E’ morale il silenzio? 

E’ giusto che un Papa militi? Si impegni? Oppure e’ giusto che, in nome dell’ecumenismo, della specificita’ della sua funzione universale, di pace ed amore, non pronunci mai il nome del nemico? E’ giusto dire, in nome dell’ecumenismo e della universalita’, che la Chiesa non ha “nemici”? Anche quando questi nemici, invece, ci sono, operano contro di lei e si manifestano con il genocidio dei fedeli? Nel nostro caso: l’ideologia dell’Islam radicale e il suo modello di organizzazione umana, la Sharia. E’ giusto che, in nome dell’ecumenismo, il Papa non nomini Israele e gli ebrei raccolti in un piccolo Stato tra i perseguitati del nuovo orrore? Questione delicata. Non e’ vero che i Papi sono impediti di farlo dal loro ruolo ecumenico, dagli obblighi di fratellanza universale e di esclusione di ogni contenuto divisivo, contingente, di politica dalla loro azione. Senza andare lontano nella controversa storia della Chiesa cattolica. E stando solo al 900.  Ci sono stati dei Papi che hanno ritenuto di pronunciare il nome del nemico e di caricarsi di un compito di impegno, militante e combattimento politico ed ideologico: Woytila e Ratzinger su tutti. Il primo contro il comunismo. Al punto di rischiare la vita per il ruolo simbolico e politico che assunse la sua battaglia di liberta’ per l’est. Il secondo, con la sua coraggiosissima battaglia teologica in nome di una religiosita’ razionale, della Chiesa post-Riforma umanista e illuminista opposta alla religiosita’ irrazionalista e illiberale dell’Islam. Questi due Papi furono criticati per il loro “impegno”. Ma, all’opposto, la storia ha criticato aspramente altri Papi per il loro “disimpegno” e silenzio sul nemico: Pio XII e il suo silenzio sulla persecuzione degli ebrei. Questione controversa, dunque. Non e’ vero, storicamente, che il metro dei Papi cattolici e’ il silenzio sul nemico. Del resto non e’ vero che questo Papa non parteggi politicamente. Anzi. Lo fa in modo esplicito quando si tratta dei temi sociali, geopolitici o ecologici. Non in modo ecumenico. Ma parteggiando per posizioni, idee, schieramenti umani contro altri. Con “impegno”. Perche’ davanti al peggior problema del nostro tempo, la guerra in nome di una religione, il Papa si ritrae dal pronunciare il nome del nemico? Eppure e’ stato lui a descrivere, quella attuale, come “terza guerra mondiale” non combattuta con gli eserciti ( non e’ vero. E’ combattuta anche dagli eserciti ). Com’e’ combattuta questa “terza guerra mondiale”? Secondo chi l’ha proclamata, il radicalismo e l’islamismo fondamentalista, e’ una guerra di civilta’, di religione, di visione del mondo. Lo dicono loro. E non si limitano a proclamarlo. Mentre si ammazzavano i cristiani in quel parco pakistano, a Islamabad migliaia di persone manifestavano contro il leader di quel paese per la sua intenzione di abbattere la Sharia, di eliminare il reato di blasfemia che porta i cristiani a processo in quel paese. E chissa’ cosa farebbero quelle persone se si pensasse di attenuare qualche legge contro le donne in quei regimi. Ora: non sarebbe questo il fronte da cui combattere la “terza guerra mondiale”? Quello della battaglia di civilta’ per abbattere la Sharia, per richiedere riforme legislative a favore delle donne? Per rivendicare la liberta’ religiosa? Un papa non puo’ parlare di armi, forse e’ vero, ma perche’ non deve parlare di civilta’? E di liberta’? 

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