Napoletani 

Da un po’ mi capita di stare spesso a Napoli. A volte, per puro caso, inciampo nei miei geni. E mi stupisco sempre. E talvolta mi commuovo. Puo’ succedere che incontri un particolare, un dettaglio, un piccolo avvenimento che ti ricorda una verita’, bella o triste, ma innegabile: c’e’ qualcosa che li fa diversi. Che ci fa diversi. Imprevedibili, sorprendenti, inventori quotidiani di forme di vita. Scultori, come con la plastica, di strane invenzioni di vita sociale. Chiamatelo costume. Chiamatelo carattere. Chiamatelo impronta. Chiamatelo antropologia. Chiamatelo cultura. Chiamatelo come volete. Ma e’ li’. Sono alla stazione: il centro della mitica Ferrovia.  E’ quartiere, area antropologica, citta’ nella citta’. Rea la descrive, in un bellissimo romanzo, come un immenso teatro. Oggi esaltata da un episodio architettonico, la nuova metropolitana,  che la proietta nella modernita’ ma, forse, fa perdere qualcosa. Che era antico come Napoli. C’e’ il pianoforte di courtesy, strumento ormai familiare in ogni stazione o aeroporto d’Europa. Ne vedo tanti in giro per il mondo. Oggetti un po’ commoventi e dolci. Occupati, altrove, da musicisti solitari che, nell’attesa del terno, improvvisano. E inteneriscono i viaggiatori con cammei di musica. Altrove. Non a Napoli. Nella mia citta’ quel pianoforte solitario e’ diventato la scena di un teatro, di un’esibizione collettiva, quotidiana, ad ogni ora del giorno, di uno straordinario spettacolo di strada.  Chi puo’ ci faccia caso. Mentre bravissimi e dimessi musicisti, usciti probabilmente da una vita di artisti da strada, suonano tutti i pezzi della storia eterna della musica napoletana, intorno ad essi nasce una scena: una comitiva di persone, sicuramente amici dell’artista, donne e uomini, giovani o di una certa eta’, improvvisano uno spettacolo. Ognuno ha una parte. I piu’ di loro fingono di essere li’ per caso: con commenti e gesti attraggono i viaggiatori. Sembrano capitati li’ per caso. Sono parecchi. E stanno sempre li’. I viaggiatori si aggregano. Una piccola folla si forma, partecipa, si commuove, perde il treno. Di tutto! Succede di tutto. Forse e’ una posteggia, mi chiedo. Ci sara’ sicuramente un trucco. Quella comitiva e’ improvvisata per finta. E li’ sempre. Ha socializzato il pianoforte pubblico. Lo ha reso strumento di scena di uno spettacolo permanente. E, giustamente, avra’ trovato il modo per farsi pagare. Ditemi: dove e’ possibile, nel mondo, una cosa simile? E’ un trucco ma tenero, geniale, innocente e stupefacente. La musica e il teatro sono davvero la lingua dei napoletani. Che vivono di essi. Da sempre. Senza tempo. Poco prima di entrare in stazione, mi aveva colpito un manifesto. Una stravagante associazione fa proseliti di iscritti. Forse diventera’ un partito alle amministrative. Con il programma politico piu’ bizzarro che si possa immaginare: legalizzare ogni forma di abusivismo. Detto cosi’. Non per scherzo. Con tanto di sede, numero di telefono, logo associativo, codice fiscale. Faceva appello a iscriversi a posteggiatori abusivi, musicanti di strada, venditori ambulanti, venditori di prodotti di contrabbando, mestieranti, disoccupati, occupanti abusive di case ecc. Tutte le innumerevoli e puntiforme espressioni dell’arte di arrangiarsi, oltre ogni regola- la vita pulsante della storia popolare di Napoli- sono elencate e invitate ad iscriversi. Anche a mezzo posta. Un programma politico: far diventare legale l’illegalita’ lasciandola tale. Forse solo a Dickens ( o a Toto’) poteva venire un’idea simile. Secondo me e’ un pezzo d’arte anche questo. Genialita’. Eterna come la specialita’ di Napoli. Non riesco a non inorgoglirmi, forse per senilita’, di avere con questa gente, immaginifica in ogni gesto e idea,  un pool di geni comuni. “Napoletani”: il titolo di un bel romanzo che lessi in gioventu’. 

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