Rosso pompeiano e orologi che rallentano. 

Un amico, Ciro Cacciolla, mi trascina. Senza nulla di preparato. Lui dirige il Museo Archeologico Vesuviano: un posto unico, tutto virtuale, nel cuore di Ercolano, dove tutto gira su un luogo dell’anima per i napoletani: il Vesuvio, l’eruzione del 79, la storia sepolta che riemerge. Intatta nella fissita’ di quel giorno drammatico. Il vecchio vulcano vi parla, descrive la sua storia: “a muntagn ” la sentite sbuffare, presente e potente. Come un lato del carattere. Ciro mi ha portato lì per altro. Mi introduce nel teatro del museo, affollato di ragazzi delle scuole superiori di Ercolano. E, senza fronzoli e preamboli, mi passa un microfono dicendo solo: ” Umberto vi parlera’, nel centenario della relativita’, della importante teoria di Albert Einstein”. Parlo a braccio per quasi un’ora: di orologi che rallentano, di spazi che si incurvano, di gemelli che si ritrovano con eta’ diverse, di luce, di velocità’, di meccanica dei corpi celesti. Tutte le bizzarrie della relativita’. Mi accorgo che l’attenzione si mantiene. I ragazzi non si annoiano. Ho parlato in pubblico tutta la vita. Niente mi ha dato mai una sensazione di appagamento e soddisfazione simile: parlare di scienza sotto a “muntagn”. Sono felice. La retorica mi farebbe finire canticchiando una delle canzoni napoletane più’ belle e famose, “Tu ca nun chiagne”, l’omaggio di Bovio e De Curtis ” a muntagn”, al Vesuvio protagonista di una storia d’amore. Sono grato a Ciro. Che mi accompagna, poi, tra le bellezze virtuali del suo museo. Scopro cose che, io napoletano, ho ignorato per una vita. Pur avendo sotto gli occhi, quotidianamente, “a muntagn”. Ad esempio: l’opposta, strana dinamica dell’eruzione del 79 tra Pompei ed Ercolano. Incredibile. A Pompei l’eruzione e’ stata come uno la immagina, orizzontale, la chiama efficacemente Ciro: la lava rovente sommerge tutto, la pioggia di fuoco brucia e distrugge, sistematicamente, i tetti di legno, piani alti di case, templi, palazzi. A Pompei, se ci pensate, quasi tutto che è tornato alla luce, è’ dimezzato. Distruzione orizzontale, appunto, come dice Ciro. A Ercolano no. Qui palazzi e ville, restituite alla luce, sono interi: integri, persino a tratti, nei tetti di legno. Curioso. Non ci avevo mai pensato. Distruzione verticale, incalza il mio amico direttore. E perché’? Lo aveva scritto gia’ Plinio il Vecchio, quella sorte di Ulisse latino che abitando dalle mie parti, tra Pozzuoli e Baia, nella parte opposta del golfo più’ bello del mondo, ebbe l’imprudenza tragica di ficcarsi con la sua nave nello spettacolo demoniaco dell’eruzione. La sua curiosità’ suicida è raccontata nella lettera famosa che il nipote di Plinio manda a Tacito. La letter fa da trama al racconto dell’eruzione nel museo di Ercolano: mentre a Pompei è il fuoco che distrugge, dal lato di Ercolano, ricorda Plinio, e’ una strana nube di “fango e vapore” che, come un’onda grigia e opaca, sommerge tutto. Non c’è’ fuoco: tutto resta sepolto e…verticale. Sono affascinato. C’è’ solo il tempo di vedersi distruggere da Ciro un’altra credenza: il rosso pompeiano, chi lo avrebbe mai detto, non esiste. il pigmento vero delle pareti, degli affreschi, dei disegni ornamentali delle case romane di Pompei ed Ercolano era il…giallo. Che a Pompei appare rosso per l’azione dell’ossidazione dovuta al fuoco. Ma che, nelle case di Ercolano, sommerse dalla nuvola di fango e vapore senza fuoco, appare nella sua indubitabile evidenza e verita’: giallo! Sono frastornato. Ercolano merita, veramente, di recuperare il prezzo che ha dovuto pagare allo splendido dominio di Pompei. Ciro mi ha veramente riaperto un mondo. Andateci.

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