Il partito che  ( ancora) non c’e’

Celebrare Beniamino Andreatta e’ stato molto bello. Ed un segno di bella memoria. Nessuna formazione politica puo’ vivere di solo presente. O di evocazione del futuro. E’ necessario avere richiami simbolici, tradizioni spendibili, memorie affidabili. E’ la sola cosa che in politica somigli all’anima: l’idea di un’eredita’ immateriale che da’ ad una comunita’ di persone una dose giusta di identita’ e appartenenza. Il Pd viene molto spesso disegnato, per errore dei suoi esponenti, come una cosa irreale e, nella sostanza molto fragile: diviso tra un gruppo maggioritario descritto come “senza tradizione”, tutto presente e futuro, portatore di una metodologia di “rottamazione” e tenuto insieme da un prevalente obiettivo di potere e un gruppo minoritario descritto come abbarbicato a quella parte della tradizione della sinistra, radicale ed erede di una parte della storia del Pci, quella meno presentabile oggi per l’identita’ di un partito europeo e contemporaneo. la sinistra antagonista e radicale, eredecdi una parte ( quella inservibile) del Pci. Un Pd, insomma, dipinto come un partito “senza anima”. Ritengo che questa rappresentazione non sia veritiera. Che sia ingiusta e irreale. Ma i protagonisti di maggioranza e minoranza del Pd non fanno nulla per combatterla. Anzi l’alimentano. Loro non hanno il coraggio di rivendicare cosa li unisce. Non hanno il coraggio, pur di farsi la lotta, di difendere ” l’anima” su cui quel partito e’ nato. Che era, a mio avviso, molto interessante, dotata di senso e attrattivita’. Il ricordo di Beniamino Andreatta e’ l’occasione per ricordare l’anima del Pd, il suo originario disegno e l’idea di rottura che il progetto del Pd segnava nella storia del secolo democratico italiano. Questa idea era quella di un partito di massa riformista e di centrosinistra. Una cosa che in Italia non c’era mai stata. Il riformismo in Italia e’ stato storia di correnti minoritarie: nel partito comunista, nella Dc o nei raggruppamenti laici della nostra storia repubblicana. La sinistra italiana non e’ stata mai compiutamente socialdemocratica. La Dc e’ stato uno strano partito misto di conservatorismo e popolarismo sociale. Il partito socialista non ha avuto, purtroppo, basi di massa. Le formazioni laiche e liberal-riformiste sono stati sempre correnti prestigiose ma effimere. L’Italia, per questo, non ha avuto mai un partito riformista di massa e di governo. E questo pesa sui caratteri errati e superati della costituzione materiale del nostro Paese. Sui limiti e la fragilita’, rispetto ad altre democrazie, di quella italiana. Il Pd nacque con l’idea di superare il passato e costituire quella forza che e’ mancata: il partito riformista di massa. Una terza forza radicalmente distinta dal conservatorismo di destra e dal massimalismo di sinistra. Di centro e di sinistra nel senso di centrosinistra Una forza non radicale, popolare, europea, moderna e identificata da un programma: fare in Italia riforme liberali e di modernizzazione. Senza fini escatologici e meta-politici. Sobria, leggers, moderna. Riformista. Andreatta rappresentava uno dei poli dell’incontro tra le correnti minoritarie del riformismo italiana. Un incontro che era il progetto del Pd. Solo rivendicando quel progetto Renzi e Bersani potrebbero stare insieme. Il ridicolo e’: quel progetto e’ ancora di piu’ valido oggi. Ma i protagonisti, gli uomini forti del Pd, fanno di tutto per frantumarlo: gli uni, quelli della maggioranza, descrivendo un partito senza passato e solo presente; gli altri, quelli della minoranza, rintanandosi nella rivendicazione della sinistra improbabile, quella radicale e non riformista. Entrambi ci lasciano un senso di vuoto. Renzi ha un’attenuante: fa le riforme. Non e’ poco. Ma il “partito riformista di centrosinistra”, radicato da Napoli a Milano e in tutta Italia manca ancora. E questo e’ colpa di entrambi i contendenti. 

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