L’insopportabile conformismo

Si chiama hate speech: discorso odioso. È’ l’opposto del politically correct. E sta diventando, nelle società’ europee, un discorso di minoranze: quelle che si oppongono al modo superficiale, improvvisato, privo di dibattito informato con cui vengono trattati, dai Parlamenti, dai media e dall’opinione pubblica, una categoria di temi catalogati, superficialmente, nella categoria dei “diritti individuali”. Dal problema della legalizzazione delle droghe leggere, all’eutanasia, ai matrimoni omosessuali, al desiderio di genitorialita’, e’ ormai una valanga, senza argine, di attivismo legislativo. E di campagna di opinione. Con una caratteristica: il dibattito pubblico e’ assente. Le posizioni critiche sono trattate come impresentabili, scorrette in linea di principio, prive del diritto di essere rappresentate. Listate e proscritte nei siti web. Impera, su queste questioni, un conformismo dilagante. Perche’? Per un cambiamento evidente della morale pubblica. I temi dei cosiddetti “diritti individuali” non sono più’ appannaggio di un certo individualismo radicale che è’ sempre stato una corrente, culturale e politica, preziosa del dibattito europeo e della politica liberale. Penso al partito radicale in Italia. Oggi di questi temi “radicali” si è’ appropriata l’industria culturale, il mondo dei media, il sistema della comunicazione. E così’ sono diventati “opinione pubblica”, cultura di massa, idee di maggioranza. Cui non è’ piu’ possibile resistere. Non sono piu’ temi di “minoranze”. Di minoranza, invece, sono diventate le opinioni critiche sui “diritti individuali”. Con una conseguenza: l’opinione dissenziente è’ liquidata con il bollino di illegittimità. Pensiamo all’uso, estensivo e liquidatorio, con cui viene utilizzato il termine omofobo per arginare critiche o perplessita’ su alcuni di tali presunti “diritti individuali”: dal matrimonio gay ai temi della genitorialita’ fino alla riproduzione assistita. Forse si tratta di una corrente non più’ arginabile. La Chiesa cristiana, l’unica che dispone di una morale e di un criterio direttivo, la “divinità’ della vita”, per orientarsi su queste questioni è’ banalmente silente, intimidita. Per paura di apparire “politicamente scorretta” e non in sintonia col mondo si è’ zittita. La cultura di sinistra, alle prese con il crollo e la devastante crisi culturale della sua vecchia ideologia e legacy ideale, si è’ voracemente attaccata ai “diritti individuali” come ad un surrogato della sue vecchie idee fallite. Nell’illusione di aver trovato un altro mito “antagonista” con cui sostituire il vecchio mito che e’ franato. Insieme all’ambientalismo, alla diffidenza verso lo sviluppo, all’avversione alla tecnologia, la tematica “radicale” dei diritti invade ormai il linguaggio e il vocabolario della sinistra come un vestito ideologico appiccicato che ha sostituito quello fallimentare del 900. I liberali sono perplessi e disorientati sui “diritti individuali”. Dovrebbe significare il loro trionfo. Questi temi sono figli della cultura liberale. E, all’opposto, non hanno a che spartire con la cultura cattolica ne’ con quella di sinistra. Eppure…C’è’ qualcosa, nel modo in cui si sta affermando l’onda radicale e dei “diritti individuali” che deve allarmare un vero liberale: l’assenza di vero dibattito pubblico su di essi, l’intolleranza verso dubbi, critiche e dissensi nel merito di quei ” diritti”, la demonizzazione e la liquidazione di interrogativi e domande sulla concretezza della decisioni legislative che riguardano quei “diritti”. Quale sarebbe un modo “liberale” di discutere di essi? Io credo: dare diritto di cittadinanza e dignità’ alle posizioni di dissenso; capire che non siamo di fronte a una categoria unica di temi definibili come “diritti individuali”; che questo è’ solo la scappatoia di chi, specie a sinistra, ha trovato per strada un’ideologia di surroga delle sue vecchie e inservibili idee; che ognuno dei temi di cui parliamo- droghe, matrimoni gay, riproduzione assistita, diritti delle coppie- meriterebbe di essere distinto, l’uno dall’altro. E discusso, nel merito, ammettendo la dignità’ di dissensi, opinioni critiche, interrogativi, perplessita’. E ammettendo che, non per tutti, le soluzioni che si propongono- sul matrimonio, la riproduzione, le droghe ecc- sono “diritti individuali”. E che non basta definirli così’ per pretendere la resa delle opinioni contrarie. O che escono dal coro e dalla moda. Liberando questa discussione al dominio, appunto, della moda. Cioe’ del politicamente corretto. Io credo davvero che la” libertà’ di coscienza”, garantita ai propri parlamentari dal Pd, su alcuni di questi temi sia la cosa più’ logica e corretta. Ma, insieme ad essa, deve essere garantita anche la legittimità’ del dissenso. Consentendo ad esso di esprimersi senza liquidarlo con insulti.

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