguono la “condizione di coppia”, la genitorialita’, il matrimonio omosessuale come diritto di minoranze. Ma la coppia, la riproduzione, la genitorialita’, il matrimonio stanno scomparendo dagli orizzonti della maggioranza della popolazione. E’ un autentico paradosso. Siamo pronti a riconoscere come “diritti” delle minoranze quelli che, nella condotta della maggioranza, sono considerati, sempre piu’, dei dis-valori. Eleggiamo a diritto di pochi quello che stiamo stracciando come dovere dei molti. Si, perche’ riprodursi, assicurare la continuita’ genetica di un gruppo di popolazione- della nostra popolazione- significa migliorarne la condizione. E questo sarebbe il “dovere” di una comunita’. Un malinteso radicalismo pensa che il fine della nostra esistenza sia far star bene noi che abbiamo la fortuna di essere nati e di esistere. Sciocchezza. Progresso significa “far nascere” e continuare la specie, migliorandola. Attraverso la riproduzione noi continuiamo e miglioriamo la specie. Questo e’ la natura. E questo e’ il progresso. Che noi- con istituti come la coppia, il matrimonio, la natalita’ regolata e consapevole, la cura dei figli- abbiamo, con la civilta’, trasformato in cultura, istituzioni, comportamenti civili, educazione. Questo e’ il progresso. E noi italiani lo stiamo dimenticando. Lo mette in luce un bellissimo articolo, di Elvira Serra, oggi sul Corriere della sera. In Italia c’e’ un trend di denatalita’ che e’ il piu’ accelerato di tutti. Nel 2014 sono nati 398.540 bambini italiani. Soltanto. Il tasso di fecondita’ tra coppie italiane ( numero medio di figli per donne italiane) e’ sceso a 1,29 figli: il piu’ basso tra tutti. In demografia, sotto i 2 figli per coppia, si considera una popolazione come decadente, destinata all’invecchiamento e alla scomparsa. Inutile ricordare gli handicaps sociali, economici e civili che questo comporta. L’illusione, specie tra sedicenti progressisti, e’ che questa realta’ rifletta un avanzamento. Falso. La Serra mette in luce che “il tasso di fecondita’ italiano”, 1,29 figli, e’ una patologia. E, anche, il prodotto di un regresso del nostro welfare: il mancato adattamento della societa’ alla “rivoluzione femminile”, al lavoro e alla crescita dell’impegno delle donne: asili nido, tempi della scuola (dura 8 mesi all’anno),tempi del lavoro (la giornata di 8 ore), organizzazione del lavoro, legislazione sulla coppia ecc . Ma l’articolo del Corriere mette in luce anche le distorsioni “culturali” di una malintesa modernizzazione: una crescente precarieta’ sentimentale che rinvia la vita di coppia e il matrimonio, un’idealizzazione eccessiva della maternita’ che la sposta sempre piu’ avanti nella vita di una coppia, una dissociazione- nell’idea di realizzazione di se’- che vede la paternita’ o la maternita’ come perdita di opportunita’ nella affermazione individuale. La vita di coppia e’ una condizione svalutata, rimandata, devitalizzata: sempre piu’ italiani, uomini e donne, la rinviano come scelta di vita. E la riproduttivita’ come fondamento della coppia ha perso centralita’. Si e’, anch’essa de-valorizzata. Resta sbandierata come “diritto” delle minoranze gay o delle coppie sterili. Ma per la maggioranza della popolazione e’ diventata, in realta’, un disvalore. Palese e inquietante contraddizione. Parliamo di unioni civili, di coppie di fatto, di adozioni, di diritti omosessuali ma, ricordatelo, stiamo parlando del dito. E perdendo la luna: la coppia, la riproduzione, la natalita’ in Italia stanno morendo. La stupida secolarizzazione di una certa cultura radicale sta facendo perdere, specie a noi italiani, una banale verita’: oggetti come la coppia eterosessuale, la riproduzione sessuata, la famiglia, la natalita’, la fecondita’ non sono valori “religiosi”. Sono istituti laici. E traslazioni culturali del “progresso”. Che rischiano di perdere interesse per la maggioranza degli italiani e restare, solo, come “moda”, nella forma di “diritti” della minoranze. Intanto gli “italiani” si estingueranno. E un cretinismo, che si pensa radicale e di sinistra, crede che questo sia progressista. E’ reazionario.