Peana alle multinazionali

Ma cos’e’ veramente piu’ “classista”: la grande industria multinazionale, chimica, farmaceutica, agroalimentare o la sofisticata industria del cibo ecologico, del bio, del low fat, dei costosi negozi di nicchia del “mangiare alternativo”? E’ tempo di sfatare un altro luogo comune della nuova ( vecchia) sinistra aristocratica e radical chic. Una sinistra che, espropriata delle vecchie inservibili ideologie ma pur sempre con un conto in banca, ha scoperto il “cibo ecologico” come il nuovo Manifesto dei Comunisti, la frontiera neoromantica del vivere antagonista e alternativo. Consentito a portafogli capienti. L’umanita’, invece, si sfama con il cibo e i prodotti “tradizionali”, perloppiu’, forniti dalle multinazionali. Innanzitutto: cos’e’ piu’ ecologico? Dietro la grande industria c’e’ una struttura gigantesca di ricerca. In tutti i campi della produzione chimica, alimentare, sanitaria, agricola. La sicurezza alimentare non potrebbe esistere senza questo mondo multinazionale. Senza le Universita’, i centri di ricerca, gli studi genetici, i laboratori, la ricerca privata che accompagna la produzione industriale delle multinazionali. Dietro il “cibo alternativo” che c’e’? Ricerca zero, assenza di basi mediche, induzione pubblicitaria di consumi che privilegia la sofisticazione, la moda, vantaggi inventati per cibi e prodotti, privi di ogni verifica effettiva. E in cui il massimo del bene che e’ lecito aspettarsi e’ uno stupido effetto placebo per consumatori ricchi e assonnati. E’ piu’ ecologica la grande industria multinazionale. Nessuno racconta, sulla stampa radical chic, che i programmi di riduzione della fame nel mondo sono quelli di maggior successo e risultati accertati. Secondo il World Food Programme dell’Onu, ben 70 paesi in via di sviluppo hanno raggiunto, nel 2015, l’obiettivo di fuoriuscire dalla denutrizione. Non e’ questo l’obiettivo piu’ ecologico e ambientalista possibile? E come e’ stato ottenuto, secondo voi? Con le mitologie del cibo sofisticato, del chilometro zero, biologico, alternativo, di nicchia o con l’azione della grande industria alimentare e farmaceutica, degli Ogm, della trasformazione produttiva dei terreni agricoli nei paesi poveri? E non solo delle multinazionali americane ed europee. Oggi il mercato mondiale registra multinazionali cinesi, indiane, asiatiche che, dopo aver sfamato in propri paesi, consentendo il salto dal sottosviluppo alla crescita a due cifre, competono connamericani ed europei per posizionarsi sul mercato mondiale. Nonostante la crisi mondiale del decennio trascorso, la fame nel mondo e’ crollata, decine di paesi nuovi sono entrati nel circolo dello sviluppo. Poco da dire: il capitalismo e’ un modo di produzione spesso inquieto e schizzoso. Ma e’ il migliore dei mondi possibili. E sa essere, talvolta, molto generoso.

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Gomorra e’ una bufala. Che paga

Esiste un grillismo ideologico. E il suo linguaggio e’ l’antipolitica. Gomorra, la sua rappresentazione di Napoli, il suo successo mediatico e la tesi di Saviano che “a Napoli e al Sud la politica e’ morta” (e quindi lo Stato e la civilta’ sono morti) rappresentano il prodotto culturale di successo di tale ideologia. Una volta la sinistra esagerava nella critica ai prodotti dell’industria culturale- film, libri, musica, teatro, cinema, tv- come strumenti del “consumo indotto”, del potere capitalistico di rappresentare la realta’ in modi che coartavano il consumo. Sociologismo d’accatto. Ma ora si esagera al contrario. Si pretende che il modello Gomorra sia un rispecchiamento della realta’ e se ne promuove il consumo come fosse un saggio sociologico. L’industria culturale che promuove Gomorra e’ anche quella che promuove una catena di prodotti culturali- giornali quotidiani, riviste, case editoriali, libri- monolitici nella rappresentazione che Saviano fa del Mezzogiorno ( “tutto e’ camorra”). Che e’ poi una metafora della rappresentazione che egli fa dell’Italia: “la politica e’ morta e tutto, in Italia, e’ potere criminale”. Comincio a credere che non e’ la magistratura “militante” a servirsi della rappresentazione antipolitica che questa industria culturale promuove. Piuttosto il contrario. Oggi questa deriva nichilista della rappresentazione della politica, dello Stato, della democrazia paga: i suoi prodotti culturali vendono. E nascono pariti che se ne intestano la rappresentanza. Anni di campagne antipolitiche hanno fiaccato qualunque capacita’ di contestazione critica di questa rappresentazione distorta. Intellettuali, comici, anchormen, giornalisti, a frotte, si mettono al servizio di una rappresentazione che” vende”. Vende ma uccide. La “sociologia” di Gomorra uccide, sul serio, Napoli. Ne proietta un’immagine farsesca che si pretende realta’. Come l’immagine della Terra dei fuochi, uno dei luoghi piu’ belli della natura napoletana, la Campania felix, descritto come Averno spettrale di lutti, cosi’ la Scampia di Gomorra diventa metafora di Napoli. Dove scompare ogni rappresentazione, seppur di sfuggita, del bello ( il mare, la cultura, la musica ) e del bene ( lo Stato, la polizia, la legge). Napoli e’ Regno del male: assoluto, fantasmatico, dove ogni ritmo e gesto sembra dettato dai tempi della cocaina. Irreale. La realta’ e’ ridotta a pallida comparsa. Napoli in Gomorra e’ un quartiere. Anch’esso costruito ad arte. Fiction. Nel metaregno di Scampia Napoli e’effettivamente morta. Come pretende Saviano. Nella realta’ di Scampia Napoli non lo e’. Ma un’industria culturale aggressiva e distorcente fa di tutto per ucciderla.

Il partito che  ( ancora) non c’e’

Celebrare Beniamino Andreatta e’ stato molto bello. Ed un segno di bella memoria. Nessuna formazione politica puo’ vivere di solo presente. O di evocazione del futuro. E’ necessario avere richiami simbolici, tradizioni spendibili, memorie affidabili. E’ la sola cosa che in politica somigli all’anima: l’idea di un’eredita’ immateriale che da’ ad una comunita’ di persone una dose giusta di identita’ e appartenenza. Il Pd viene molto spesso disegnato, per errore dei suoi esponenti, come una cosa irreale e, nella sostanza molto fragile: diviso tra un gruppo maggioritario descritto come “senza tradizione”, tutto presente e futuro, portatore di una metodologia di “rottamazione” e tenuto insieme da un prevalente obiettivo di potere e un gruppo minoritario descritto come abbarbicato a quella parte della tradizione della sinistra, radicale ed erede di una parte della storia del Pci, quella meno presentabile oggi per l’identita’ di un partito europeo e contemporaneo. la sinistra antagonista e radicale, eredecdi una parte ( quella inservibile) del Pci. Un Pd, insomma, dipinto come un partito “senza anima”. Ritengo che questa rappresentazione non sia veritiera. Che sia ingiusta e irreale. Ma i protagonisti di maggioranza e minoranza del Pd non fanno nulla per combatterla. Anzi l’alimentano. Loro non hanno il coraggio di rivendicare cosa li unisce. Non hanno il coraggio, pur di farsi la lotta, di difendere ” l’anima” su cui quel partito e’ nato. Che era, a mio avviso, molto interessante, dotata di senso e attrattivita’. Il ricordo di Beniamino Andreatta e’ l’occasione per ricordare l’anima del Pd, il suo originario disegno e l’idea di rottura che il progetto del Pd segnava nella storia del secolo democratico italiano. Questa idea era quella di un partito di massa riformista e di centrosinistra. Una cosa che in Italia non c’era mai stata. Il riformismo in Italia e’ stato storia di correnti minoritarie: nel partito comunista, nella Dc o nei raggruppamenti laici della nostra storia repubblicana. La sinistra italiana non e’ stata mai compiutamente socialdemocratica. La Dc e’ stato uno strano partito misto di conservatorismo e popolarismo sociale. Il partito socialista non ha avuto, purtroppo, basi di massa. Le formazioni laiche e liberal-riformiste sono stati sempre correnti prestigiose ma effimere. L’Italia, per questo, non ha avuto mai un partito riformista di massa e di governo. E questo pesa sui caratteri errati e superati della costituzione materiale del nostro Paese. Sui limiti e la fragilita’, rispetto ad altre democrazie, di quella italiana. Il Pd nacque con l’idea di superare il passato e costituire quella forza che e’ mancata: il partito riformista di massa. Una terza forza radicalmente distinta dal conservatorismo di destra e dal massimalismo di sinistra. Di centro e di sinistra nel senso di centrosinistra Una forza non radicale, popolare, europea, moderna e identificata da un programma: fare in Italia riforme liberali e di modernizzazione. Senza fini escatologici e meta-politici. Sobria, leggers, moderna. Riformista. Andreatta rappresentava uno dei poli dell’incontro tra le correnti minoritarie del riformismo italiana. Un incontro che era il progetto del Pd. Solo rivendicando quel progetto Renzi e Bersani potrebbero stare insieme. Il ridicolo e’: quel progetto e’ ancora di piu’ valido oggi. Ma i protagonisti, gli uomini forti del Pd, fanno di tutto per frantumarlo: gli uni, quelli della maggioranza, descrivendo un partito senza passato e solo presente; gli altri, quelli della minoranza, rintanandosi nella rivendicazione della sinistra improbabile, quella radicale e non riformista. Entrambi ci lasciano un senso di vuoto. Renzi ha un’attenuante: fa le riforme. Non e’ poco. Ma il “partito riformista di centrosinistra”, radicato da Napoli a Milano e in tutta Italia manca ancora. E questo e’ colpa di entrambi i contendenti. 

L’imperativo? Difendere la politica, pardon…la democrazia

Citatemi un paese al mondo in cui un potere dello Stato, la Magistratura, si ritiene in dovere di intervenire attivamente ( seppur nella forma delle sue correnti sindacali) nella competizione politica contro un altro potere dello Stato, il governo. E’ quello che succede in Italia con l’adesione ufficiale di correnti della Magistratura alla campagna per il No al referendum costituzionale. E con le dichiarazioni ( poi ingenuamente smentite ) di un membro del Csm che ritiene legittimo schierarsi contro le riforme proposte dal governo. Negli ordinamenti liberali l’indipendenza della Magistratura significa la sua piena e inviolabile indipendenza “nell’applicazione delle leggi”. Non nella loro definizione. Che spetta al Parlamento e a nessun altro. I magistrati sono ( e devono apparire) indipendenti da ogni altro potere. Nessuno puo’ interferire nella loro attivita’ giurisprudenziale. Tantomeno la politica. Ma nella formazione delle leggi vale il contrario: nessuno deve violare l’indipendenza e l’autonomia del Parlamento. Tantomeno la Magistratura. Che e’ indipendente ma non autonoma dal vincolomdel rispetto delle procedure di uno Stato di diritto. Bene fa il ministro Orlando a richiedere, su questo, un chiarimento e il rispetto della legge, dopo le dichiarazioni abnormi del giudice Morosini. Registro che su questo la minoranza Pd approva la condotta del governo. E’, finalmente, una scelta rassicurante. La polemica interna ad un partito deve avere il limite del coraggio di fermarsi di fronte ai temi che riguardano l’interesse generale della democrazia e del paese. Dico di piu’: la preoccupazione del ministro Orlando dovrebbe essere di tutto il Parlamento. Comprese le opposizioni. Il Parlamento che difende le sue prerogative non e’ l’arroccamento della politica. Questa e’ un’altra mistificazione volgare che e’ operata in Italia da coloro ( compresi certi giudici) che alimentano la tesi reazionaria che il Parlamento, i partiti, le sedi legislative, le istituzioni elettive a tutti i livelli ( comuni e regioni comprese ) sono la “politica”. E, per di piu’, abbietta e corrotta, da appiedare con indagini e misure afflittive. E, invece, non sono la “politica” ma la “democrazia”. E chi pretende, col moralismo e l’inquisizione forcaiola, di appiedare le regole democratiche in nome dell’antipolitica sta scavando la fossa alla nostra liberta’. Se ne ricordino le piccine opposizioni italiane. 

Ma davvero e’ un corrotto? O e’ troppo di sinistra? 

Io non credo che si facciano le indagini a regia. Chi fa il mestiere di amministratore e’ soggetto a possibili indagini. Anzi le possibilita’ sono enormemente aumentate negli ultimi anni. Chi sostiene che ” i politici sono tutti corrotti” o che la “corruzione e’ aumentata, rispetto a Tangentopoli” ( Davigo) dice il falso. La verita’ e’ che sono aumentate a dismisura le fattispecie che implicano indagini penali o amministrative su chi svolge un compito amministrativo. Questo sta diventando un disincentivo ad assumere cariche pubbliche, da parte di manager, professionisti, uomini di cultura. La politica invece di dividersi e farsi accuse reciproche di corruzione ad ogni indagine dovrebbe allarmarsi per questo. Il reato di cui e’ accusato il sindaco di Lodi, pero’, non e’ un nuovo reato. E’ un vecchissimo reato. E anche dei piu’ brutti: turbativa d’asta. Grave senza dubbio. E l’indagine non e’ nato da volonta’ dei magistrati ma da un esposto: la cosa piu’ normale del mondo E vedremo la difesa del sindaco. Pero’ c’e’ qualcosa che non torna. Il merito di questa indagine sembra, da quel che si legge, perlomeno,  stravagante. Il vantaggio ottenuto dal sindaco di Lodi sarebbe non economico ma quello del consenso elettorale. E il reato? Sembrerebbe  quello di aver manipolato il bando di gara per eliminare la vittoria, per la gestione di due piscine pubbliche, di ditte concorrenti. Gravissimo. Ma lo scopo della manipolazione sembrerebbe essere quello di affidare la gestione ad una societa’ municipalizzata, sfavorendo ditte private. A che fine?  Al fine di abbattere, alterando il bando, il profitto atteso dai privati ( che sarebbe stato alto perche’ fondato su alti prezzi di ingresso). Che, altrimenti,  sarebbe stato proibitivo per le fasce piu’ deboli. Questo sembra essere il fatto. Come si vede non si tratta di spartirsi benefici economici. Semmai sembrerebbe che il sindaco abbia errato per un eccesso di demagogia. Intendiamoci: se le cose stessero cosi’ il sindaco avrebbe sbaglito lo stesso. Nessuna gara va alterata. Nemmeno per sfavorire dei privati. Anzi. Ma qualcuno mi deve spiegare perche’ l’eventuale reato di questo sindaco, che mi sembra piu’ un abuso d’ufficio dovuto a demagogia,  andava spettacolarizzato con l’arresto. Non c’e’ proporzione. Come non pensare che non le indagini, per carita’, ma il loro uso e gestione abbiano una “decisione politica” a monte? Quanto al sindaco, se le cose stanno cosi’,  non mi sembra un corrotto ma uno un po’ troppo populista per i miei gusti. 

Il sud? E’ puro solo se morto! 

La mafia, in Sicilia, sopporta molto bene i professionisti dell’antimafia. Un club. Che gli fa il solletico. E, molto spesso, lavora per il re di Prussia. Il club, infatti, sembra  piu’interessato, come denunciava Sciascia, a debilitare il fronte di chi fa il suo mestiere contro la mafia- poliziotti, giudici, politici, giornalisti, imprenditori- senza essere arruolato al club,  che ad altro. I nemici del club sono quelli che hanno la colpa di non adeguarsi ai due dogmi dei “professionisti dell’antimafia”: la mafia vera e’ la politica. Tutta. Eccetto quella rappresentata dai professionisti del club. A cui, oggi, vengono arruolati i 5 Stelle; l’economia al Sud e’ sempre, tutta e solo mafiosa. Non possono esistere imprenditori non mafiosi. Ecco i loro due dogmi.  Questa colpa deve essere battuta dal ” partito dei giudici” i cui ideologi e rappresentanti sono i professionisti dell’antimafia. Chi non si allinea all’ideologia dell’antimafia e’ il vero obiettivo dei professionisti dell’antimafia. Per loro il mondo e’ semplice: ” chi non e’ con me, sotto-sotto e’ mafioso” Fosse per i professionisti dell’antimafia, com’e’ noto, il giudice Falcone sarebbe finito in galera molto prima che lui avesse mandato in galera i mafiosi. Ora e’ ricomparso un campione dei professionisti dell’antimafia: Leoluca Orlando. Per denunciare i “confindustriali antimafiosi”. Cioe’ gli imprenditori siciliani che hanno fatto battaglie contro il pizzo e i ricatti mafiosi. Se c’e’ una cosa che la mafia sopporta meno, perfino, di poliziotti e magistrati, sono gli imprenditori che “non ci stanno”. Sono quelli che pregiudicano il funzionamento ideologico dei dogmi pauperisti del club. Perche’ dimostrano che non e’ vero che “il sud e’ morto” perche’ e’ tutto, indistintamente, corrotto” come declama Saviano. Ho il sospetto che gli imprenditori siano oggi, al Sud, un obiettivo preciso dei professionisti del’antimafia anche per un motivo contingente: abbiamo un governo che sta muovendo le acque al Sud. Che mette troppo l’accento sul “fare”: firma patti locali per le risorse, defiscalizza assunzioni, sblocca opere, sostiene investimenti esteri. Una minaccia per la stagnante e nichilista filosofia del club. Ed ecco che i professionisti dell’antimafia corrono a denunciare i propositi e gli atti del governo come lobby e corruzione. Il Sud e’ bello e puro se e’ fermo e stagnante. Vuoi vedere, invece, che quel diavolo di Renzi rimette in moto la macchina dell’economia nel Mezzogiorno? Vade retro! Va fermato con ogni mezzo: proclami dei guru dell’antimafia, referendum, indagini, assalti come Bagnoli, scoraggiamento degli investitori, chiusura delle fabbriche come luoghi di produzione di tumori, politica dei no ad ogni opera perche’contro l’ambiente ecc ecc. Ed anche con la criminalizzazione degli imprenditori: tutti corrotti, come dice ancora Saviano. Il sud, per il club e per i giustizialisti della domenica, e’ puro solo se e’ morto.