Verdini, la prego, resti a destra. 

L’Italia sara’ un paese moderno e risanato quando ci sara’ competizione politica. E quando non ci sara’ piu’ la condizione che a vincere puo’ essere uno solo, Renzi, perche’ tutti gli altri ( destra, cinquestelle, lega ) non sono affidabili e schiuderebbero uno scenario di instabilita’ e conflitti. E’ per il bene di Renzi stesso che occorrerebbe che nascesse un’opposizione competitiva, affidabile e alternativa. Era lo schema del patto del Nazareno che, assurdo a dirsi, e’ stato abbandonato dai suoi maggiori beneficiari: Renzi e Berlusconi. La tesi del Patto era quella di una convergenza temporanea sulle riforme che aprisse la strada a una competizione ( nel 2018) tra due formazioni alternative di centrosinistra e centrodestra. E sbarrasse la strada al pericolo “estremista” di 5stelle e Lega. L’idea positiva del Patto era che l’obiettivo delle riforme dovesse dar vita non ad un solo ( il Pd) “partito della nazione” ma a due: con una Forza Italia rinnovata che evolvesse anch’essa verso il partito affidabile, europeo, riformista, del centrodestra. Se non arriviamo a questo l’Italia non sara’ mai riformata e modernizzata. E stabilizzata. Invece, senza il Paatto del Nazareno, si e’ andati nella direzione opposta. E con danni sia per Renzi che per il centrodestra. Renzi e’ rimasto esposto al perenne problema della assenza di una maggioraanza al Senato e dell’impossibilita’ di far ricorso a maggioranze variabili ( con i 5 stelle). Sul terreno economico poi le riforme di Renzi, seenza il Nazareno, si sono persino attenuate su tasse, debito e spesa pubblica. Il centrodestra, invece, sena il Nazareno ha visto sfarinarsi e allontanarsi l’obiettivo della modernizzazione. E, oggi, e’ piu’ diviso e piu’ esposto al condizionamento degli estremisti interni. Tranne a Milano con un ottimo candidato sindaco. Senza il Nazareno il centrodestra si spacca invece di unirsi: esce Verdini per unirsi a Renzi e Alfano proclama “per sempre” la sua collocazione nel centrosinistra. Questi due eventi sono negativi, per il centrodestra. Ma anche per Renzi. E non per gli sciocchi motivi moralistici che accampa la minoranza Pd, incapace di ogni visione di strategia politica e preda di massimalismi infantili. E’ un errore accogliere Verdini ( e Alfano) stabilmente nel centrosinistra per un motivo “politico”. Non morale e tantomeno di “identita” come dice l’inutile giovane Speranza. Che ciancia di Verdini nel Pd come realizzazione dell’incubo ( per lui ) del partito della Nazione. E’ il contrario. Verdini nel Pd e’ un errore perche’ segna un colpo al secondo “partito della Nazione” che sarebbe auspicabile nascesse: quello di centrodestra. E questo, e’ bene ripeterlo, non e’ un bene per Renzi. Lui e’ intelligente abbastanza per capire che il suo disegno di modernizzare il Pd ha un contraltare: occorrerebbee che si modernizasse anche l’opposizione. Un partito della Nazione di centrosinistra non potrebbe efficacemente governare se l’opposizione non evolve e se resta prigioniera dell’estremismo e, persino, di visioni volgari della lotta politica quali sono quelle della Lega, dei 5 stelle, di settori di Forza Italia e dell’estremismo di sinistra. Occorre che nasca il partito della Nazione di centrodestra, affidabile, riformista, liberale ed europeo, come quello che esiste sul centrosinistra. Per questo sarebbe meglio che Alfano e Verdini non dichiarassero la loro adesione al centrosinistra. Che appoggiassero, per un tratto, le riforme di Renzi ma si dedicassero alla costruzione del Partito della Nazione di centrodestra. Cosi’ la modernizzazione italiana e il riformismo di Renzi potrebbero dirsi veramente compiuti.

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Quando Parigi valeva una messa. E pure due. 

Verdini e’ una scusa. In Spagna i socialisti hanno iniziato a discutere con Podemos ( estremisti di sinistra) per formare un governo ma hanno dovuto arrendersi e, ora, dialogano con un partito centrista come Ciudadanos. In Francia, alle elezioni regionali recenti, per la prima volta e’ scesa in campo la dsistenza e il patto “repubblicano” tra socialisti e destra moderata gollista contro l’estrema destra. In Germania i socialisti sono al governo con il centro. In Grecia la sinistra, per restare al governo, si e’ clamorosamente divisa dagli estremisti e ha fatto ricorso ai voti del centrodestra . Dovunque in Europa si governa con il rosa moderato, con l’ealleanza con la destra moderata e con il centro-sinistra. E non con la sinistra. In Italia il Pd puo’ governare, per i numeri al Senato, solo contando sui voti del centro e di una parte della destra. Altrimenti va a casa. Nel passato, prima che arrivasse Renzi, alcuni leader della minoranza Pd ( D’Alema in primis) tenevano lezioni sulla necessita’ che, nella prospettiva del governo, il partito della sinistra fondasse la sua politica sulle “alleanze al centro”. sul centro-sinistra (col trattino). Parigi ( il governo) valeva bene una messa. E pure due. Ora che c’e’ Renzi la minoranza Pd ha abbandonato una delle idee forza della storia della sinistra di governo fino all’Ulivo ( compreso): la centralita’ delle alleanze al centro. In tutto il mondo se la destra si spacca ( Verdini) per sostenere la maggioranza di sinistra, quest’ultima esulta.  Tutti la prendono come una vittoria della sinistra. Qui da noi diventa una sconfitta. E la minoranza del Pd si straccia le vesti. Roba da pazzi.  In Italia se la maggioranza di centro-sinistra vota compatta su un tema strategico di riforme ( unioni civili) la minoranza Pd insorge. Fa credere che per lei sarebbe stato meglio la rottura della maggioranza e la crisi del governo. Tutto questo e’ politicamente demenziale. La minoranza Pd, unica in Europa, vive con fastidio l’unica condizione che oggi consente, nel nostro continente, una sinistra al governo: l’alleanza con il centro, con i moderati e con una parte della destra. Una politica che, per decenni, e’ stata un must per la sinistra di governo. ora e’ abbandonata. E per che cosa? Non e’ dato vederlo. I numeri sono quelli che sono: o si governa con parte del centro e della destra o si va a casa. Non ditemi che D’Alema e soci sono diventati in vecchiaia cosi’ puristi da avere a noia alleanze di centro-sinistra. Loro le farebbero subito appena sbarcato Renzi. O no?

Sinistra? Archeologia. 

Rossi si candida a segretario del Pd alternativo a Renzi. Ovviamente lo fa ripetendo il solito mantra: lui e’ la vera ” sinistra”, lui e’ contro la diseguaglianza e bla bla. Mantra, appunto. Parole vuote, segnali per allodole, buttate li’ solo per acchiappare polli. Un politico serio e moderno dovrebbe smetterla di giocare con le parole. E’ un vizio solo italiano. Provinciale e moralmente indecoroso. E antico. Rossi, invece di dirci in che cosa esattamente si oppone a Renzi e in che cosa,mesattamente, si distingue da lui e che cosa, esattamente, propone di diverso, quali riforme e con che mezzi, evoca. Butta li’ parole vuote, richiami per uccelli- sinistra, diseguaglianza e bla bla cantando- e crede di avere detto qualcosa. E’ solo un difetto italiano questa politica ideologica, fatta di richiami simbolici, di genericita’ strombazzate- sinistra, diseguaglianze e bla bla- con l’aria di presentare una visione del mondo. Un’idea farlocca e parassitaria della politica: parole vuote ( sinistra, diseguaglianza e bla bla) opposte al duro lavoro del politico moderno che dovrebbe indicare soluzioni, idee concrete, riforme per tutti. Cose che, prima di essere di sinistra o di destra, dovrebbero essere efficaci, utili al paese, di interesse nazionale. Non sappiamo piu’ che farcene di parole- sinistra, destra, centro- se non accompagnate, da concrete e verificabili politiche di governo. E poi, consentitemi, uno del Pd avrebbe il dovere morale di ricordarsi di una cosa: il Pd e’ il progetto di un partito che non e’ nato per essere un partito di sinistra. Dimenticarsene e’ una condotta, persino, eticamente, discutibile. Il Pd e’ nato, costitutivamente, come una formazione piu’ larga della vecchia sinistra. Esso doveva unire famiglie politiche, progressiste e popolari, oltre la tradizionale sinistra democratica che proveniva dal Pci: quella cattolico-popolare della tradizione Dc e quella di componenti laico-democratiche della tradizione azionista. Il Pd e’ nato per essere una cosa nuova: non un vecchio partito di sinistra ma un nuovo partito di centrosinistra. Cosi’ vi eravate presentati. Ora, per combattere Renzi, siete regrediti alla “sinistra”. Ma e’, appunto, una regressione: un tradimento delle intenzioni originarie, un salto all’indietro, un ritorno al passato, al secolo scorso. Una sconfitta. Se devo tornare al secolo scorso, se devo regredire alla “sinistra” contro il progetto di un moderno “centrosinistra”, allora mi tengo Renzi. Con tutti i miei dubbi. L’archeologia a me piace studiarla e visitarla. Non praticarla. 

Non c’e’ un Umberto Eco. Ma almeno due o tre

Naturalmente nella melassa generale del cordoglio si perde di vista la misura. Eco e’ stato un grandissimo ma in fasi, modi e tematiche diverse. Io ne fisso la grandezza in due libri che, tra loro, non hanno alcunche’ in comune. Tra i due libri c’ e’ una lunga costruzione culturale fatta di luci ed ombre. E di qualche caduta cultural-politica molto conformista e ideologica. I due libri sono: “Apocalittici ed Integrati” (1964) e “Il nome della Rosa” (1980). Non hanno niente in comune. Con il romanzo del 1980 Eco eleva a genere un mito, quasi archetipo, della nostra sensibilita’ di moderni: il fascino del mistero del medioevo. Che altro non e’, per noi, che il contenitore di fascinazioni ancestrali: la forza dirompente del fondamentalismo religioso; il contrasto assoluto tra legge divina e corporalita’ e passione umana; il mito della magia. La grandezza epocale de “Il nome della Rosa” non sara’ mai piu’ raggiunta. Ma il modello lettarario che inaugura e’ entrato, a mio avviso, nell’eternita’ dell’ispirazione letteraria. L’altro libro-monumento, per la mia generazione, e’ “Apocalittici e Integrati” del 1964. Oggi gli eredi incanutiti della “cultura di sinistra” degli anni 60, impegnati a celebrare Eco, fanno finta di dimenticarlo: quel libro fu combattuto a sinistra. Da quegli stessi intellettuali che oggi, sui giornali e in tv, incensano Eco. Il suo saggio del 64, il vero manifesto della filosofia di Umberto Eco, smontava tutta l’impalcatura della demonizzazione da “sinistra” della cultura di massa, dell’industria culturale, dei prodotti di essa. Eco liquidava il neomarxismo della Scuola di Francoforte, il vero serbatoio culturale della critica anticapitalistica della cultura di massa. E metteva in luce le positivita’ “democratiche” del consumo culturale: la fruizione culturale non piu’ ristretaa ad elites, la modernizzazione dei contenuti culturali, il salto qualitativo dei consumi culturali; l’abolizione delle barriere fisiche della loro fruizione, la spinta alla mondializzazione del loro consumo contro l’anacronismo dei confini e dei conflitti del primo 900. Eco ebbe una funzione liberatoria verso gli ideologismi, l’elitismo e gli arcaismi della sinistra culturale. E rileggittimo’ la cultura di massa e i suoi prodotti. Ecco il mio Eco. Che non si e’ pero’ sempre ripetuto. E, col tempo, ha perso di smalto modernizzatore. A mio avviso avrebbe, ad esempio, potuto lavorare ad una nuova versione di Apocalittici ed Integrati applicata ad Internet e al web. Peccato, invece, che si e’ limitato ad una frase banale e un po’ acida: quella sul web come moltiplicatore di stupidita’. Definizione da apocalittico nostalgico. E poi i girotondi: l’Eco che marciava con Zagrebelskji e Travaglio fu una delusione. Anche li’ fu apocalittico. E, in nome dell’antiberlusconismo, contraddisse le sue lezioni del 64 e ando’ in soccorso alle elites. 

Altro che sinistra! 

Si puo’ e si deve criticare il governo. Ma non e’ da sinistra che si puo’ farlo. La minoranza Pd farebbe bene a chiedersi se essa ha le carte in regola per proporsi come alternativa a Renzi. Per me no. Finche’ continua ad inseguire il mito di una critica da “sinistra” alle politiche di Renzi. Se una critica si puo’ fare a Renzi, essa viene da tuttaltro versante. Anzitutto: la sinistra prenda atto che nessun governo della storia dell’Italia repubblicana, tranne solo i governi del primo centrosinistra 58/64 (cui i comunisti, sbagliando, si opposero), ha mai avuto un tale ritmo “riformista”: sul lavoro, sulla scuola, sulle tasse, sul Sud. In soli due anni, il governo Renzi, vanta un numero di riforme inedito per i tempi lenti e pachidermici dei governi italiani. Tutti: di destra, di centro e di sinistra. Gli antirenziani del Pd hanno una colpa inimmaginabile e sorprendente, per gente che proviene dalla grande scuola politica del Pci e della Dc: avere immaginato che Renzi potesse essere criticato e combattuto ( e, magari, rovesciato) da posizioni e motivazioni di “sinistra”. Come loro stessi si affannano a dire. Errore fatale. “Sinistra” ( come destra) e’ oggi un termine vago, inafferrabile, ondivago. Se uno si sforza di sintetizzarne il senso riesce a indicare solo slogans generici e vaghi riferimenti pre-politici ( i poveri, gli ultimi, ecc). Niente che si traduca in “riforme” possibili e politiche concrete. Vacuita’. Nel tentativo di trovare opposizioni da “sinistra” a Renzi, la minoranza Pd ha abbracciato tutte le cause perse e cervellotiche di questi ultimi due anni: i mal di pancia sulla riduzione delle tasse; il populismo e l’antiausterita’ (cioe’ il rigore sui conti pubblici ); il no ad ogni riforma; lo scioperismo ormai svuotato dell’afasica Cgil; lo sconfittismo della Fiom; l’illusione di Syriza. Tutte cause perse e inutili. Nella sostanza la minoranza Pd, nel tentativo cervellotico di apparire di “sinistra”, ha finito per perdere ogni autonomia politica, ideale e programmatica ( l’errore che il Pci non fece mai) dal massimalismo ( inutile) politico e sindacale. Ha dimenticato una cosa fondamentale: il progetto del Pd. Che non era il progetto di un partito di “sinistra”. Ma di un nuovo e originale partito di “centrosinistra”. Ha lasciato a Renzi la difesa di questo fondamentale motivo “strategico” e ideale. Per accucciarsi nella piccola e inconsistente definizione di “sinistra” ha lasciato a Renzi la prateria dell’innovazione, della modernizzazione culturale e del cambiamento di campo: dalla “vecchia” sinistra al “nuovo” centrosinistra. Cioe’ il progetto originario del Pd. E ha detto a tanti di noi ( che renziani non sono): “lasciate ogni speranza voi che entrate…noi non siamo il Pd, noi siamo solo l’antica e solita sinistra”. Vero, giovene Speranza? Oggi, nel centrosinistra, si avverte invece l’assenza di un’altra posizione critica, opposta a quella minoritaria e ideologica della minoranza Pd: quella alle incertezze e ai passi indietro di Renzi: sul ritmo del completamento delle riforme, sul progetto europeo, sulle innovazioni di politica economica (deficit, debito pubblico). Cercasi critica a Renzi sulla coerenza di una piattaforma di centrosinistra e di partito della Nazione. Altro che sinistra! 

 

Isolati! 

Inutile negarlo: oggi in Europa siamo ridiventati un po’ antipatici, molto inutili e, percolosamente isolati. Speriamo che Renzi si corregga presto. E abbandoni la posizione inconcludente e velleitaria su cui si e’ messo. La sua polemica e’, purtroppo, non solo sbagliata. Ma, anche, priva di Sbocchi. Ci stiamo solo mangiando il capitale di credibilita’ europeista che anche Renzi aveva contribuito a rafforzare, insieme a Monti e Letta, dopo i disastri di Tremonti e Berlusconi. Agitiamo velleitariamente la richiesta di rivedere le regole sui salvataggi bancari. Infastidendo persino Draghi e la Bce. Nessuno ci segue su questa richiesta che finira’ nel nulla. Stiamo solo alimentando il sospetto “tragico” ( e falso) che facciamo tutto cio’ per una preoccupazione sullo stato delle nostre banche. Che invece e’ solido. Stiamo enfatizzando la polemica contro i tedeschi che vorrebbero un limite alla quantita’ di titoli pubblici di un solo paese posseduto dalle banche nazionali. Una polemica assurda. E’ stata proprio questa pratica degenere, di usare le banche nazionali come bancomat dei propri titoli pubblici, a far esplodere il debito italiano. L’alternativa al bancomat e’ rendere acquistabili i nostri titoli dai compratori internazionali attraverso riforme politiche economiche virtuose ( sulla spesa pubblica, il deficit e il debito) . Senno’ si da’ l’impressione che si vuole solo continuare a usare le banche come depositi di titoli pubblici in soprannumero emessi per continuare a spendere in deficit. Il che, amici cari, sottrae anche credito bancario a cittadini e imprese. Ci stiamo isolando. Battibecchiamo con la Germania. Parliamo di asse con la Francia. Che non c’e’: la diplomazia di ferro Francia-Germania e’ l’unico vero e intangibile asse esistente in Europa. Che ne’ Francia e ne’ Germania metteranno mai in discussione ( per fortuna dell’Europa) e, men che meno, per fare assi con l’Italia. Come fa Renzi, ingenuo, a non saperlo? Strizziamo l’occhio a Cameron e ai suoi pugni sul tavolo dell’Europa con la minaccia della Brexit. Ma qui c’e’ un colossale equivoco di Renzi. La Gran Bretagna conservatrice non chiede, come invece facciamo noi, qualche misera concessione di flessibilita’ sulle presunte politiche di austerita’ europee. Al contrario. Cameron vuole cancellare i vincoli di spesa che derivano dalle misure “sociali” europee ( esempio il welfare sull’immigrazione ) per continuare la sua politica di “spending review”, di riduzione del deficit, di abbattimento delle tasse che da’ al Regno Unito la crescita piu’ alta e il tasso di disoccupazione piu’ basso in Europa. Cameron, insomma, chiede l’opposto di cio’ che chiediamo noi. Questa polemica antieuropea, convinciamocene, non porta a nulla. Resteremo con le pive nel sacco. E solo con il bollino ( che ci eravamo tolti) dei “soliti italiani” : spendaccioni, sempre a ballare sul ciglio del baratro del deficit e del debito, che confondono ( per comodita’) l’austerita’ con il lassismo sui conti pubblici. E in questa “diffidenza”, sapevatelo, non avremo amici e sodali. Certo non i tedeschi. Ma neppure, scommetteteci, francesi e inglesi. E credo, oggi, neppure il bravo Tsipras. Che e’ diventato buono e misurato. 

Renzi sbaglia

Monti ha ragione. Per molti versi la polemica di Renzi contro l’Europa e’ sterile. Non sono chiare le motivazioni e gli obiettivi. L’Italia di oggi non e’ nelle condizioni della Grecia di un anno fa. E Renzi non sta chiedendo radicali modifiche dei patti e della politica monetaria. Sta chiedendo, anzi sembra che chieda solo maggiore flessibilita’. E questo non motiva i toni derisori con cui Renzi parla oggi dell’Europa. Per questo l’impressione e’ che la polemica sia strumentale: ci si prepara, con tiri ad alzo zero contro l’Europa, a crearsi un alibi per l’ennesima debole performance dell’Italia in termini di crescita. Fosse cosi’ Monti avrebbe ragione: l’Italia abbandonerebbe la sua tradizionale collocazione tra i paesi leader della costruzione europea per collocarsi sulla sponda di quelli che vivono con fastidio l’unificazione. E che guardano solo a come difendersi dall’Europa. Sarebbe un cambio a 360 gradi della politica italiana. Sono parecchie le cose che l’Italia ha promesso e non ha fatto. E se fossi un tedesco o anche un inglese, cui Renzi occhieggia con simpatia verso la Brexit, rimprovereri al leader italiano parecchie cose. Anzitutto la mancata spending review. E poi l’immobilismo si temi del deficit e del debito. I nostri conti continuano a non essere in regola. I compiti a casa non li abbiamo fatti tutti. Renzi non dovrebbe dimenticare che ci tiene in piedi una cosa sola: la politica della Bce, con il quantitative easing, di acquisto di titoli pubblici. Una politica e una scelta europea per il tramite di Draghi. Ricordiamoci quando facciamo la voce grossa contro le resistenze tedesche ad offrire la garanzia europea alle crisi bancarie. E poi. La stessa richiesta di Renzi di una maggiore flessibilita’ sui conti e’, parliamoci chiaro, una regressione. Fu Renzi per primo, contro gli euroscettici e gli estremismi greci, a dire che la flessibilita’ non va richiesta sui conti ( deficit e parametri di stabilita’) ma solo sulla spesa per investimenti. Ora siamo noi a chiedere invece, genericamente, la flessibilita’ sui parametri. Temo che, se continua cosi’, l’Italia per la prima volta dopo Monti e Letta, rischi di tornare ad essere quello che era ai tempi di Berlusconi: un paese non affidabile per la tenuta europea, ondivago e protestatario. Che alza la voce per evitare di fare le riforme e continuare comode politiche spendaccione. Che, elettoralmente, pagano di piu’. Ma, economicamente, ci mantengono nella stagnazione. 

La Rivoluzione del Lavoro

Un mio articolo su Il Foglio di oggi

La Apple sbarca a Napoli. E la Cisco, addirittura, va a Scampia. L’effetto e’ la sorpresa. Con lo smarrimento dei piu’ smart e il malizioso arrovellarsi sui perche’ di tali eventi controintuitivi. E se stessimo, invece, assistendo ai primi segni di una mutazione? Imprevista dalla letteratura economica e che sta cambiando, come dice il titolo di un libro fortunato, la geografia del lavoro ( Enrico Moretti La Nuova geografia del lavoro, Mondadori)? Fosse cosi’ ci sarebbe molto da ripensare. E molto da riscrivere nelle attempate e incanutite recitazioni sul Mezzogiorno, sui divari territoriali e sulle politiche per lo sviluppo. Nel saggio di Moretti si agitano tre protagonisti: la citta’, intesa come un nuovo ecosistema localizzativo, i prodotti e i servizi innovativi e persone portatrici di skills, laureati e specializzati. L’interazione di questi tre fattori, argomenta Moretti, sta portando a trasformazioni sociali impreviste, ad una vera rivoluzione. Tale da indurre a riscrivere la dinamica della distribuzione dell’industria e della ricchezza. Con fantastica dovizia di dati e descrizioni di case studies territoriali, il libro descrive un ridisegno in atto della geografia economica del lavoro. Il cui motore e’ l’innovazione. E i cui attrattori sono le citta’, “ecosistemi urbani”, come le definisce l’autore, che si presentano come ricettori, in competizione tra loro, per attrarre la randomica dislocazione del piu’ potente fattore produttivo in atto: il capitale umano. Mosso, principalmente, nelle sue decisioni localizzative da pochi comprensibili drivers: un buon salario e incentivi immateriali (soddisfazione culturale, un decente sistema sanitario, fitness, benessere ambientale, incremento delle proprie skills professionali ecc). Visti dal lato del saggio di Moretti, ogni altro fattore fisico tradizionale (sostegni monetari alle imprese che si localizzano, facilitazioni fiscali, dotazione infrastrutturale ecc) passa in secodo piano. Pur senza scomparire, ovviamente. Quella indagata da Moretti e’ una vera rivoluzione. Che, naturalmente, inizia e ha sede negli Usa. Del resto se delle prime 20 societa’ piu’ capitalizzate al mondo,16 sono americane e delle prime 10 ben sei sono le majors di Internet, qualcosa vorra’ dire. Moretti e’ ottimista: il caso americano non e’ isolato. Al fondo degli effetti della grande crisi iniziata nel 2008, la rivoluzione dell’innovazione si estendera’, inevitabilmente, alla vecchia e lenta Europa. Che dovra’, anch’essa, rivedere la propria geografia del lavoro. E chissa’ che il sud europeo, analogamente a cio’ che Moretti mostra di quello americano, dove citta’ come Atlanta, Dallas, Houston, Austin hanno conosciuto una poderosa trasformazione, non possa sperimentare, grazie all’innovazione, una “rimonta economica”. Chissa’ che la Apple e Cisco a Napoli non ne siano un’avvisaglia. La letteratura economica sull’innovazione, anche quella piu’ ottimistica ha ruotato, dalla fine degli anni 70, intorno ad una convinzione malthusiana: la dinamica della tecnologia, e dei posti di lavori creati dall’innovazione, non avrebbe mai compensato, quantitativamente, quelli che si sarebbero persi con il declino della vecchia manifattura, quella dell’industria e dei prodotti del 900. Nell’immaginario degli economisti (e dei sociologi e degli esperti di tecnologia ), la natura, prevalentemente, piccola e concentrata dell’azienda innovativa e del mondo pullulante delle start-up tecnologiche, non sarebbe mai riuscita a replicare le dimensioni, e il numero di occupati, della General Motors o della General Electric. Oggi quest’ultima arranca, nella piramide della Borsa mondiale, dietro Apple, Google, Microsoft. Ed e’ incalzata da Amazon e Facebook. La convinzione degli esperti si e’ rivelata una credenza. Fallace. Essa e’ servita ad alimentare un residuo anticapitalismo critico della globalizzazione. E ingessato da alcuni dogmi resistenti: quello che la geografia del lavoro avrebbe inseguito, con la delocalizzazione, il costo (basso) del lavoro; quello che la manifattura sarebbe diventeta solo una “cintura di ruggine” nelle tradizionali aree industriali dell’Occidente; quello che l’industria innovativa sarebbe troppo costituzionalmente piccola per riuscire a bilanciare la devastazione delle tute blu; quello che le economie sviluppate sarebbero “crollate” sotto il peso di una terziarizzazione a bassa produttivita’ conseguente alla deindustrializzazione; quello della dinamica della ricchezza che, abbandonato l’investimento produttivo per inseguire le convulsioni selvagge e i capricci del capitalismo finanziario (l’economia di carta) avrebbe divorato l’economia reale; quello, infine, che li riassume tutti: questa dinamica di deindustrializzazione e finanziarizzazione avrebbe creato una piramide inedita di diseguaglianze, dalla base troppo fragile per garantire stabilita’ al sistema. E’ il mondo di Piketty. Che, senza citarlo mai, Moretti distrugge con chirurgica e certosina incisivita’. Mostrando, con una impressionante e documentata descrizione di success cases economici, in ogni luogo del vasto continente americano, un altro racconto della globalizzazione. In esso l’economia reale non scompare affatto e non e’ mangiata da quella di carta. La cinematografia e la letteratura dei raiders di Wall Street, degli inebetiti disoccupati della Lehman Brothers con i loro scatoloni sottobraccio, delle manette ai giocatori di Borsa, della paura della Cina, insomma, l’America dei sub-prime e delle bolle, fissata dalle immagini del 2007/2008, ha distorto la realta’. L’America reale era un’altra. Anche nella crisi. Stava sotto i nostri occhi e non ce ne siamo accorti. Tramortiti dalla crisi monetaria e dall’illusione ottica della fine dell’economia reale. L’irruzione, sulla scena dell’economia globale, dell’innovazione e la diffusione dei prodotti e dei servizi innovativi stava disegnando una “redistribuzione senza precedenti di impieghi, popolazione e ricchezza”. E in una direzione non piramidale e, banalmente, dicotomica come pretendono i neo-marxisti. Ma con un sommovimento, profondo e complesso, del mercato del lavoro, delle sue dinamiche e della sua distribuzione territoriale. Nella nuova America di Moretti, la “ruggine” e’ visibile ancora sulla vecchia archeologia industriale di Detroit o Cleveland, come in una vecchia fotografia. Ma la nuova economia reale, basata su conoscenza e innovazione, cresce a ritmi travolgenti. Moltiplicando lavori e ricchezza. Anche negli anni della crisi. Consegnando una nuova geografia del lavoro. Fatta di un’espansione iperbolica di posti di lavoro nell’innovazione che pullulano in nuove citta’ o in territori che hanno ridefinito la propria identita’. La lettura malthusiana della globalizzazione risulta spiazzata da questa trasformazione americana. Prendiamo la Apple. Oggi un IPhone vi arriva confezionato direttamente dalla Cina. Tutti hanno visto o sentito parlare di Shenzen, la citta’ di “un grattacielo al giorno” o del terzo aeroporto al mondo costruito in soli tre anni, dove in un modernissimo stabilimento-citta’ di 400.000 persone si assembla l’IPhone. Mentre a Taiwan e a Singapore si fabbricano i componenti elettronici, cuore della piccola macchina. Se si osserva la catena del prodotto, nota Moretti, “forse un solo lavoratore americano ha toccato con mano l’IPhone che state utilizzando”. Che, da questo punto di vista, sarebbe decisamente un prodotto cinese. Ma tutto cio’ che e’ “cervello” nell’IPhone- disegno, progettazione, ingegnarizzazione, software e applicazioni- ha sede negli Usa. Per ogni IPhone venduto nel mondo, negli Usa ritorna un valore del prezzo imparagonabile con quello percepito dai costruttori cinesi. E questo, forse, si sapeva. Non si sapeva (e non si credeva), invece, che quel valore tornato alla base generasse un numero di posti di lavoro, in alto e in basso nella piramide del mercato del lavoro, economia reale, che sopravanza il numero dei lavoratori di Shenzen. Shenzen non rimpiazza Cupertino o la Silycon Valley. Il lavoro in Cina, a Taiwan o Singapore non si traduce in carta o finanza in America. Ma in posti di lavoro americani reali e ben retribuiti. E a centinaia di migliaia. Un caso di win-win nel trade-off tra Usa e Cina o economie asiatiche. Altro che deindustrializzazione. Per descrivere la globalizzazione dell’industria innovativa, serve piuttosto la teoria economica ricardiana dei “vantaggi comparati”. Invece che quella dell’impoverimento malthusiano. I posti di lavoro cancellati nell’old economy sono rimpiazzati da quelli nell’advanced manifacturing. E la bilancia dei numeri e’ a somma positiva. E’ curioso: le tute blu americane sono numericamente discese (dal picco dell’industrializzazione del 900, che il libro di Moretti fissa nel 1978) ma oggi ognuna di quelle tute blu fabbrica beni per 180.000 dollari: il triplo del 1978. Numericamente ridotti, per effetto della disoccupazione da tecnologia, ma immensamente piu’ produttivi. E meglio pagati. E se gli operai diretti, le tute blu, declinano in numero e lievitano in salario, per altre parti del mercato del lavoro funziona il contrario: aumentano in numero e in salario.

La economia della conoscenza moltiplica i posti di lavoro. E con essa i salari. Il pessimismo malthusiano dell’inevitabile disoccupazione e impoverimento da tecnologia, non funziona. Sono almeno tre i settori industriali in cui l’advanced manifacturing si va rivelando come una potente leva di ri-localizzazione di posti di lavoro: quello della nuova industria delle piattaforme smart di comunicazione, delle tecnologie informatiche, della robotica, delle biotecnologie, dei prodotti sanitari, dei nuovi materiali, delle nanotecnologie; quello della grande manifattura “strategica” che non si delocalizza mai: l’industria tecnologica della difesa, ad esempio, o dell’ aerospaziale; quello dei servizi innovativi, in ogni settore in cui si esprime una domanda di prodotti nuovi: dalla sicurezza all’ambiente, all’intrattenimento, al marketing e alla finanza. Nella sostanza, scrive Moretti, nell’economia della conoscenza “qualsiasi occupazione capace di creare nuove idee e nuovi prodotti” si rivela pervasiva e moltiplicatore di posti di lavoro. E “attrae” insediamenti poduttivi e domanda pagante. Altro che deindustrializzazione e crisi. Niente si rivela, invece, piu’ storicamente potente che la forza creativa del capitale umano, il booster dell’innovazione e della sua mercanzia. E’ curioso per i crollisti neo-marxisti: il primo a intuire la forza espansiva del capitale umano, della conoscenza, del general knowledge, fu Karl Marx. Che lo chiamava ricchezza concentrata dal potenziale inestimabile per lo “sviluppo delle forze produttive”. Torniamo a Napoli. E alla Apple. Alcuni hanno storto la bocca alla intenzione del colosso di Cupertino: piu’ che capannoni, localizzare a Napoli la formazione di sviluppatori, i creatori delle fantastiche applicazioni dell’Apple store. Eppure e’ quella la vera forza degli oggetti di Apple: l’ingegneria che crea applicazioni, che sviluppa la rete e crea fidelizzazione agli oggetti di Apple. Ed e’, anche, il suo segmento di lavoro e di capitale umano non solo meglio pagato ma, anche, piu’ pervasivo e moltiplicatore di sviluppo. Dunque: meglio la formazione che il capannone. Anche per Napoli. Nel tradizionale meridionalismo con la sua metodologia per la riduzione dei divari territoriali, i drivers della localizzazione industriale sono un complesso di strumenti “fisici” e materiali (diaponibilita’ di aree dedicate, attrezzatura di esse, infrastrutture di trasporto, incentivazione fiscale, sostegno al capitale fisso ecc) che definiscono l’attrattivita’ dell’area e stabiliscono la plausibilita’ di un investimento. Questo valeva, in forme variegate, per ogni tipologia di industria. E qualunque fosse la sua dimensione. Non e’ che oggi tutto questa strumentazione non serva piu’. L’oppressione fiscale e l’inerzia amministrativa saranno sempre un handicap formidabile alla localizzazione in Italia. Ma, quando si parla di industria innovativa o di advanced manifacturing, la variante veramente decisiva diventa il capitale umano. Oltre che per l’investimento materiale, le politiche pubbliche devono creare attrattivita’ per esso: per persone professionalmente attrezzate che possano scegliere di localizzarsi in un’area prescelta. E qui la citta’ e l’attrattivita’ dell’ ecosistema urbano hanno una funzione preminente. Grazie alla possibilita’ di presentare: offerta culturale; reti alwais on; prossimita’ di sedi universitarie, presenza di clusters innovativi, ecc. La cosidetta politica industriale, nelle aree in ritardo, dovrebbe accompagnare ai tradizionali contenitori “fisici” nuovi stimoli, diretti ai fattori immateriali dello sviluppo: privilegiare l’apertura territoriale dei

centri di conoscenza ( universita’, centri di ricerca, istituti formativi, scuole specializzate), investire sulla dotazione ambientale e culturale di un luogo urbano; offrire ingegneria finanziaria e trattamenti incentivanti ai “cervelli” (sostegno fiscale dei brevetti, start-up innovative, hubs dell’innovazione, distretti tecnologici). La lezione americana del libro di Moretti e’ questa: anche citta’ in precedente declino o del tutto nuove o, tradizionalmente, anonime possono “rimontare”. La re-industrializzazione non segue piu’ i canoni delle tradizionali metodologie dello sviluppo. E’ piu’ randomica. E, almeno, per l’industria e i servizi innovativi fa leva, piuttosto, su fattori “non fisici”, immateriali, della localizzazione: la capacita’ di un luogo di attrarre persone qualificate. E attrarre non significa solo ospitare “cervelli” da fuori ma anche impedire che i nativi piu’ capaci vadano via. Attenzione: molte citta’ meridionali, da questo punto di vista, non sono deserti infrequentabili. Ma presentano un ecosistema urbano che per storia e natura possono avere, per persone qualificate, un loro aspetto “interessante”. L’esempio americano del saggio di Moretti puo’ cambiare i termini tradizionali della discussione sui divari italiani. La possibilita’ della Apple a Napoli dovrebbe indurre ad un cambio di mentalita. Chi ha detto che a trainare la rimonta del sud non possano essere, nella nuova economia dell’innovazione, le sue citta’? A partire dalla sua capitale?

Stralciate quella norma. 

La step child adoption non c’entra nulla con le unioni civili. E’ una norma che surrettiziamente e’ stata messa li’ per altre ragioni. Solo politiche: avere il voto dei 5 stelle ( che ora non e’ piu’ sicuro ) e mettere, nella legge sulle unioni civili, qualcosa che le facesse apparire equivalenti al matrimonio. Perche’contenevano qualcosa ( le adozioni omosessuali) che apriva alla genitorialita’ omosessuale. Ipocrisia: non si ha il coraggio di parlare di adozioni omosessuali. E si introduce il tema per vie traverse e surrettizie: la step child adoption. Peraltro, fatto ancora piu’ grave, in una forma che fa pensare alla legalizzazione dell’utero in affitto. Tutto molto discutibile e antipatico. L’adozione omosessuale non e’ mai stata obiettivo di chi proponeva le unioni civili. Tantomeno del Pd. Che, in tutte le sue componenti ( compresa la minoranza di sinistra) era stato chiarissimo nei programmi e nei propositi: si alle unioni civili come tutele sociali delle coppie omosessuali; no al matrimonio e alle adozioni omosessuali. Poi tutto si e’ confuso e complicato per puro calcolo politico: prendersi i voti dei 5 stelle; cedere alle lobbies delle organizzazioni omosessuali. Il che ha reso questa legge sulle unioni civili una babele ipocrita. Compiendo un capolavoro: mettere in pericolo una cosa su cui tutti erano daccordo, le unioni civili. Sconcertante. Occorrerebbe ristabilire la verita’ e la chiarezza: la genitorialita’ non e’ tema delle unioni civili che si occupano di tutele sociali delle coppie omosessuali; la step child adoption non e’ tema delle coppie omosessuali ma di tutte le coppie, anche etero sessuali, e andrebbe regolata in una nuova norma sulle adozioni. Ancora piu’ grave e’ che tale tema, in questa legge, viene introdotto con il fondato sospetto di una surrettizia legalizzazione dell’utero in affitto. Tirate fuori le adozioni dalla legge. E affrontatele, invece, in un diverso contesto: quello di una nuova regolazione delle adozioni. Questa si’ urgente. Renzi ritorni al suo programma e stralci le adozioni dalla legge sulle unioni civili. E si impegni a risolvere il vero problema delle adozioni. Che non e’ l’utero in affitto. Ma la tragedia immorale che le adozioni sono diventate per migliaia di famiglie e bambini: per i costi, i tempi e la farraginosita’. 

Spariti tutti. 

Oggi Bini Smaghi sul Corriere dice due verita’ indigeste. La prima: nonostante occasioni irripetibili- bassi tassi per la politica BCE, prezzi dell’energia in calo, debolezza dell’euro, politica fiscale espansiva del governo- l’Italia e’ ferma al palo: non cresce. E l’ottimismo di Renzi inizia ad appare un po’ stucchevole. E di maniera. E fa apparire un po’ cortina di fumo e strumentale la polemica verso Bruxelles e la Germania. Che, in realta’, con le ragioni della bassa crescita italiana di oggi c’entrano poco. I guai sono nazionali. La grande spinta innovatrice, che porto’ al Job Act, sembra essersi arenata un po’. E, nonostante la voce grossa che vogliamo fare verso la Germania, non ci siamo veramente messi in regola con i compiti a casa: il deficit sale, il debito pure e la spending review e’ un pallido ricordo del passato. E poi la vera palla al piede: la produttivita’. Il paese non riesce a ridiventare competitivo e ristagna in una permanente condizione di bassa produttivita’. Cosi’ gli appelli di Renzi ai tedeschi a ridurre il loro avanzo commerciale sono un po’ patetici. Quelli potrebbero risponderci con una risata ironica, viste le nostre performances sulla produttivita’. Sarebbe ora che Renzi, oltre a prendersela con i tedeschi che fanno i loro interessi ( come faremmo tutti al loro posto) se la prendesse con qualcuno in casa nostra. Che non fa il proprio ( e nostro interesse). Chi? Sindacati e Confindustria, per cominciare. La produttivita’ del paese e’, soprattutto, affar loro. Loro potrebbero dare una mano. E non la danno. Stanno fermi al palo: silenti, impotenti, burocraticamente con le mani in mano. Che nostalgia per il grande sindacato nazionale, concertativo, collaborativo, di governo dei Lama, dei Marini, dei Benvenuto, dei Trentin. Oggi il sindacato e’ un gruppuscolo inutile. Come lo e’ la Confindustria. Non fanno, neppure, i loro interessi corporativi. Figuriamoci quelli del paese. E Renzi sembra appagato del loro silenzio e della loro impotenza: ” cosi’ non rompono….”. Invece si sarebbe bisogno, per elevare la produttivita’ del paese e stimolare la crescita, di una nuova stagione di accordi sindacali, fabbrica per fabbrica, ufficio per ufficio, per obiettivi comuni ( a padroni e lavoratori) di produttivita’, di crescita, di innovazione aziendale. Meno chiacchiere e piu’ collaborazione. Invece tutti fermi, tutti zitti, tutti ad occuparsi d’altro. E’ sparito pure Landini che, almeno, faceva folclore e stimolava a fare il contrario di cio’ che lui proponeva ( facendo cosi’, automaticamente, il bene del paese ). Spariti tutti. Ma, intanto, ce la prendiamo con la Germania.