E’ morale il silenzio? 

E’ giusto che un Papa militi? Si impegni? Oppure e’ giusto che, in nome dell’ecumenismo, della specificita’ della sua funzione universale, di pace ed amore, non pronunci mai il nome del nemico? E’ giusto dire, in nome dell’ecumenismo e della universalita’, che la Chiesa non ha “nemici”? Anche quando questi nemici, invece, ci sono, operano contro di lei e si manifestano con il genocidio dei fedeli? Nel nostro caso: l’ideologia dell’Islam radicale e il suo modello di organizzazione umana, la Sharia. E’ giusto che, in nome dell’ecumenismo, il Papa non nomini Israele e gli ebrei raccolti in un piccolo Stato tra i perseguitati del nuovo orrore? Questione delicata. Non e’ vero che i Papi sono impediti di farlo dal loro ruolo ecumenico, dagli obblighi di fratellanza universale e di esclusione di ogni contenuto divisivo, contingente, di politica dalla loro azione. Senza andare lontano nella controversa storia della Chiesa cattolica. E stando solo al 900.  Ci sono stati dei Papi che hanno ritenuto di pronunciare il nome del nemico e di caricarsi di un compito di impegno, militante e combattimento politico ed ideologico: Woytila e Ratzinger su tutti. Il primo contro il comunismo. Al punto di rischiare la vita per il ruolo simbolico e politico che assunse la sua battaglia di liberta’ per l’est. Il secondo, con la sua coraggiosissima battaglia teologica in nome di una religiosita’ razionale, della Chiesa post-Riforma umanista e illuminista opposta alla religiosita’ irrazionalista e illiberale dell’Islam. Questi due Papi furono criticati per il loro “impegno”. Ma, all’opposto, la storia ha criticato aspramente altri Papi per il loro “disimpegno” e silenzio sul nemico: Pio XII e il suo silenzio sulla persecuzione degli ebrei. Questione controversa, dunque. Non e’ vero, storicamente, che il metro dei Papi cattolici e’ il silenzio sul nemico. Del resto non e’ vero che questo Papa non parteggi politicamente. Anzi. Lo fa in modo esplicito quando si tratta dei temi sociali, geopolitici o ecologici. Non in modo ecumenico. Ma parteggiando per posizioni, idee, schieramenti umani contro altri. Con “impegno”. Perche’ davanti al peggior problema del nostro tempo, la guerra in nome di una religione, il Papa si ritrae dal pronunciare il nome del nemico? Eppure e’ stato lui a descrivere, quella attuale, come “terza guerra mondiale” non combattuta con gli eserciti ( non e’ vero. E’ combattuta anche dagli eserciti ). Com’e’ combattuta questa “terza guerra mondiale”? Secondo chi l’ha proclamata, il radicalismo e l’islamismo fondamentalista, e’ una guerra di civilta’, di religione, di visione del mondo. Lo dicono loro. E non si limitano a proclamarlo. Mentre si ammazzavano i cristiani in quel parco pakistano, a Islamabad migliaia di persone manifestavano contro il leader di quel paese per la sua intenzione di abbattere la Sharia, di eliminare il reato di blasfemia che porta i cristiani a processo in quel paese. E chissa’ cosa farebbero quelle persone se si pensasse di attenuare qualche legge contro le donne in quei regimi. Ora: non sarebbe questo il fronte da cui combattere la “terza guerra mondiale”? Quello della battaglia di civilta’ per abbattere la Sharia, per richiedere riforme legislative a favore delle donne? Per rivendicare la liberta’ religiosa? Un papa non puo’ parlare di armi, forse e’ vero, ma perche’ non deve parlare di civilta’? E di liberta’? 

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La banalita’ del terrore

Non ci abbiamo capito niente. La sindrome di Al Quaida e l’11 settembre avevano imposto una certa idea del terrorismo islamico. Terribile ma, anche, leggermente consolatoria. Era quella di un terrorismo, per cosi’ dire, 3.0: tecnologico, sofisticato, militarmente attrezzato, capace di attentati con effetti stragisti esponenziali. Come l’attacco alle Torri Gemelle, appunto. Ci si aspettava un’escalation che avesse le caratteristiche di attacchi militari sempre piu’ sofisticati, condotti da personale superecializzato e dal livello tecnologico dirompente. Si ipotizzavano attacchi chimici, nucleari e qualunque iniziativa militare, da parte di terroristi superesperti, potesse moltiplicare l’effetto distruttivo, depressivo e dirompente dell’attentato. Siamo stati spiazzati. L’Isis ha adottato una strategia opposta. Per certi versi e’ tornata alle origini del terrorismo e alla sua elementarieta’: niente di sofisticato ma una banale strategia omicida condotta con uomini semplici e indottrinati, piu’ fanatizzati che tecnicamente specializzati, che adottano mezzi distruttivi artigianali. L’Isis ha abbandonato le velleita’ di Bin Laden ed e’ tornata all’abc del terrorismo: non e’ tanto importante mostrare una potenza del terrorismo. Statale e mondiale come pensava Bin Laden. E’ importante, piu’ banalmente, mostrare psicologicamente la sua facilita’ di colpire. E’ meno importante stupire per potenza tecnica che deprimere il nemico con azioni, militarmente banali: sparare in posti affollati, farsi saltare in aria in un parco, far esplodere un edificio in un aeroporto, mettere una bomba in una stazione ecc). Come dire: terrorismo dozzinale. Difficilissimo da prevedere e bloccare. Tale per cui dai suoi colpi nessuno possa sentirsi al riparo. Questo tipo di terrorismo, dovendo colpire cittadini inermi, ha bisogno non di tecnica ma, quasi esclusivamente, di sola una cosa: un elevato grado di crudelta’ nei suoi autori. Il terrorismo attuale, infatti, rispetto a quello tradizionale differisce in una cosa: una diversa concezione dell’obiettivo. Per i terroristi tradizionali l’obiettivo erano i simboli del potere: divise, uomini politici, sedi del potere. Per i terroristi islamici di oggi l’obiettivo e’ la popolazione civile, ” miscredenti da punire”. In realta’ i capi terroristi puntano alla gente comune per uno scopo: moltiplicare l’effetto di terrore e paura, abbassare il tasso di fiducia della gente nelle istituzioni impotenti, minare le difese morali dei cittadini, screditare il potere perche’ incapace di difendere la vita quotidiana delle persone. Ma questa strategia richiede motivazioni forti in chi deve mettere una bomba e imbracciare un mitra o vestire una cintura esplosiva. Uccidere innocenti non richiede tecnici addestrati. Richiede, invece, molto odio. Meglio disporre, per questo terrorismo, di ignoranti privi di tecnica, fanatici, indottrinati all’odio che di sofisticati specialisti militari. Serve l’odio per portare ragazzi comuni ad uccidere persone comuni, donne, bambini, ragazzi. Serve piu’, per i capi terroristi, dotare gli adepti di un’ideologia politica, razzista e religiosa, che di manuali universitari. E’ l’ideologia fornisce il lievito dell’odio. Il Nazismo e la Shoa’ restano un manuale indelebile di studio per questo. E Niente riesce a fanatizzare e incrudelire delinquenti comuni o ragazzi di periferia come un’ideologia religiosa. I capi terroristi lo sanno. Per questo l’Islam radicale non e’, come dicono molti, un aspetto secondario dell’attuale terrorismo: e’ l’essenza di esso. E’ la benzina, il motore, il lievito perche’ fornisce al terrorismo, banale e privo di tecnica e sofisticazione di Parigi e Bruxelles, l’unica arma vera di cui ha bisogno: la motivazione. E cos’e’, per un giovane di periferia come i tanti della cellula di Molenbeck, piu’ motivante che le banali formule di odio e le comiche promesse religiose dell’ideologia dell’Islam? Accoppiato all’immagine televisiva dell’Isis intoccabile? Del Califfato che si fa beffe dell’Occidente? Questo terrorismo ideologico, fondato sull’odio, primitivo, animale, senza tecnica dell’Isis che, colpendo persone inermi e comuni nella loro vita quotidiana, punta a deprimere lo Stato e il rapporto di fiducia con i suoi cittadini, non e’, pero’, una cosa inedita. E’ quello che il terrorismo palestinese ha praticato, da sempre, verso Israele. Ecco la vera scuola dell’Isis all’estero. Gli attentati nelle nostra citta’ sono niente altro che una evoluzione elementare della tecnica del terrorismo palestinese e delle sue tattiche militari in uso da decenni. L’Isis e’ tornata alla pratica militare dell’Olp e di Hamas adattate all’ambiente di Parigi, Londra o Bruxelles. La Gaza dei terroristi o i tunnel omicidi sono diventate Mollenbeck e i suoi covi: luoghi di protezione e sede di preparazione da cui partono i commando . Per attentati, in fondo, artigianali. Condotti con mezzi “classici”: la bomba confezionata in casa, il mitra, la cintura esplosiva. Per colpire vigliaccamente, come in Israele, obiettivi facili: mercati, bar, bus, stazioni, aeroporti, ristoranti. Per questo tipo “palestinese” di attentati non c’e’ bisogno che i terroristi siano i freddi superspecializzati tecnici di Al Quaida (di cui, per i capi terroristi, e’ molto difficile dotarsi). Serve solo, appunto, che siano dotati di odio. Come quello che animava i terroristi palestinesi che facevano saltare aerei, sparavano in aeroporto, uccidevano per strada cittadini inermi, solo perche’ ebrei. Oggi la cosa e’ estesa ai cristiani e ai miscredenti (che poi saremmo noi tutti, indipendentemente dale nostre razze, fedi e convinzioni). L’unica consolazione per noi e’ questa: questo terrorismo tipo palestinese, esportato nelle nostre citta’, si puo’ combattere. Se loro apprendono dai palestinesi, noi impariamo ad apprendere da Israele. Che la guerra col terrorismo la vince sistematicamente. Con la difesa attiva e l’intelligenza. E con la spietata repressione del terrorismo omicida. I terroristi possono essere vinti. E’ piu’ facile individuare cellule tipo Mollenbeck che i terroristi superspecializzati delle Torri gemelle. E piu’ facile colpirli e paralizzarli con strategie invasive e intelligenti di schedatura, segnalamenti, controlli, ispezioni. E’ piu’ facile limitarli con tecniche di difesa e presidio diffuso e quotidiano. Si puo’. Basta che la dottrina di ingaggio dei nostri Stati sia quella della polizia e dell’esercito israeliano e non quella dei giudici e dei politici del Belgio. Che e’ il seguente teorema: tolleriamo gli islamici radicali, i fanatici e i loro giochini di indottrinamento, mostriamoci leggeri, accondiscendenti, distratti, cosi’ lasceranno in pace il nostro paese. Qualcosa di analogo circola, dobbiamo saperlo, tra molti politici e uomini di governo europei, ben oltre il Belgio. E’ l’illusione di evitare attentati adottando tattiche soft di di ingaggio e, soprattutto, fidando nella tolleranza illimitata ( la “liberta’ totale” che il socialista Di Rupo indica nel modello belga ) come speranza di dissuasione verso i fanatici. Un modello suicida. A cui occorre, invece, sostituirne un altro: la liberta’ massima consentita dall’equilibrio con un altrettanto valore che i nostri governanti devono assumere, la sicurezza. Come sempre: Israele docet.

Se questo e’ un socialista…

Elio Di Rupo, leader del Partito Socialista Belga ed ex Premier ( per soli due anni, poi subito sconfitto ) ci diletta ( si fa per dire) oggi sul Corriere della Sera con un’inutile e stravagante intervista. Di cui vanno rilevati due concetti ( si fa per dire ) che danno la cifra del nichilismo culturale, dello stato di degrado intellettuale, della spaventosa inadeguatezza di gran parte del socialismo europeo a rivestire funzioni governo in Europa, oggi. Un socialismo che si merita l’irrilevanza politica e la dissipazione elettorale cui gli europei lo stanno condannando. Che dice Di Rupo? Due cose. Primo: ” il Belgio e’ il modello della liberta’ totale”. E mette insieme i diritti per gli omosessuali, l’eutanasia, l’accoglienza, il multiculturalismo per descrivere un eden dove la gente dovrebbe correre ad abitare. Ora dovete sapere che il Belgio e’ un piccolo paese fallito, sussidiato dalla funzione di capitale burocratica dell’Europa, dove nonostante l’occupificio pubblico dei palazzi di Bruxelles, la disoccupazione giovanile e’ alta, la crescita e’ lenta e i divari restano. Dovete sapere che il Belgio e’ un paese piccolo ma spaccato come una mela tra due stati diversi al suo interno, incapace di produrre governi stabili. Spaccato al punto che tutto e’ diviso e confuso. Ci sono in Belgio sei polizie, vari servizi segreti, un numero imprecisato di centri di governo. Una babele. Come poteva essere efficace in Belgio la polizia a Mollenbeck? Eppure questo socialista cretino esalta questo colabrodo di Stato come un “modello di liberta’ totale”. C’e’ un modo migliore, mi chiedo, per indurre un elettore belga a non votare per la sinistra, a buttarsi nelle braccia del primo populista di destra che passa, e anche a dubitare sull’avvenenza della “liberta’ totale” di Di Rupo se il risultato e’ quello della carneficina di Bruxelles? Il libero Belgio e’ oggi, agli occhi del mondo, un colabrodo che si e’ rivelato indecente nel garantire la sicurezza dei suoi cittadini e costui, il socialista, non ha una parola critica sul suo modello di “liberta’ totale” ? Su questa incivilta’ suicida di un’idea di multiculturalita’, quella praticata in Belgio, che ha fatto di quel paese il porto e la centrale europea del terrorismo. Dove circolavano liberi ( nel paese della “liberta’ totale” ) criminali schedati e riconosciuti dalle polizie di tutto il mondo. Nel paese della “liberta’ totale”, dell’integrazione, del multiculturalismo, e del maggior numero di moschee al mondo, l’islam radicale, col suo carico di odio, ha potuto radicarsi tra migliaia di giovani belgi ( perche’ Abdeslam e i suoi soci erano belgi ) che vanno in giro ad ammazzare altri giovani belgi ed europei, nel nome di una religione. Possibile che il signor Di Rupo non si ponga qualche domanda sul suo modello di ” liberta’ totale”? I Belgi chiedono piu’ protezione e costui balbetta di ” liberta’ totale”. Che distanza da un altro socialista, di altra stoffa e statura politica, Tony Blair che sul Corriere, pochi giorni fa, ha svolto una lezione su quello che l’Europa deve modificare, anche nel suo spirito, per adeguarsi alla piu’ grande richiesta dei cittadini europei in questo momento: la sicurezza! Senza la quale, la nostra liberta’ andra’ a farsi friggere. E poi Di Rupo il balordo, chiude con un’altra perla. Richiesto sul tema se intervenire o no contro l’Isis sul terreno, ammette a denti stretti di si. Ma poi, ripete la giaculatoria dissolvente di sempre della sinistra pacifinta quando vuole impedire un intervento militare ma ha l’imbarazzo di dire no. Dice infatti il socialista Di Rupo: ” prima dobbiamo esperire la via politica, poi quella diplomatica, poi chiedere il consenso dell’Onu e poi, semmai intervenire. Campa cavallo. Intanto noi passiamo da strage in strage. Signor Di Rupo, spero che i belgi facciano buon uso della loro “liberta’ totale” e la caccino a calci dal paese.

Inattaccabile. 

I terroristi, si legge, volevano colpire la centrale nucleare di Tihage in Belgio. Ci hanno rinunciato. Cosa deve succedere in una centrale nucleare per renderla pericolosa per la popolazione? Una sola cosa: provocare un rilascio di radioattivita’ in atmosfera. Puo’ succedere questo in seguito all’attacco di un commando di terroristi? Praticamente no. Per questo non vi sono mai stati attentati a centrali nucleari. Se non come vaga minaccia propagandistica. Ma senza seguito. Come e’ il caso, anche, delle minacce dei terroristi di Bruxelles alla centrale nucleare belga di Tihage. Un attacco terroristico di terra ad una centrale nucleare finirebbe, infatti, in un flop sicuro. Anzitutto una centrale nucleare e’ un impianto che sta in un luogo non popolato, con larghi spazi e con difese esterne variegate. Un commando di terroristi si troverebbe esposto ad una facile azione di difesa delle forze dell’ordine. Gia’ solo nel lungo tragitto sorvegliato  che porta ad una centrale. Se per miracolo il commando riuscisse a penetrare la centrale si scontrerebbe con una serie infinita di difficolta’. Ovviamente l’obiettivo, l’unico pericoloso, dovrebbe essere provocare una fuoriuscita di radioattivita’ in atmosfera. E’ una parola! Il 90% della radioattivita’, in una centrale nucleare, e’ nel reattore. I terroristi dovrebbero penetrare li’. Non avrebbe, intanto, effetto attaccare dall’esterno l’edificio in cui si trova il reattore con dell’esplosivo conenzionale. Il contenitore del reattore, infatti, e’ fatto per resistere alle esplosioni convenzionali. Il commando dovrebbe, percio’, penetrare nell’edificio reattore. Opera non facile. Una volta li’, probabilmente, si fermerebbe. Per rendere pericolosa la centrale, il commando dovrebbe, infatti,  realizzare due obiettivi: primo, mandare in sovracriticita’ il reattore. Occorrerebbe un tempo lunghissimo ( con l’esercito, si presume, ormai dentro) e una competenza superspecialistica di molte persone dedicate all’opera criminale. Impossibile. Secondo: i terroristi dovrebbero provocare, insieme, la distruzione del contenimento del reattore (vessel) e poi la distruzione del contenitore in cemento armato resistentissimo del vessel. Se non salta questo bunker del contenitore esterno (che e’ un edificio a prova di bomba) l’eventuale danno al reattore, che i terroristi potrebbero aver provocato, sarebbe inutile: la radioattivita’ resterebbe contenuta all’interno. Senza conseguenze per l’ambiente e la popolazione. Ammazzerebbe, forse, solo i terroristi. Ma avrebbe effetto nullo per la popolazione. Per far saltare il contenitore una banale esplosione chimica e’ insufficiente. Insomma: un commando per distruggere i due contenitori di protezione del reattore, dovrebbe disporre di armamento di guerra, di bombe da uso bellico e non di bombe artigianali come quelle usate e confezionate da terroristi. Nel frattempo che avessero portato avanti tutte queste operazioni, domandiamoci, quanto tempo sarebbe passato? Abbastanza perche’ una forza armata regolare ed equipaggiata abbia avuto ragione di un commando di terroristi. Fateci caso: se avete fatto attenzione ai comunicati di questi giorni, si e’ sentito parlare di “evacuazione della centrale” per il pericolo di attacco. Sembra un assurdo: si lascia la centrale indifesa? E invece no. In caso di attacco terroristico gli unici a correre pericolo sono i lavoratori della centrale. Le difese di una centrale nucleare non sono affidate agli uomini. Sono affidate ai mezzi fisici. In caso di attacco terroristico e’ meglio per i militari che devono catturare e fermare i terroristi non avere civili presenti. Per questo si evacua. Nella sostanza: una centrale nucleare e’ inattaccabile da terra. Nella sicurezza nucleare, non a caso, l’unico possibile attacco seriamente considerato, infatti, e’ quello da cielo. E le centrali sono progettate e costruite anche per resistere a questa possibilita’: il dirottamento sul contenitore del reattore dall’alto di un aereo di linea delle dimensioni del piu’ grande aereo commerciale in circolazione. Ebbene: i contenitori delle centrali di oggi resisterebbero anche a questo. Convincetevi: una centrale nucleare, alla luce di un attentato terroristico, e’ il luogo piu’ sicuro al mondo.

Copiate Tel Aviv, invece di piagnucolare!

E’ ora di sfatare alcuni tabu’. E a, dispetto dell’ipocrisia dei politici europei, dirci la verita’. Sfatando alcuni tabu’ dei nostri politici. Primo tabu’: “i terroristi vogliono cambiare la nostra vita quotidiana. Noi la continuiamo come sempre”. Errato. La nostra vita quotidiana deve cambiare. Io accetto di cedere un po’ di privacy, di liberta’ di movimento, di autonomia individuale in cambio di maggiore sicurezza. Oggi ho paura di continuare come sempre la mia vita quotidiana e ho paura delle mie abitudini e di quelle dei miei figli: quando io o loro prendiamo una metro, quando loro sono in una discoteca , quando siamo in un ristorante di Roma o Napoli o seduti al bar di una grande piazza e in qualunque altra attivita’ pubblica. Comincio ad avvertire la casa come un rifugio sicuro. Chi mi dice che e’ questo che vogliono i terroristi lo prenderei a sberle. Lo so anch’io. Ma non e’ dicendo ” continua come sempre” che mi togli la paura. La nostra vita, dopo Parigi e Bruxelles, deve cambiare. E adeguarsi alla realta’ del terrorismo islamico. Va scambiata un po’ di liberta’ con piu’ sicurezza. E io mi sento piu’ sicuro e ho meno paura se vedo soldati armati e cani poliziotto nei luoghi pubblici, per strada, nelle metro, agli angoli di via. Mi sento piu’ sicuro se vedo metal detector nel maggio numero di posti possibili. Ricordo il senso di sicurezza che provai a Tel Aviv nei luoghi pubblici della citta’: controlli, discreti ma controllo! Copiamo dagli israeliani che col terrorismo di strada ci convivono da sempre. E non mi pare che si sentono in caserma. Il terrorismo nostrano lo abbiamo sconfitto con le leggi speciali e il diritto di emergenza. Rassegnamoci: occorre qualcosa di analogo. Un po’ di garantismo deve essere scambiato con la sicurezza: questa polizia belga che scarcera sospetti terroristi, tornati dalla Siria, come fossero turisti in vacanza fa schifo. Secondo tabu’: i terroristi sono nichilisti. Senza vera religione o ideologia. L’Islam non c’entra. Sarebbe bello fosse cosi’. Sarebbe piu’ facile se al posto del Corano, come spiegazione potessimo usare Dostojievskij. Purtroppo no. Leggete delle vite dei terroristi di Bruxelles. Sono giovani islamici qualunque che vivono tra noi da sempre e che si sono radicalizzati. Il brodo di coltura della radicalizzazione e’ la miscela di due cose: la versione fondamentalista dell’Islam (che e’ sempre esistita) coniugata con l’avvento dello Stato islamico. Con l’Isis il fondamentalismo islamico si e’ fatto ideologia politica: l’Islam che vince. Ne discende: se l’Isis non perde l’ideologia politica dei terroristi non e’ depotenziata. Le nostre Br si squagliarono anche perche’ il comunismo crollo’. Con questi e’ lo stesso: toglietegli l’Isis e tutto cambiera’. Ergo: occorre distruggere l’Isis. Seccade il modello cade l’ideologia. E l’Isis si distrugge militarmente. Con la guerra. Vera. Terzo tabu”: i musulmani che vivono da sempre tra noi sono integrati, pacifici e inoffensivi. Certo. La maggioranza si. Ma non tutti. Ci fa male dirlo: ma nei quartieri multietnici di Parigi e Bruxelles la malapianta ha contato su reti di complicita’, protezione e nascondigli. Se la polizia avesse sottoposto quei quartieri a controlli, ispezioni e arresti da dopo Parigi, forse avremmo qualche morto di innocenti europei in meno. 

Siamo nudi, soli, inermi.

E’ caduto l’ultimo alibi della nostra ipocrisia e della nostra vigliaccheria. E’ stato colpito il Belgio. Cos’e’ il Belgio? E’ il paese simbolo del multiculturalismo, dello scambio tra moschee e petrolio, dell’integrazione intesa come mellifluo cedimento ai predicatori, come idiota tolleranza alle pretese dell’Islam wahabita e salafita di fare la “guerra agli infedeli”, cioe’ a noi, a casa nostra: ai nostri stili di vita, ai nostri valori, alle nostre regole. Una tolleranza, quella del Belgio, irrobustita da pedaggi e dal pizzo di Stato che credeva di essere risparmiato dal terrore pagando prebende e cedendo territorio ai predicatori neri. Il Belgio era il luogo principe della retorica europea: quella dell’Islam come religione innocente e uguale alle altre, che ha il diritto di proliferare e di diffondere le sue assurdita’ bellicose e primitive, premoderne e razziste, senza schermi e in piena codarda protezione dello Stato. Cos’e’ il Belgio? E’ il paese che non ha mai sparato, per principio, un colpo, all’estero, contro i terroristi e gli stati canaglia dell’Islam radicale. E’ la Mecca dei pacifisti. E’ il paese che ha fatto della stupido compromesso con con l’ideologia dell’Islam il credo di una politica sonnolente, scambista, cedevole dei suoi governati. Sempre privi di rabbia e di orgoglio: per principio. Cos’e’ il Belgio? E’ il paese col piu’ alto numero di moschee e di editti multiculturali. Spinti fino all’idiozia. E’ il simbolo dell’ideologia pacifista, egoista, cinica del “facciamoci i fatti nostri e, cosi’ non ci colpiranno”. Non e’ bastato. Hanno colpito lo stesso. Alla faccia della retorica aristocratica progressista della convivenza cedevole. Non fanno sconti gli islamonazisti. Non e’ vero che reagiscono a chi gli va a fare la guerra. Loro ci attaccono, per distruggerci, indipendentemente se gli facciamo guerra o gli facciamo la pace. Ci uccidono perche’ europei. E perche’ abbiamo reso facile colpirci. Perche’ teorizziamo che difenderci significa provocarli. E siamo diventati, cosi’, un mare aperto. Dove il coltello terrorista affonda come nel burro. E’ la retorica del pacifismo come condotta degli Stati per preservare la pace e la tranquillita’ l’eterna tara europea. E’ lo “spirito di Monaco” del 1938, “dialoghiamo coi nazisti facendo loro concessioni”, l’eterna infezione europea. Che e’ sempre in agguato dietro la paciosa codardia pantofolaia dei nostri piccoli governanti europei, dei tanti numerosi, inetti e vigliacchi, Chamberlain e Daladier che oggi guidano i governi europei. Spirito del tradimento. Di chi oppone alla guerra, che gli islamonazisti ci fanno, l’illusione dell’inazione, dei balbettii, delle lacrime, dell’ impotenza come politica di Stato. Del cinismo, codardo e insultante, di statisti degli stivali, capaci solo di opporre retorica buonista alla violenza che ci ammazza. Di governanti, insolenti e bastardi, che hanno il coraggio di fare la voce grossa e di mostrare il petto in fuori solo quando possono prendersela con la povera Israele. Che deve difendersi da sola. E che puo’ essere boicottata, insultata, redarguita, insolentita. Perche’ tanto e’ civile, e’ piccola, e’ odiata e non puo’ reagire. Quindi puo’ essere bastonata a piacimento dai coraggiosissimi leader europei. Che poi sbracano con l’Islam e i i suoi governanti perche’ sono, invece, tanti, ricchi e potenti. Vigliacchi. Sono anni che l’Europa ( e l’Occidente ) cede. Da quando, ha ragione Adriano Sofri, abbiamo chiuso gli occhi sullo scempio in Siria e in Iraq. Che ha prodotto la nascita dello Stato islamico. Da quando, con Obama, abbiamo trasformato l’interventismo democratico contro gli Stati canaglia nel suo opposto: il mea culpa della democrazia e della liberta’. Fino alla disfatta morale e politica che, dinanzi alla protervia dei terroristi, dichiara con squallore: “e’ colpa nostra. ce lo siamo meritato. Avete ragione a colpirci”. E’ cosi’ che siamo finiti a non raccapezzarci piu’ nell’incendio che ne e’ seguito. Ora, che ci stanno facendo a pezzi, ci e’ rimasta solo la retorica ridicola: delle marce, della comica esaltazione della nostra civilta’, della cinica ripetizione di luoghi comuni disfattisti, dell’illusione del disarmo, delle profferte agli islamonazisti. Per tenerli buoni. Delle piccole furbizie provinciali. Di quelli, caro nostro Premier, che si ritengono piu’ intelligenti degli altri, rimpannucciati nel “facciamoci i fatti nostri”. Che importa se gli italiani poi muoiono a quattro passi da casa. Perche’ Parigi o Bruxelles o Londra sono ormai, se non lo sapete voi del Pd tutto, un nostro luogo interno e quotidiano. Dove passeggiamo, ci sediamo al bar, prendiamo una metro noi italiani. Se ci colpiscono li’, non illudetevi, e’ lo stesso che se ci colpissero a Roma. Non e’ un vostro successo. Non succedera’ niente. Piangeranno alcuni giorni le Mogherini europee. Poi torneremo al tran tran. Il massimo di impegno torneranno ad essere debordanti inutili dibattiti sul contrasto al terrorismo fatto con l’intelligence, i servizi segreti, l’informatica, l’accoglienza il multiculturalismo, il bla bla bla. Fino alla prossima strage. Con la cinica speranza, tra i leaders europei, che tocchi al proprio vicino. Leggo stamane che, sorprendentemente, l’unico a scoperchiare il bidone di immondizia della retorica europea e del politically correct e’ il vecchio Berlusconi, un vecchio ex amico della dottrina che i dittatori vanno vezzeggiati e lisciati, che cosi’ ci lasciano in pace. Il vecchio stamane, invece, la butta li’: “occorrerebbe, dice, un intervento armato massiccio e definitivo contro lo Stato islamico. Di tutti: Usa, Europa, Cina, Russia. Di cielo, di terra e di mare”. E chiamatela pure guerra. Non c’e’ altra soluzione. Ma non si fara’. Arrivederci alla prossima strage. 

Minoranza Pd: resetta! 

Da bersaniano non pentito vi dico: resettate e ricominciate! Nel Pd non e’ che non vi siano le ragioni per una critica a Renzi. E’ che la minoranza Pd ha scelto le ragioni e il metodo sbagliati per farlo. Ed e’ finita in un cul de sac: abbozzare o andarsene. Un’alternativa assurda. Le ragioni sbagliate discendono dall’assunzione di principio su cui la minoranza Pd ha deciso di connotarsi: la critica a Renzi da “sinistra”. Questo e’ oggi, politicamente, un non-luogo. Niente, nella societa’ italiana di oggi ( ma anche in Europa) fa intravedere risposte e bisogno di ricette di “sinistra”. Lo ha dimostrato il caso Grecia. Li’ era stata tentata una via di “sinistra” per affrontare ( da versanti piu’ gravi) i problemi che ha di fronte l’Italia: conti pubblici, Welfare, spesa pubblica, politiche del mercato del lavoro, crescita e occupazione. Una debacle: la sinistra ha fallito. Ha dovuto rimangiarsi tutte le sue ricette. Nel giro di sei mesi e’ stata sbaragliata. In nessun paese europeo oggi si delineano soluzioni di “sinistra” alle sfide dei paesi del continente. Dovunque e’ la destra che sfrutta il radicalismo e il populismo. E vince. Il populismo e l’antieuropeismo portano al disastro della sinistra. La sinistra continua ad essere, dappertutto, elettoralmente e politicamente sconfitta in Europa. Mantiene funzioni di governo da minoranza ormai ( Francia ) o coalizzata con i moderati ( Germania, forse Spagna e altrove). Sinistra, oggi, e’ un problema. Non una soluzione. Strano che leaders scafati, come D’Alema, Bersani o Veltroni, non se ne accorgono. E non cerchino di correre ai ripari. Come? Abbandonando questa mitologia della critica da “sinistra” a Renzi. E tornando a incalzare Renzi sulle ragioni, invece, di un coerente e innovativo riformismo di centrosinistra. E’ il centrosinistra, non la sinistra, il futuro per i progressisti. E il centrosinistra significs riforme incisive, innovazioni, eradicamento di comportamenti, usi, costumi, abitudini che hanno in Italia, purtroppo, un segno di “sinistra”: burocratismi sindacali, improduttivita’ della spesa pubblica, egualitarismo esasperato, alta tassazione, humus antimpresa ecc. D’Alema nel 1993 e Bersani nei governi dell’Ulivo provarono a spostare il loro partito di allora dai filosofemi conservativi dell’eterna sinistra alle sfide dell’innovazione di centrosinistra: con una dura polemica verso le vecchiezze sindacali ( D’Alema) o con le riforme liberalizzatrici di Bersani. Poi tutto e’ rinculato. oggi la minoranza Pd, ostinandosi a definirsi di “sinistra”, si condanna all’afasia e all’impotenza. Opponendosi alle riforme di Renzi perche’ di “destra” si consegna ad un’immagine di arcaismo, fossilizzazione, conservatorismo. Loro non capiscono che su questo terreno- tra chi fa riforme ( seppur dipinte come di destra) e chi, per opporsi, sta fermo a contestarle- vincera’ sempre chi fa le riforme. Il mio consiglio? Resettate. Smettetela di definirvi di sinistra. Diventate guardiani delle promesse di riforme e di modernizzazione del Pd. Anche di quelle di Renzi se quest’ultimo mostra segni di rallentamento. Riscoprite lo spirito del 93 di D’Alema o delle lenzuolate di Bersani. Dimostrate che tutto il Pd e’ un partito nuovo, di centrosinistra e non di vecchia sinistra. Capace di poter essere votato da un larghissimo spettro di elettori e non solo dalla “propria gente” di sinistra: una minoranza. Smettetela con questa solfa minoritaria contro il Partito della Nazione: un’espressione bellissima che avrebbe mandato in visibilio persino Togliatti. Di Renzi, purtroppo, ve ne liberate solo con una scissione. Per colpa vostra. Perche’ per tentare di liberarvene con la deligittimazione e l’opposizione alle riforme, lo fate apparire indispensabile. Per ogni autentico riformista. Voi, minoranza Pd, avete bisogno di fermarvi un attimo, riflettere sulle vostre sconfitte, fare una sana e coraggiosa autocritica e cambiare registro. Con gli infantilismi e la tristezza di Speranza, con le trovate vetero di D’Alema, con il decadentismo vuotoparolaio di Cuperlo, con le bizze vegliarde di Bassolino non andate lontano. 

Più’ renzismo. Non meno

La minoranza che non c’è’. Qual’e’ lo stato del renzismo? Un po’ di smalto si è perso. Certo uno non può’ tenere 90 minuti della partita allo stesso ritmo. È una regola. Oggi il governo Renzi sta vivendo una fase di rallentamento. Dopo un anno e mezzo di netto passo riformista. La maggiore frenata è sulle riforme economiche: la crescita continua a non vedersi e il ritmo delle innovazioni si è allentato. Non abbiamo tenuto il passo sulla spesa pubblica, sul debito, sul mercato del lavoro. È tornato un certo comodo alibi antieuropeo che scarica sull’Europa e sulla presunta austerity le debolezze della nostra politica economica. Renzi, sulla politica internazionale ( immigrati, Libia, guerra al terrorismo) ha rinunciato al profilo alto e sembra rinculare, piuttosto, sulla chiusura e il profilo basso. Il Pd, nelle città’ e a livello locale, sembra aver arrestato la rivoluzione culturale e continua a mostrare un volto vecchio e poco sopportabile. Quello che occorrerebbe in questa fase, per l’interesse dell’Italia, sarebbe una critica a Renzi dal versante della coerenza del suo disegno riformatore. Invece si ritrova: un’opposizione di destra sconclusionata, estremista, volgare e frantumata e una opposizione interna, la minoranza Pd, infantile, comicamente retrograda, contraria alle riforme, ideologica e politicamente imbelle. Renzi non è incalzato, come dovrebbe essere in una democrazia efficiente. Dai suoi avversari, esterni e interni, e’ delegittimato, aggredito in modo fazioso e pregiudiziale. In un contesto democratico questo è il modo migliore per far risultare il leader senza alternative e il minore dei mali possibili. Ma questo non è un bene. Perché puo’ anche lasciare adagiare Renzi e fiaccarne il ritmo riformatore. Ed è quello che sta succedendo. Oggi in Direzione del Pd si assisterà’ allo spettacolo di una minoranza che pretendera’, ridicolmente, di inventarsi critiche di sinistra, cioè conservatrici, stantie e ideologiche, al governo e Renzi che avrà’ buon gioco a fronteggiare oppositori passatisti e inefficaci. E invece ci sarebbe bisogno di una polemica verso Renzi: quella che richiede la coerenza sul progetto riformista, sul ritmo delle riforme, sulla rivoluzione del volto locale del Pd e la trasformazione vera in Partito della Nazione. Cioè’ in  quella formazione nuova e maggioritaria di centrosinistra, oltre le logore rimasuglie della sinistra del secolo scorso, che era la promessa di Renzi. Servirebbe una minoranza che incalza Renzi sui pericoli di una rivoluzione mancata o bloccata. Una minoranza “migliorista” che non c’è’! 

L’antiRenzi che non c’è’! 

Secondo un sondaggio del Corriere della Sera tra gli elettori del Pd, se la minoranza di sinistra del Pd dovesse dare vita ad un nuovo partito, in seguito ad una scissione, sarebbe seguita solo, sicuramente, dal 2% degli elettori. Ovviamente D’Alema non ci ha azzeccato: che esista, come lui va dicendo, uno spazio a “sinistra” del Pd di Renzi e’ una balla. Una scissione del Pd consegnerebbe la cosiddetta “sinistra” all’irrilevanza, al flop e all’inconsistenza. Ma non perché’ gli elettori sono entusiasti di Renzi, badate bene. Ma perché’ e’ lo spazio a “sinistra ” di Renzi che non esiste. La minoranza del Pd cercando questa presunta collocazione di “sinistra” si condanna all’inutilità e all’irrilevanza, politica ed elettorale. Dalla guerra al Jobs act, al tema della riduzione fiscale, alla “nuova scuola”, al partito della Nazione, ai temi dell’Europa, alle banche, ai temi ambientali, ai diritti civili e, in ultimo, persino sulle trivelle ( un cuore storico dell’economia delle ex Regioni rosse) la minoranza Pd ha cercato di trovare il filo di una opposizione da “sinistra” a Renzi. Si è’ illusa, seguendo anche Cgil e Fiom, di trovare- su questi temi- uno spazio di “sinistra” nella critica a Renzi. Un flop. In realtà’ questo spazio non esiste. Ne’ in Italia. Ne’ in Europa. Per qualche settimana, ricordate, la minoranza Pd credeva di aver trovato il filo europeo della ripresa della “sinistra” con la vittoria del primo Tsipras. Il “rinascimento” di sinistra e’ durato qualche mese. Poi è’ finito nella debacle. La prima prova di governo della sinistra antiausterity e euroscettica si è’ dimostrata un flop. Il club Kalimera, guidato da Fassina, Vendola e Landini, che voleva “fare come la Grecia”, e’ finito nel comico e nel dimenticatoio. Come i suoi protagonisti. Dopo la Grecia, in tutte le elezioni in paesi europei che sono seguite, i partiti di “sinistra” hanno perso sistematicamente. Ad avanzare è solo la destra. La verità’ e’ che, in Italia e in Europa, si rivela inesistente e irrilevante un qualunque spazio a “sinistra” dei tradizionali e affaticati partiti tradizionali di sinistra, quelli raccolti nel Pse. Anche questi perdono e arretrano ( tranne il Pd, sinora). Ma lo spazio e l’alternativa ai tradizionali partiti socialdemocratici non è a “sinistra”. La minoranza Pd, dunque, continuando a qualificarsi di “sinistra” si condanna alla desertificazione e all’evaporazione. Il suo è’ un mantra ideologico cui non corrisponde alcuno spazio politico reale. Ne’ in Italia. Ne’ in Europa. È la parola “sinistra” che andrebbe abbandonata. Perché e’ senza prospettive. E comunica una natura residuale, solo ideologica e politicamente perdente. E invisa agli elettori europei. A partire dai lavoratori e dal tradizionale elettorato dei partiti di sinistra. Che, dalle tasse al l’immigrazione, avverte con fastidio l’afasia o il mantra dei tradizionali e ripetitivi slogans della vecchia sinistra. L’alternativa alla brutalità’ della destra non è a sinistra. È’ solo in un rinnovato centrosinistra: riformista, innovatore, coraggioso. Che competa con la destra nel dare nuove soluzioni di governo ai temi nuovi che preoccupano i cittadini europei: dalle tasse alla sicurezza, dall’immigrazione alle politiche di accoglienza, dalla disoccupazione giovanile alle politiche di crescita, ad un ambientalismo non più’ paralizzante e reazionario. Forse, nel Pd, uno che potrebbe aspirare a rappresentare una posizione critica verso Renzi, non di “sinistra” ma di più’ conseguente centrosinistra, potrebbe essere Enrico Letta: se si libera dell’ipoteca del l’inutile minoranza di Speranza e soci. E se abbandona ogni rancore e ritrova l’identita’ che era la sua: una posizione, nel Pd, non di sinistra, non radicale ma riformista, europeista e di centrosinistra. Critica di Renzi ma dal comune versante modernizzatore: di un nuovo centrosinistra e non di sinistra. Avrà’ Letta questo coraggiio: cambiare la faccia impresentabile della minoranza Pd e strappare questa sua inutile e dannosa maschera di “sinistra”? Io lo spererei. Ma non so se è’ nelle corde di Letta. Renzi va incalzato sul terreno della coerenza riformista. Pensare di contestarlo da “sinistra” si rivela una “boiata pazzesca”. 

Futuro mafioso in Europa

Non vivi quattro mesi, senza mai muoverti da un quartiere di una città’, se sei l’assassino più’ ricercato al mondo. Si può’ criticare l’imperizia tecnica della polizia belga. Ma questo non spiega l’incredibile vicenda di Salah Abdeslam.  Ha vissuto 4 mesi, imprendibile e introvabile, nel posto dove è’ sempre stato: Mollenbeck, un quartiere di Bruxelles. Uguale a tanti altri delle nostre città’. Che di particolare ha solo questo: il multiculturalismo, la convivenza tra etnie, costumi, credenze, valori. Senza, evidentemente, un civismo dominante: nell’humus tollerante di Mollenbeck un terrorista autore, a pochi chilometri da lì’, di una delle stragi più’ odiose e insopportabili di sempre, la carneficina di giovani europei innocenti, ha vissuto protetto e difeso in un mare di complicita’. Quanti Abdeslam vi saranno ancora? Cosa stanno diventando le grandi citta’ europee? Lasciate alla destra estrema le domande sul caso Abdeslam? Poi non lamentiamoci se prendono voti. Il loro successo e’ il sintomo, non la malattia. Potete pure ficcare la testa sotto la sabbia. Potete chiudere gli occhi, potete ripetere come un mantra i nostri versetti, politicamente corretti, sul multiculturalismo, l’accoglienza, il rispetto delle altrui religioni, l’Islam moderato, l’innocenza del Corano. Potete consolarvi e auto convincervi con gli errori della polizia belga. Non servirà’. Li’ a Bruxelles c’è’ una realtà’ che non si lascia rimuovere o edulcorare: in una città’ centrale e simbolica dell’Europa, la sua capitale politica, Abdeslam, un terrorista pluriomicida, ha goduto di complicita’ di massa e di protezione di un popolo intero di connazionali e islamici normali. Come un mafioso o un camorrista assassino in una città’ del sud italiano di 50 anni fa. In nome del multiculturalismo dovremo assistere a questa deriva civica e regressione della convivenza e delle sue regole nelle nostre città’? È’ questo che ci riserva il futuro? Lo confesso: i versetti multiculturali non scaldano piu’. Abbiamo un problema, signori!