Marchini

Seppur mossa dalla disperazione, la scelta di Berlusconi a Roma- cambiare in corsa il candidato e scegliere Marchini- e’ intelligente e spiazzante. Marchini e’ competitivo ed e’ una figura che doveva stare nel centrosinistra. Il fatto che non ci sta e’ solo un errore politico del Pd. Dovuto al complesso che paralizzo’ il vecchio Pd: la sindrome del “sinistro”. Marchini, nasce all’inizio, come un candidato non caratterizzato per schieramento. E, semmai, individuato solo per due caratteristiche: essere un imprenditore e provenire da una storia familiare di appartenenza alla sinistra. Questo e’ bastato, a Roma, perche’ diventasse inviso a destra e sinistra. Il suo programma ha un pregio: l’ovvieta’. Nessun proposito pindarico. Gli obiettivi sono scontati e normali. Il programma, per gente moderata, e’ accattivante proprio per la sua banalita’. Appare credibile perche’ e’ molto ovvio. E’ l’immagine di come si governa l’azienda: e’ inutile fare promesse che non si possono mantenere. Direi che il segno dei programmi di Marchini e’ il realismo. Che in Italia e’ una rivoluzione culturale. Non trovi nulla di quell’ingrediente con cui altri candidati, i 5 stelle e la destra estrema, surrogano il realismo e la moderazione: il populismo e la demagogia sociale. Orribili ancor piu’ quando applicati alla capitale del Paese. Insomma Marchini e’ un moderato. Autentico. I 5 Stelle sono a Roma il partito da battere. Ma anche il populismo dell’estrema destra fa impressione. Con la mossa del cavallo di Marchini, Berlusconi ha messo il cappello su un ottimo candidato da ballottaggio. Allora si vedra’. Se dovesse succedere il Pd avrebbe un problema: moltissimi ( me compreso) voteranno per Marchini contro i 5 Stelle. Ma nel Pd a Roma si e’ lasciato sedimentare, colpa anche del Pd di tempo fa, un duplice atteggiamento illusorio, presuntuoso e perdente: un’ambizione pretenziosa, fondata sulla gloria del passato, che non fa i conti con le sconfitte della sinistra nella capitale; una forte inclinazione al massimalismo di una vecchia “sinistra”, estranea alla storia vera della sinistra a Roma. Che e’ stata sempre pragmatica, popolare e di governo: dai grandi sindaci del dopoguerra a quelli degli anni 70 fino a quelli de “centrosinistra”, con Veltroni e Rutelli. Un regresso. Di cui Marino e’ stato il segno. Con Giachetti si e’ fatta una scelta coraggiosa. Ma che, Dio non voglia, puo’ rivelarsi tardiva, debole e non competitiva. Fosse cosi’il paradosso: ci si dovrebbe augurare che Marchini vinca. Ma il Pd ha compiuto il capolavoro di regalarlo a Berlusconi. Occorrerebbe coraggio. Se il Pd non l’avra’, Roma andra’ ai 5 Stelle. E sarebbe una gran brutta cosa.

Sud: meno De Magistris-Emiliano. Piu’ De Luca. 

Le chiacchiere e i fatti. C’e’ il modello Emiliano-De Magistris e c’e’ il modello De Luca. Il Mezzogiorno, dalla fine dell’intervento straordinario negli anni 80, ha vissuto una lunga fase di stagnazione economica in cui i divari non si sono ristretti. La fine della Cassa per il Mezzogiorno non si e’ rivelata propulsiva. Il Sud ha perso, in questi decenni, potere di contrattazione e di indirizzo delle risorse nazionalined europee. A incarnare questa perdita di potere politico del Mezzogiorno e’ stata una falsa e distorta idea di federalismo e regionalismo che ha dominato, negli ultimi 20 anni, al Sud. Era l’idea, mutuata dal leghismo nordista, che autonomia locale e federalismo significhino contrapposizione e competizione tra periferia e centro, tra istituzioni locali e governo nazionale, tra Stato e Regioni o grandi comuni metropolitani. Che al Sud si e’ rivelata fallimentare e perdente. Emiliano e De Magistris rappresentano il declino caricaturale di questa idea fallimentare e perdente. Il primo, Emiliano, ha scatenato un referendum imbecille che, in nome della regionalizzazione delle concessioni, da togliere allo Stato, si sarebbe trasformato nel disastro della politica energetica nazionale, nel blocco ulteriore degli interventi e degli investimenti al Sud. E nella fuga degli investitori. Il secondo, De Magistris, in nome dell’autonomia, ha guidato un assalto idiota al governo che portava a Napoli un pacchetto di idee e risorse per trasformare Bagnoli da deserto immobile ad area produttiva. Ecco di cosa deve liberarsi il Mezzogiorno: di capipopolo che pretendono di fare la guerra al governo invece di collaborare con esso per fare le cose. Il governo e La Campania hanno inaugurato ieri una strada alternativa, opposta a quella di Emiliano e De Magistris: un accordo tra lo Stato e la Regione per gestire, congiuntamente, entro il 2020, risorse definite e quantificate per interventi e opere programmate. Con il Masterplan per il Sud e i 15 accordi territoriali predisposti (di cui De Luca ha ieri firmato il primo, quello per la Campania) il governo e la Campania chiudono la lunghissima fase del meridionalismo distorto, del federalismo impotente, della guerra tra centro e periferia e della diatriba paralizzante sui poteri reciproci. E anche della demonizzazione, cui ha partecipato in questi decenni la stessa sinistra, dell’intervento straordinario al Sud. Confrontato con il trentennio successivo alla sua fine e cancellazione, la storia dell’intervento straordinario andrebbe riscritta. Contenne molte luci oltre che ombre. E rappresento’ una possibilita’ per il Sud. Oggi e’ improponibile nelle forme degli anni 60/80. Ma, con il Masterplan per il Sud, puo’ rivivere di esso una modalita’ propulsiva: quella della contrattazione programmata tra il centro e la periferia sull’uso di risorse finanziarie, definite e vincolate, secondo un piano scadenzato. Ora si vede di che stoffa e’ fatta la classe dirigente del Sud, di destra e di sinistra: capipopolo o costruttori. Credo che occorrano, per il successo del Masterplan, meno Emiliano e De Magistris e piu’ De Luca. 

Meno De Magistris- Emiliano. Piu’ De Luca 

Le chiacchiere e i fatti. C’e’ il modello Emiliano-De Magistris e c’e’ il modello De Luca. Il Mezzogiorno, dalla fine dell’intervento straordinario negli anni 80, ha vissuto una lunga fase di stagnazione economica in cui i divari non si sono ristretti. La fine della Cassa per il Mezzogiorno non si e’ rivelata propulsiva. Il Sud ha perso, in questi decenni, potere di contrattazione e di indirizzo delle risorse nazionalined europee. A incarnare questa perdita di potere politico del Mezzogiorno e’ stata una falsa e distorta idea di federalismo e regionalismo che ha dominato, negli ultimi 20 anni, al Sud. Era l’idea, mutuata dal leghismo nordista, che autonomia locale e federalismo significhino contrapposizione e competizione tra periferia e centro, tra istituzioni locali e governo nazionale, tra Stato e Regioni o grandi comuni metropolitani. Che al Sud si e’ rivelata fallimentare e perdente. Emiliano e De Magistris rappresentano il declino caricaturale di questa idea fallimentare e perdente. Il primo, Emiliano, ha scatenato un referendum imbecille che, in nome della regionalizzazione delle concessioni, da togliere allo Stato, si sarebbe trasformato nel disastro della politica energetica nazionale, nel blocco ulteriore degli interventi e degli investimenti al Sud. E nella fuga degli investitori. Il secondo, De Magistris, in nome dell’autonomia, ha guidato un assalto idiota al governo che portava a Napoli un pacchetto di idee e risorse per trasformare Bagnoli da deserto immobile ad area produttiva. Ecco di cosa deve liberarsi il Mezzogiorno: di capipopolo che pretendono di fare la guerra al governo invece di collaborare con esso per fare le cose. Il governo e La Campania hanno inaugurato ieri una strada alternativa, opposta a quella di Emiliano e De Magistris: un accordo tra lo Stato e la Regione per  gestire, congiuntamente, entro il 2020, risorse definite e quantificate per interventi e opere programmate. Con il Masterplan per il Sud e i 15 accordi territoriali predisposti (di cui De Luca ha ieri firmato il primo, quello per la Campania) il governo e la Campania chiudono la lunghissima fase del meridionalismo distorto, del federalismo impotente, della guerra tra centro e periferia e della diatriba paralizzante sui poteri reciproci.  E anche della demonizzazione, cui ha partecipato in questi decenni la stessa sinistra, dell’intervento straordinario al Sud. Confrontato con il trentennio successivo alla sua fine e cancellazione, la storia dell’intervento straordinario andrebbe riscritta. Contenne molte luci oltre che ombre. E rappresento’ una possibilita’ per il Sud. Oggi e’ improponibile nelle forme degli anni 60/80. Ma, con il Masterplan per il Sud, puo’ rivivere di esso una modalita’ propulsiva: quella della contrattazione programmata tra il centro e la periferia sull’uso di risorse finanziarie, definite e vincolate,   secondo un piano scadenzato. Ora si vede di che stoffa e’ fatta la classe dirigente del Sud, di destra e di sinistra: capipopolo o costruttori. Credo che occorrano, per il successo del Masterplan, meno Emiliano e De Magistris e piu’ De Luca. 

Napoletani 

Da un po’ mi capita di stare spesso a Napoli. A volte, per puro caso, inciampo nei miei geni. E mi stupisco sempre. E talvolta mi commuovo. Puo’ succedere che incontri un particolare, un dettaglio, un piccolo avvenimento che ti ricorda una verita’, bella o triste, ma innegabile: c’e’ qualcosa che li fa diversi. Che ci fa diversi. Imprevedibili, sorprendenti, inventori quotidiani di forme di vita. Scultori, come con la plastica, di strane invenzioni di vita sociale. Chiamatelo costume. Chiamatelo carattere. Chiamatelo impronta. Chiamatelo antropologia. Chiamatelo cultura. Chiamatelo come volete. Ma e’ li’. Sono alla stazione: il centro della mitica Ferrovia.  E’ quartiere, area antropologica, citta’ nella citta’. Rea la descrive, in un bellissimo romanzo, come un immenso teatro. Oggi esaltata da un episodio architettonico, la nuova metropolitana,  che la proietta nella modernita’ ma, forse, fa perdere qualcosa. Che era antico come Napoli. C’e’ il pianoforte di courtesy, strumento ormai familiare in ogni stazione o aeroporto d’Europa. Ne vedo tanti in giro per il mondo. Oggetti un po’ commoventi e dolci. Occupati, altrove, da musicisti solitari che, nell’attesa del terno, improvvisano. E inteneriscono i viaggiatori con cammei di musica. Altrove. Non a Napoli. Nella mia citta’ quel pianoforte solitario e’ diventato la scena di un teatro, di un’esibizione collettiva, quotidiana, ad ogni ora del giorno, di uno straordinario spettacolo di strada.  Chi puo’ ci faccia caso. Mentre bravissimi e dimessi musicisti, usciti probabilmente da una vita di artisti da strada, suonano tutti i pezzi della storia eterna della musica napoletana, intorno ad essi nasce una scena: una comitiva di persone, sicuramente amici dell’artista, donne e uomini, giovani o di una certa eta’, improvvisano uno spettacolo. Ognuno ha una parte. I piu’ di loro fingono di essere li’ per caso: con commenti e gesti attraggono i viaggiatori. Sembrano capitati li’ per caso. Sono parecchi. E stanno sempre li’. I viaggiatori si aggregano. Una piccola folla si forma, partecipa, si commuove, perde il treno. Di tutto! Succede di tutto. Forse e’ una posteggia, mi chiedo. Ci sara’ sicuramente un trucco. Quella comitiva e’ improvvisata per finta. E li’ sempre. Ha socializzato il pianoforte pubblico. Lo ha reso strumento di scena di uno spettacolo permanente. E, giustamente, avra’ trovato il modo per farsi pagare. Ditemi: dove e’ possibile, nel mondo, una cosa simile? E’ un trucco ma tenero, geniale, innocente e stupefacente. La musica e il teatro sono davvero la lingua dei napoletani. Che vivono di essi. Da sempre. Senza tempo. Poco prima di entrare in stazione, mi aveva colpito un manifesto. Una stravagante associazione fa proseliti di iscritti. Forse diventera’ un partito alle amministrative. Con il programma politico piu’ bizzarro che si possa immaginare: legalizzare ogni forma di abusivismo. Detto cosi’. Non per scherzo. Con tanto di sede, numero di telefono, logo associativo, codice fiscale. Faceva appello a iscriversi a posteggiatori abusivi, musicanti di strada, venditori ambulanti, venditori di prodotti di contrabbando, mestieranti, disoccupati, occupanti abusive di case ecc. Tutte le innumerevoli e puntiforme espressioni dell’arte di arrangiarsi, oltre ogni regola- la vita pulsante della storia popolare di Napoli- sono elencate e invitate ad iscriversi. Anche a mezzo posta. Un programma politico: far diventare legale l’illegalita’ lasciandola tale. Forse solo a Dickens ( o a Toto’) poteva venire un’idea simile. Secondo me e’ un pezzo d’arte anche questo. Genialita’. Eterna come la specialita’ di Napoli. Non riesco a non inorgoglirmi, forse per senilita’, di avere con questa gente, immaginifica in ogni gesto e idea,  un pool di geni comuni. “Napoletani”: il titolo di un bel romanzo che lessi in gioventu’. 

E la Fiom, battuta, cambia linea ? 

Finalmente segnali di normalita’sindacale. Oggi scioperano i metalmeccanici. Siamo alle solite, direte. No, ci sono grandi novita’. Almeno quattro: lo sciopero non e’ contro il governo ma per il contratto; lo sciopero e’ unitario dei tre sindacati Fim, Fiom e Uilm; lo sciopero e’ finalizzato non allo scontro fine a se stesso ma ad intavolare una trattativa per un contratto; lo sciopero non demonizza la controparte padronale ( magari preferendo i tribunali come ha fatto la Fiom in Fiat ) e non chiede l’intervento del governo ma assume l’impresa come interlocutore. Non piacera’ a Landini ma questo sciopero, finalmente, e’ la totale sconfessione della sua linea e di almeno 15 anni di massimalismo e antagonismo sindacale (tra i metalmeccanici )della Fiom e della Cgil. La Fiom esce da una sconfitta totale, la guerra alla Fiat, ed evidentemente inizia una retromarcia. Finalmente. L’antagonismo e la solitudine della Fiom non ha pagato e non ha portato nulla ai lavoratori: i metalmeccanici, dopo 10 anni di antagonismo della Fiom, si ritrovano con piu’ fabbriche chiuse, meno fabbriche nate, salari piu’ bassi e disoccupazione piu’ alta. L’antagonismo e’ stato, visto il bilancio, perlomeno inutile. In realta’ dannoso. Bene quindi il ritorno all’unita’ sindacale, la fine dell’isolamento ricercato e il ritorno alla lotta per il contratto e non per obiettivi politici ( a proposito, dove e’ finita la “coalizione popolare” di Landini? ). Detto questo, c’e’ il risvolto della medaglia. Sul tema oggetto dello sciopero, il contratto, la controparte padronale e’ piu’ avanti dei sindacati. La proposta delle imprese per il contratto contiene punti di straordinaria novita’ e modernita’: la priorita’ al contratto aziendale; l’istituzione di un salario minimo garantito; gli aumenti salariali connessi agli obiettivi di produttivita’. Tre contenuti che segnano una svolta modernizzatrice nelle relazioni industriali. I sindacati, pur criticandola, per ora, non hanno rigettato in linea di principio questa piattaforma padronale. E, anche questo e’, nel caso della Fiom, una smentita radicale delle sue precedenti posizioni. Ma ora serve che anche la piattaforma sindacale si elevi al livello di quella padronale. E modernizzi i suoi principi contrattuali. Finalmente si passa dall’antagonismo alla partecipazione e al sindacato partecipativo e costruttivo? Si vedra’. Un timido passo e’ fatto. 

Piu’ decenza, vi prego

Auspicheremmo una politica piu’ decente. Quella in cui dopo un voto si riconosca, con lealta’ e sincerita’, chi ha vinto e chi ha perso. Quella che ha il coraggio, nel caso si e’ perso, di prenderne atto. E di tentare di spiegarsi, apertamente, il perche’. Invece, ancora una volta, siamo alle solite. Gli sconfitti, quelli del si, con argomenti cervellotici, contorsionismi e raggiri numerici dalla stravaganza pirotecnica, cercano di dimostrare che chi era contro il referendum ha perso. E ha perso Renzi. Tutto molto comico. Se non fosse che e’ segno di un malcostume italico, di un’immaturita’, di un’arretratezza, civile e democratica della destra e della sinistra, duri a morire. Il caso della sinistra del Pd e’, poi, particolarmente, urticante. Loro erano per il no, o mi sbaglio? Almeno i loro capi cosi’ si erano espressi. E allora, nel loro caso, ti aspetti dei commenti leggermente diversi da chi era per il si. Giusto? La logica vorrebbe che chi era per il no, visti i risultati, fosse non dico soddisfatto ma, almeno, equilibrato: il no ha vinto nei fatti. Chi ha votato no dovrebbe essere confortato, nella sua scelta, come me che non ho votato: il referendum, cui si opponeva, non e’ passato. Invece: le ragioni del no, di chi ha dichiarato di votare no, non esistono. Desaparecidos. Nessuno di quelli che ha votato no le rivendica. Nessuno di loro che dica: “vedete amici e compagni del si, questo referendum e’ stato un errore. Non e’ cosi’ che si fa l’opposizione a Renzi. Il terreno della lotta a Renzi non puo’ essere quello che calpesta l’interesse generale, che mette in crisi la politica energetica del paese e quella degli investimenti. Cosi’ il paese non ci capisce, non ci segue e Renzi trionfa”. Ecco come dovrebbero ragionare oggi D’Alema, Prodi e la minoranza Pd ( almeno nel chiuso delle loro stanze). E , all’esterno, rivendicare con dignita’ i motivi del loro no. Invece loro appaiono delusi, arrabbiati e stizziti come quelli del si, quelli che hanno perso. Non e’ bizzarro? Loro, senza rinnegare i loro dissensi da Renzi su altre questioni, avrebbero il dovere, ma anche la convenienza- visto che erano per il no- di rivendicare le ragioni del no a questo referendum. Che, per chi lo ha avversato, erano di merito e non di partito. Io, per esempio, mi sono astenuto non perche’ lo diceva Renzi. Fosse stato zitto mi sarei impegnato lo stesso, e forse pure di piu’, per l’astensione. La grandissima maggioranza degli astenuti, signori, volevano che il referendum fallisse non perche’ lo ha chiesto Renzi. Ma per i contenuti disastrosi del referendum. Quanti come me l’hanno fatto a destra, a sinistra o al centro? Ci siamo astenuti, con convinzione, perche’ questo referendum colpiva al cuore la politica energetica e industriale del paese. Il quesito del referendum contestava l’uso delle risorse nazionali di gas e petrolio. E’ vero o no? Metteva in crisi un’industria chiave dell’Italia, quella estrattiva. Scoraggiava gli investimenti esteri nel paese. Mentre noi baccagliavamo sul si, sul no o sull’astensione importanti multinazionali, almeno due, con in primis la Shell, annunciavano il disimpegno dall’Italia. Il referendum rappresentava, lo ha detto Romano Prodi, un disastro economico e un suicidio demente sulla politica energetica: esasperando la dipendenza del paese dalle importazioni estere di gas e petrolio. Il livello e il costo di queste importazioni e’ una delle principali ragioni, se non la principale, della debole crescita italiana. E aumentava i costi della risorsa gas: l’unica che ci resta, visto che abbiamo (per miopia fintoambientalista) rinunciato scioccamente all’uso delle altre fonti energetiche ( nucleare, carbone) cui ricorrono i nostri competitors. Chi ha un minimo di cognizioni tecniche in campo energetico sa che le fonti rinnovabili, checche’ ne dicano i bugiardi, sono integrative e non sostitutive delle fonti convenzionali. E a noi di fonte convenzionale e’ rimasta solo il gas. Colpiamo anche quella? A quanto volete che arrivi in Italia il prezzo dell’energia? L’Italia deve, per necessita’ strategica, perseguire la valorizzazione delle risorse interne di gas e petrolio. Pena la dipendenza totale. Credo che quelli del no la pensassero esattamente come me. E Prodi lo ha detto. E allora? Perche’ non difendono queste ragioni? L’avversione a Renzi puo’ essere messa davanti agli interessi nazionali? Inoltre, il referendum dava un colpo a due riforme essenziali: la correzione di un regionalismo esasperato in cui le regioni non surrogano ma sostituiscono le competenze statali ( ad esempio sull’energia); la cancellazione della burocrazia, bloccante e soffocante, delle procedure autorizzative sugli investimenti, il cancro italiano. Si deve essere renziani per sostenere la utilita’ e la necessita’ di queste due riforme? Non le sosteneva, prima del referendum, anche la sinistra, sedicente riformista, del Pd? State buttando voi della minoranza Pd, il bambino con l’acqua sporca. Pensate che facendo la lotta a Renzi con gli argomenti, il linguaggio e i numeri truccati di Grillo, Salvini e degli estremisti come Landini guadagnate consensi dentro e fuori il Pd? Illusi. State contribuendo, invece, alla disillusione e allo sconcerto di molti elettori, iscritti e simpatizzanti. E anche di molti che non amano definirsi renziani perche’ vorrebbero, semplicemente, definirsi riformisti.

Chi e’ causa del suo mal…

Per un mese hanno insultato senza pudore. Hanno detto di tutto. Hanno evocato sfracelli ambientali e servitu’ ai petrolieri. Ora, avendo preso uno schiaffo sonoro, sbandano. Invece di riconoscere la sconfitta e avviare una sana autocritica si abbandonano alle comiche. Come quella di intascarsi i voti per il si come voti in cassaforte, domani , ad elezioni politiche contro Renzi. Una scempiaggine. Se, dopo ogni referendum perso, i promotori sconfitti avessero ragionato cosi’, la politica italiana avrebbe un’altra geografia. E i radicali, ad esempio, sarebbero il primo partito italiano. Invece, e’ noto, non riescono neanche ad entrare in Parlamento. Purtroppo per gli illusi recidivi la vittoria in un referendum ha solo l’effetto che la logica vuole: di conservare la norma che si voleva cancellare e di far apparire vincitore chi si e’ opposto al referendum perdente. Qualunque siano i numeri della sconfitta. Non illudetevi. Avendo i referendari trasformato, scioccamente, il quesito in un pronunciamento su Renzi, sullo sblocca Italia e sulla sua politica energetica, ora si intascano, come regola, una sonora sconfitta su tutti e tre questi terreni. Renzi ha vinto e vede anche confermati, dal voto, le ragioni dello sblocca Italia e della politica energetica del governo. L’Italia ha detto si a un’accelerazione delle opere pubbliche, agli investimenti esteri e nazionali in energia , allo sfruttamento del gas e del petrolio “nazionali” e ad una politica energetica che, realisticamente, non criminalizzi il gas e il petrolio, da cui dipende e dipendera’ per molti decenni ancora il nostro fabbisogno energetico. Questi sono i risultati, veri e tangibili, del referendum. E di questo si rallegrano i renziani ma, anche, non renziani costruttivi e che guardano all’ interesse nazionale. Che oggi pero’ sono piu’ orfani di ieri. La politica del fare e quella energetica, confermate con la sconfitta del referendum, non erano, sino a ieri, prerogativa di Renzi. Ma di una piu’ larga parte dello schieramento politico: di alcuni leader della minoranza Pd e, anche, di un centro destra moderato e di governo. Per pura cecita’, infantilismo e opportunismo politico costoro hanno cambiato bandiera. E hanno anteposto, alle ragioni di merito del referendum, la strumentalizzazione di esso pur di dare un colpo a Renzi. Avrebbero potuto, oggi, condividere la conferma di una politica giusta. Avrebbero potuto avere il buon senso di distinguere le critiche a Renzi dal merito sciocco e antinazionale di questo referendum. Invece devono intascare una sonora sconfitta. Voluta e cercata. Incredibile. La sinistra e la destra di altri tempi non fecero mai questo errore. Seppero restare, in tanti referendum, coerenti al merito dei quesiti, evitando di strumentalizzarli per ragioni di partito e si misero, cosi’, al riparo dagli esiti. Prodi, D’Alema, Bersani e Berlusconi da politici di governo, avrebbero dovuto fare cosi’. Dicendo, ad esempio: “nel merito di questa specifica questione e quesito, il governo ha ragione e il referendum e’ dannoso e deve essere sconfitto. Chi non votera’ ha i suoi motivi”. Lo avevano detto in altri referendum. In questo no. Pur condividendo, in cuor loro,  il giudizio sulla dannosita’ del referendum hanno ragionato col cupio dissolvi. Hanno anteposto la politica di partito al merito del quesito. Si sono messi, assurdo, dal lato perdente. E hanno finito per regalare a Renzi una vittoria personale. Compiendo un capolavoro: la rappresentativita’ delle ragioni di merito della battaglia antireferendaria -fare le opere, facilitare gli investimenti esteri, valorizzare le risorse energetiche nazionali- che erano ragioni di un largo spettro politico riformista e di governo, e’ finita per essere, oggi, solo di Renzi. Cecita’ politica. Inspiegabile in politici esperti. Chi e’ causa del suo mal, pianga se stesso” ma si faccia, almeno…l’autocritica!

Lo avete detto voi: astenersi e’ legittimo. 

Si sono tenuti in Italia 27 referendum che non hanno raggiunto il quorum. Chi “non ha votato” a questi referendum non ha fatto il proprio “dovere civico”? E perche’ questa accusa, la destra e la sinistra, che oggi si stracciano le vesti per chi non andra’ a votare, non lo hanno mai detto prima? Perche’ non lo hanno detto negli altri 27 referendum in cui il quorum non e’ stato raggiunto? Non solo non l’hanno detto. Statisticamente parlando si deve dedurre che nei 27 referendum bocciati per mancanza di quorum la stragrande maggioranza delle persone di sinistra e di destra, quelle che oggi parlano di voto al referendum come “dovere civico”, ( una bufala contra legis) si siano sempre astenuti. E’ una deduzione logica elementare visti i numeri degli astenuti nei 27 referendum precedenti. I capi della sinistra e della destra non avevano mai fatto scandalo, giustamente, dell’astensione nei 27 referendum bocciati per assenza di quorum. Anzi. Avevano detto il contrario. Giustamente. Io trovai e trovo esemplare e, costituzionalmente, magistrale la seguente dichiarazione di Pier Luigi Bersani, che nel 2003, ai tempi del referendum sindacale sull’articolo 18, giustifico’ la scelta ” consapevole ” degli elettori che si astennero e disse esplicitamente: ” Il referendum ( sull’articolo 18) è negativo perché sia nel caso di vittoria del sì che in quello di vittoria del no ne deriverebbero direttamente o indirettamente conseguenze non desiderabili. Nessuno obbliga ad accettare una domanda mal posta” (Bersani, 13 giugno 2003). E’ cosi’! Anche di questo referendum si puo’ dire che il quesito e’ mal posto. Per tantissime ragioni. Non accettare la domanda del referendum, cioe’ astenersi dal voto, non solo e’ costituzionalmente corretto. Ma e’ un diritto di chi respinge il quesito per le piu’ diverse motivazioni. A chi invita a votare no vorrei far rilevare un dato: in tutti i referendum bocciati per assenza di quorum, naturalmente, tra i pochi che erano andati a votare il si ha prevalso con percentuali oltre l’80%. C’e’ un’asimmetria logica nei referendum: essendo scarsa sempre l’affluenza, anche per la natura molto tecnica ( e spesso incomprensibile) dei quesiti, tra i si e i no. Incomprensibili non solo nel linguaggio. Ma per un fatto piu’ sostanzioso: abrogare una norma, sic et sempliciter, senza poterne valutare conseguenze e derivanti, e’ poco comprensibile. E’, spesso, una “domanda mal posta”, come disse Bersani nel 2003. Questo imporrebbe qualche riflessione sulla natura attuale dei referendum abrogativi. Che sono fatti, tecnicamente, per scoraggiare la partecipazione al voto. E che “motivano”, asimmetricamente, solo il voto dei piu’ politicizzati, di appartenenza ed estraneo alle ragioni “tecniche” dei quesiti. La sinistra ha sempre posto questo problema. Ora, solo per ragioni di opposizione a Renzi, si dimentica tutto? Si dimentica che in tanti referendum la sinistra si e’ astenuta, senza fare scandalo? Si dimentica che, sul tecnicismo dei quesiti dei referendum abrogativi, la sinistra ha sempre polemizzato? Si dimentica quello che i capi della sinistra pensarono nel 2003? E cioe’, che nel referendum abrogativo, il piu’ delle volte il voto per il no ha l’effetto contrario? Che chi vota no, in presenza di una prevedibile alta astensione, in realta’ vota si ? Lo si dimentica o si fa finta di dimenticarlo perche’ si vuole, in realta’, che vinca il si per ragioni che non si riferiscono al merito del referendum? E questa sarebbe ipocrisia e cattiva politica. 

Lo avete detto voi: astenersi e’ legittimo. 

Si sono tenuti in Italia 27 referendum che non hanno raggiunto il quorum. Chi “non ha votato” a questi referendum non ha fatto il proprio “dovere civico”? E perche’ questa accusa, la destra e la sinistra, che oggi si stracciano le vesti per chi non andra’ a votare, non lo hanno mai detto prima? Perche’ non lo hanno detto negli altri 27 referendum in cui il quorum non e’ stato raggiunto? Non solo non l’hanno detto. Statisticamente parlando si deve dedurre che nei 27 referendum bocciati per mancanza di quorum la stragrande maggioranza delle persone di sinistra e di destra, quelle che oggi parlano di voto al referendum come “dovere civico”, ( una bufala contra legis) si siano sempre astenuti. E’ una deduzione logica elementare visti i numeri degli astenuti nei 27 referendum precedenti. I capi della sinistra e della destra non avevano mai fatto scandalo, giustamente, dell’astensione nei 27 referendum bocciati per assenza di quorum. Anzi. Avevano detto il contrario. Giustamente. Io trovai e trovo esemplare e, costituzionalmente, magistrale la seguente dichiarazione di Pier Luigi Bersani, che nel 2003, ai tempi del referendum sindacale sull’articolo 18, giustifico’ la scelta ” consapevole ” degli elettori che si astennero e disse esplicitamente: ” Il referendum ( sull’articolo 18) è negativo perché sia nel caso di vittoria del sì che in quello di vittoria del no ne deriverebbero direttamente o indirettamente conseguenze non desiderabili. Nessuno obbliga ad accettare una domanda mal posta” (Bersani, 13 giugno 2003). E’ cosi’! Anche di questo referendum si puo’ dire che il quesito e’ mal posto. Per tantissime ragioni. Non accettare la domanda del referendum, cioe’ astenersi dal voto, non solo e’ costituzionalmente corretto. Ma e’ un diritto di chi respinge il quesito per le piu’ diverse motivazioni. A chi invita a votare no vorrei far rilevare un dato: in tutti i referendum bocciati per assenza di quorum, naturalmente, tra i pochi che erano andati a votare il si ha prevalso con percentuali oltre l’80%. C’e’ un’asimmetria logica nei referendum: essendo scarsa sempre l’affluenza, anche per la natura molto tecnica ( e spesso incomprensibile) dei quesiti, tra i si e i no. Incomprensibili non solo nel linguaggio. Ma per un fatto piu’ sostanzioso: abrogare una norma, sic et sempliciter, senza poterne valutare conseguenze e derivanti, e’ poco comprensibile. E’, spesso, una “domanda mal posta”, come disse Bersani nel 2003. Questo imporrebbe qualche riflessione sulla natura attuale dei referendum abrogativi. Che sono fatti, tecnicamente, per scoraggiare la partecipazione al voto. E che “motivano”, asimmetricamente, solo il voto dei piu’ politicizzati, di appartenenza ed estraneo alle ragioni “tecniche” dei quesiti. La sinistra ha sempre posto questo problema. Ora, solo per ragioni di opposizione a Renzi, si dimentica tutto? Si dimentica che in tanti referendum la sinistra si e’ astenuta, senza fare scandalo?  Si dimentica che, sul tecnicismo dei quesiti dei referendum abrogativi, la sinistra ha sempre polemizzato?  Si dimentica quello che i capi della sinistra pensarono nel 2003? E cioe’, che nel referendum abrogativo, il piu’ delle volte il voto per il no ha l’effetto contrario? Che chi vota no, in presenza di una prevedibile alta astensione, in realta’ vota si ? Lo si dimentica o si fa finta di dimenticarlo  perche’ si vuole, in realta’, che vinca il si per ragioni che non si riferiscono al merito del referendum? E questa sarebbe ipocrisia e cattiva politica. 

Chi cambia, vince 

Non esiste una continuita’ istituzionale di 70 anni. La sacralita’ delle istituzioni non giustifica la loro ingessatura. Non sono vitali e forti i sistemi politici che passano, senza riforme e innovazioni, un ciclo storico di quasi un secolo. E infatti l’Italia e’ arrivata al logoramento istituzionale, all’inefficacia e all’inefficienza del funzionamento istituzionale. Il conservatorismo istituzionale e costituzionale ha raggiunto in Italia livelli patologici. Con un tasso di paralisi allarmante: da oltre 30 si discute inutilmente di riforme istituzionali. Ma mai nessuna e’ stata fatta, fe neppure cominciata. Mentre implodono, ormai, i difetti delle nostre istituzioni: il bicameralismo perfetto, la scarsa governabilita’, la fragilita’ dei governi, l’instabilita’ politica. E, per ultimo, un federalismo demagogico i cui effetti disgregatori e paralizzanti, con l’ attuali regionalismo, sono superiori di gran lunga a quelli propulsivi. L’intera seconda repubblica, destra e sinistra, per 24 anni ( dal 1992 al 2016) ha fallito il compito e il proposito di avviare la riforma dello Stato. Si sono alternati in 24 anni governi di destra e sinistra. Tutti segnati dall’incapacita’ e dal fallimento sul proposito della riforma dello Stato. Questi 24 anni di incapacita’ riformatrice, di destra e sinistra, hanno coinciso, non a caso, con la decrescita e il declino economico dell’Italia, con la sua perdita di peso internazionale, con la caduta della produttivita’ e della competitivita’ del nostro sistema. L’impotenza riformatrice di 24 anni ha causato la crisi politica italiana, della destra e della sinistra, in cui e’ nata la protesta e il movimentismo antisistema dei 5 stelle. Ora siamo, dopo 70 anni, alla prima grande riforma dello Stato. Piaccia o non piaccia, in soli due anni ( dopo 24 di paralisi), il governo Renzi ha mantenuto la sua promessa. Ne va preso atto, con oggettivita’. Questa riforma, come ogni altra, puo’ avere limiti e difetti. Ma solo ottusi e caparbi conservatori possono affermare l’inverosimile e l’assurdo: che i limiti siano tali da far respingere questa riforma per tornare al sistema di prima. Una posizione faziosa, cieca e suicida. Tornare a prima, respingendo la riforma, significa condannare la democrazia italiana all’implosione. I conservatori perderanno il referendum perche’ gli italiani capiscono che, dopo 70 anni, le istituzioni o cambiano o muoiono. Le opposizioni, tutte, dovrebbero considerare questo punto: risultare forza di freno e conservazione. Cosi’ si delegittimeranno. A partire dal centrodestra. Aveva la possibilita’ di risultare costituente, nella scrittura di queste riforme. L’ha persa per ignavia e incapacita’ di pensiero strategico. Ma anche i 5 Stelle potevano cogliere l’occasione delle riforme per apparire una forza nuova che metteva la sua firma su una nuova Repubblica. Si stanno perdendo nell’estremismo conservatore. La minoranza Pd, al solito, non brilla per intelligenza politica: sulle riforme istituzionali dovrebbe stare con il governo. E, magari distinguersi sul resto. Invece si divide e si sfarina tra richieste di modifiche di dettaglio o la tentazione di rovesciare la riforma, al referendum, per rovesciare Renzi. Un autentico suicidio. Non capiscono. L’Italia ha bisogno e vuole la grande riforma. Cosi’ faranno di Renzi il vincitore personale del referendum. Bravi.