La banalita’ del terrore

Non ci abbiamo capito niente. La sindrome di Al Quaida e l’11 settembre avevano imposto una certa idea del terrorismo islamico. Terribile ma, anche, leggermente consolatoria. Era quella di un terrorismo, per cosi’ dire, 3.0: tecnologico, sofisticato, militarmente attrezzato, capace di attentati con effetti stragisti esponenziali. Come l’attacco alle Torri Gemelle, appunto. Ci si aspettava un’escalation che avesse le caratteristiche di attacchi militari sempre piu’ sofisticati, condotti da personale superecializzato e dal livello tecnologico dirompente. Si ipotizzavano attacchi chimici, nucleari e qualunque iniziativa militare, da parte di terroristi superesperti, potesse moltiplicare l’effetto distruttivo, depressivo e dirompente dell’attentato. Siamo stati spiazzati. L’Isis ha adottato una strategia opposta. Per certi versi e’ tornata alle origini del terrorismo e alla sua elementarieta’: niente di sofisticato ma una banale strategia omicida condotta con uomini semplici e indottrinati, piu’ fanatizzati che tecnicamente specializzati, che adottano mezzi distruttivi artigianali. L’Isis ha abbandonato le velleita’ di Bin Laden ed e’ tornata all’abc del terrorismo: non e’ tanto importante mostrare una potenza del terrorismo. Statale e mondiale come pensava Bin Laden. E’ importante, piu’ banalmente, mostrare psicologicamente la sua facilita’ di colpire. E’ meno importante stupire per potenza tecnica che deprimere il nemico con azioni, militarmente banali: sparare in posti affollati, farsi saltare in aria in un parco, far esplodere un edificio in un aeroporto, mettere una bomba in una stazione ecc). Come dire: terrorismo dozzinale. Difficilissimo da prevedere e bloccare. Tale per cui dai suoi colpi nessuno possa sentirsi al riparo. Questo tipo di terrorismo, dovendo colpire cittadini inermi, ha bisogno non di tecnica ma, quasi esclusivamente, di sola una cosa: un elevato grado di crudelta’ nei suoi autori. Il terrorismo attuale, infatti, rispetto a quello tradizionale differisce in una cosa: una diversa concezione dell’obiettivo. Per i terroristi tradizionali l’obiettivo erano i simboli del potere: divise, uomini politici, sedi del potere. Per i terroristi islamici di oggi l’obiettivo e’ la popolazione civile, ” miscredenti da punire”. In realta’ i capi terroristi puntano alla gente comune per uno scopo: moltiplicare l’effetto di terrore e paura, abbassare il tasso di fiducia della gente nelle istituzioni impotenti, minare le difese morali dei cittadini, screditare il potere perche’ incapace di difendere la vita quotidiana delle persone. Ma questa strategia richiede motivazioni forti in chi deve mettere una bomba e imbracciare un mitra o vestire una cintura esplosiva. Uccidere innocenti non richiede tecnici addestrati. Richiede, invece, molto odio. Meglio disporre, per questo terrorismo, di ignoranti privi di tecnica, fanatici, indottrinati all’odio che di sofisticati specialisti militari. Serve l’odio per portare ragazzi comuni ad uccidere persone comuni, donne, bambini, ragazzi. Serve piu’, per i capi terroristi, dotare gli adepti di un’ideologia politica, razzista e religiosa, che di manuali universitari. E’ l’ideologia fornisce il lievito dell’odio. Il Nazismo e la Shoa’ restano un manuale indelebile di studio per questo. E Niente riesce a fanatizzare e incrudelire delinquenti comuni o ragazzi di periferia come un’ideologia religiosa. I capi terroristi lo sanno. Per questo l’Islam radicale non e’, come dicono molti, un aspetto secondario dell’attuale terrorismo: e’ l’essenza di esso. E’ la benzina, il motore, il lievito perche’ fornisce al terrorismo, banale e privo di tecnica e sofisticazione di Parigi e Bruxelles, l’unica arma vera di cui ha bisogno: la motivazione. E cos’e’, per un giovane di periferia come i tanti della cellula di Molenbeck, piu’ motivante che le banali formule di odio e le comiche promesse religiose dell’ideologia dell’Islam? Accoppiato all’immagine televisiva dell’Isis intoccabile? Del Califfato che si fa beffe dell’Occidente? Questo terrorismo ideologico, fondato sull’odio, primitivo, animale, senza tecnica dell’Isis che, colpendo persone inermi e comuni nella loro vita quotidiana, punta a deprimere lo Stato e il rapporto di fiducia con i suoi cittadini, non e’, pero’, una cosa inedita. E’ quello che il terrorismo palestinese ha praticato, da sempre, verso Israele. Ecco la vera scuola dell’Isis all’estero. Gli attentati nelle nostra citta’ sono niente altro che una evoluzione elementare della tecnica del terrorismo palestinese e delle sue tattiche militari in uso da decenni. L’Isis e’ tornata alla pratica militare dell’Olp e di Hamas adattate all’ambiente di Parigi, Londra o Bruxelles. La Gaza dei terroristi o i tunnel omicidi sono diventate Mollenbeck e i suoi covi: luoghi di protezione e sede di preparazione da cui partono i commando . Per attentati, in fondo, artigianali. Condotti con mezzi “classici”: la bomba confezionata in casa, il mitra, la cintura esplosiva. Per colpire vigliaccamente, come in Israele, obiettivi facili: mercati, bar, bus, stazioni, aeroporti, ristoranti. Per questo tipo “palestinese” di attentati non c’e’ bisogno che i terroristi siano i freddi superspecializzati tecnici di Al Quaida (di cui, per i capi terroristi, e’ molto difficile dotarsi). Serve solo, appunto, che siano dotati di odio. Come quello che animava i terroristi palestinesi che facevano saltare aerei, sparavano in aeroporto, uccidevano per strada cittadini inermi, solo perche’ ebrei. Oggi la cosa e’ estesa ai cristiani e ai miscredenti (che poi saremmo noi tutti, indipendentemente dale nostre razze, fedi e convinzioni). L’unica consolazione per noi e’ questa: questo terrorismo tipo palestinese, esportato nelle nostre citta’, si puo’ combattere. Se loro apprendono dai palestinesi, noi impariamo ad apprendere da Israele. Che la guerra col terrorismo la vince sistematicamente. Con la difesa attiva e l’intelligenza. E con la spietata repressione del terrorismo omicida. I terroristi possono essere vinti. E’ piu’ facile individuare cellule tipo Mollenbeck che i terroristi superspecializzati delle Torri gemelle. E piu’ facile colpirli e paralizzarli con strategie invasive e intelligenti di schedatura, segnalamenti, controlli, ispezioni. E’ piu’ facile limitarli con tecniche di difesa e presidio diffuso e quotidiano. Si puo’. Basta che la dottrina di ingaggio dei nostri Stati sia quella della polizia e dell’esercito israeliano e non quella dei giudici e dei politici del Belgio. Che e’ il seguente teorema: tolleriamo gli islamici radicali, i fanatici e i loro giochini di indottrinamento, mostriamoci leggeri, accondiscendenti, distratti, cosi’ lasceranno in pace il nostro paese. Qualcosa di analogo circola, dobbiamo saperlo, tra molti politici e uomini di governo europei, ben oltre il Belgio. E’ l’illusione di evitare attentati adottando tattiche soft di di ingaggio e, soprattutto, fidando nella tolleranza illimitata ( la “liberta’ totale” che il socialista Di Rupo indica nel modello belga ) come speranza di dissuasione verso i fanatici. Un modello suicida. A cui occorre, invece, sostituirne un altro: la liberta’ massima consentita dall’equilibrio con un altrettanto valore che i nostri governanti devono assumere, la sicurezza. Come sempre: Israele docet.

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