Si agita Franceschini: Renzi e’ in difficolta’.

Il Cefeide. Si chiamano stelle Cefeidi o candele standard. Sono dei tipi di vecchie stelle che hanno una particolarita’: quando oscillano rivelano un preciso rapporto tra la luminosita’ che esibiscono e la distanza da noi. Essendocene diverse in ogni galassia servono agli astronomi a misurare la distanza esatta delle varie galassie. Fantastico. Ora, nel Pd, ha cominciato ad oscillare Franceschini, la candela standard per eccellenza della sinistra. Con l’agitazione di Franceschini-cefeide si ha la prova matematica che il carro di Renzi scricchiola. Di solito quando Franceschini oscilla produce tira vento cattivo: chiedere, per conferma, a tutti gli ex segretari del Pd e chiedere a Letta. Nella caduta di tutti costoro c’e’ la mano armata del Cefeide. Il ministro dei beni culturali, l’opacita’ elevata ad arte, ha due sole capacita’ La prima: e’ l’ultimo democristiano che continua la vita politica come se la Dc esistesse ancora. Pensateci: lui, un’assoluta mediocrita’, passa da capocorrente a segretario di partito a ministro, a capocorrente, e domani di nuovo, forse, a segretario di partito. Mai con un’aperta lotta politica. Sempre con manovre, manovrette, caminetti, conciliaboli, cene tra amici. Come se la Dc non fosse mai morta. Li’ un povero segretario o presidente del Consiglio si trovava, dalla sera alla mattina, spodestato ecsenza sapere il perche’. C’era solo un capocorrente alla Franceschini che, nella notte, aveva segato le gambe al poveretto di turno. Franceschini e’ il Biedermeier di un’eterna Prima Repubblica: l’uomo medio, senza qualita’, che riesce a trarre profitto dalla sola capacita’ di adattarsi in tempo ai mutamenti del vento politico. L’altra capacita’ ( democristiana ) di Franceschini e’ quella di avere “amici”, tanti. Gli amici nella Dc non erano quello che sono in tutti i partiti: compagni di corrente, cioe’ gente che condivide una sensibilita’ politica e culturale. No. Gli “amici” nella Dc erano persone che stavano insieme per la pura ragione del numero: niente in comune se non un’investimento di carriera e di peso politico individuale affidato alle fortune del capocorrente. Il capocorrente della Dc era un’agente di Borsa: lo pagavi, investivi solo perche’ ti affidavi alla sua capacita’ di manovra per arrivare da qualche parte. Ora pare che gli “amici” di Franceschini siano veramente tanti. I giornali fanno i nomi di gente impensabile: dalla Serracchiani ai capigruppo parlamentari del Pd, a numerosi renziani della primissima ora,  ad addirittura mezzo gruppo parlamentare della Camera. Insomma e’ bastato che il Cefeide oscillasse che si scopre che, in fondo, se togliete Lotti e Boschi, Renzi e’ solo. Prepariamoci: il declino del renzismo, che Franceschini fiuta, non avra’ nessuna epifania di cose nuove. Sara’ il sapore di una vecchia mostarda: manovre di palazzo, vecchi ciarlatani- eterni e sempre uguali- che ritornano, giovani che sgomitano, un corteo di Bruto acquattato nei corridoi del Palazzo. Sono gli stessi Bruto che accoltellarono Bersani, che poi accoltellarono Letta e che si preparano ad accoltellare Renzi. Ma il vero Bruto, professionista del salto della quaglia, e’ lui: Dario Franceschini, anonimo eterno ministro della Repubblica, una nullita’, ma con tanti “amici”.

Socialisti e’ l’opposto di populisti.

La Spagna conferma una legge delle tendenze politiche oggi in Europa. Che vale per tutti: la crisi economica, la debolezza della costruzione europea e l’immigrazione hanno prodotto una larga opinione populista, estremista, disgregatrice che assume le dimensioni di una terza forza elettorale, indifferentemente di sinistra o di destra. A questa tendenza dell’elettorato se ne oppone un’altra, pero’, che e’ sinora maggioritaria: la reazione a questa tendenza. La larga maggioranza dell’elettorato che vota ha paura del populismo. E’ magari scettico sull’Europa, sull’immigrazione, sull’austerita’, sull’impoverimento delle classi medie, sulla disocuupazione giovanile ma non ritiene auspicabili, attrattive o possibili le soluzioni populiste. Continua a preferire, all’antipolitica, la politica: soluzioni tranquille, moderate, di governo. Teme l’avventurismo populista di destra o di sinistra e si affida alle formazioni che propendono al centro. In quasi tutti i sistemi europei, qualunque sia il sistema elettorale, questa tendenza “centrista” dell’elettorato sta dando vita ad una “grande coalizione”: la risposta repubblicana dei sistemi democratici e liberali alle minacce disgregatrici del populismo, del radicalismo e dell’estremismo. I socialisti vivono una doppia crisi: sono elettoralmente in declino e sono politicamente sbandati. Vagano incerti tra il proprio ruolo tradizionale di forza di centrosinistra, di stabilita’ e di governo e le sirene populiste. La sinistra e’ sempre minacciata dal virus della sociologia: siccome da’ al populismo la valenza di un fenomeno sociale, espressione della protesta degli strati deboli, piu’ poveri o declassati, e’ tentata di allearsi con esso. Per salvaguardare la sua pretesa di rappresentare le parti socialmente piu’ deboli. Cosi’ i socialisti, una grande forza politica di governo del passato europeo, stanno diventando ne’ carne ( governo) e ne’ pesce ( opposizione). Stanno liquidando la loro ragion d’essere, la loro tradizione e la loro funzione. Perdono perche’ inseguono il populismo e si radicalizzano. Cosi’ spariranno. Non capiscono che i socialisti non possono essere di sinistra ma solo di centrosinistra: una forza di sistema e non di antisistema; una forza della politica europea e non dell’antipolitica; una forzavtranquilla di governo e non di demagogica opposizione; una forza di alternanza e in competizione con la destra moderata e non una forza “nemica” della destra moderata. Puntare a rappresentare la parte debole della societa’ non vuol  dire “copiare” i populisti o allearsi con essi, come sproloquiano gli attempati leader della sinistra attempata, a cominciare da Corbyn. Il centrosinistra deve dare risposte, efficaci e realistiche, di politica di governo al disagio che il populismo segnala. Non diventare populista o virare a sinistra. Quando prende questa strada i socialisti muoiono. Perche’ non e’ la loro funzione. L’elettorato europeo conosce i socialisti come forza del sistema, di stabilita’ e di governabilita’. Non li considera come forza antisistema. In questo caso li cancella. E semmai vota per glimantisistema originali. Che poi sono anche e ancora, per fortuna, una soluzione minoritaria e perdente nei sistemi europei. Ma un pericolo. In questa fase i socialisti devono allearsi con i moderati e formare coalizioni repubblicane per dare una risposta tranquilla, di governo, rassicurante alla minaccia disgragatrice e al populismo. E’ l’unico modo per i socialisti di continuare ad esistere, di svolgere una loro funzione e di essere coerenti con essa e con la loro tradizione. Forza di governo. Nella coalizione repubblicana, piuttosto, i socialisti dovrebbero rappresentare il binomio governo-innovazione. Non basta governare con competenza ed equilibrio. Bisogna, da forza di governo, promuovere le riforme. Essere riformisti. Riformisti di governo. Che e’ l’opposto del ribellismo populista. Che e’ anche, profondamente, conservatore. I populisti rappresentano tutte e solo ideee conservatrici: vogliono restaurare lo Stato nazionale; restaurare il vecchio e fallimentare welfare, sono contrari alla modernizzazione in ogni settore dell’economia. Sono estremisti conservatori. Non e’ questo il posto dei socialisti. Se vogliono continuare ad esistere. In Italia c’e’ ( ancora) l’unico partito socialista ( nei sette paesi originari dell’Europa ) che e’ di maggioranza, al governo e con un programma riformista. Se perde il Pd in Italia vince uno strano miscuglio e accrocchio di populismo e reazione. Una parte del Pd intende suicidarsi per fare spazio a questo accrocchio. Comico se non fosse tragico! 

Populista? L’Europa e’ moderata

La Spagna fa riaprire gli occhi a un dibattito italiano surreale. Ci raccontano la seguente favola: in Europa dilaga il populismo. Che e’ la protesta dei piu’ disagiati, dei poveri, degli esclusi contro l’establishment di Bruxelles, le banche, il ceto politico di governo di centrodestra. Renzi fa parte di questo potere che perde. La sinistra deve sganciarsi dal renzismo, virare verso il populismo, essere piu’ di opposizione se vuole tornare a vincere. E’ una colossale bugia! E’ vero il contrario. In Europa, nel 2015/16 si e’ votato in 8 paesi: Grecia, Olanda, Finlandia, Francia, Estonia, Danimarca, Portogallo, Spagna, Austria. L’euroscetticismo e’ uscito rafforzato. Ma in nessuno di questi paesi ha vinto un populista. Eccetto la Grecia. Dove il populista e’ durato 6 mesi. Poi ha dovuto cambiare politica. In nessuno di questi paesi ha vinto la sinistra ( tranne in Estonia dove la destra era filorussa). Voto antiausterity? Affatto. In Portogallo ha vinto il leader ( centrodestra ) piu’ vicino alla politica ufficiale europea. Lo stesso in Spagna. Il voto referendario inglese non e’ populista. Il centrodestra moderato ( non la destra ) ha vinto nella quasi totalita’ dei paesi dove si e’ votato negli ultimi due anni: Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda. La sinistra si tiene in vita solo con la vittoria alle europee di Renzi. Il resto e’ tracollo. Ma dove sta questa deriva populista? E anche il referendum inglese: e’ semmai un voto nazionalista, di elites economiche finanziarie isolazioniste. Tutt’altro che populista. E, certamente, non e’ populista, in senso europeo, Donald Trump. Non si faccia incantare Renzi. Non ceda alle sirene dei Prodi, dei Veltroni, di chi vuole spingerlo a sinistra. Finirebbe nel baratro del disastro elettorale della sinistra europea che ormai tracolla in ogni sua conformazione: di estrema sinistra o socialdemocratica. Renzi aveva scommesso su una terza via: un centrosinistra ne’ socialdemocratico ne’ populista. Con questa immagine e’ stato l’unico partito di sinistra a vincere elezioni tra il 2014 e il 2016. Il centrosinistra europeo riformista, moderato, europeista spera nel successo del modello italiano. Spero che Renzi non si faccia incantare dalla logora burocrazia della vecchia sinistra che lo,porterebbe a sbattere. Com’e’ nelle sue tradizioni. 

Macche’ democrazia diretta! 

E’ ora di tornare a qualche fondamentale della democrazia. Essa e’ rappresentativa ( elegge persone che rappresentano gli elettori) ed e’ delegata (conferisce a queste persone l’esercizio del governo). La democrazia diretta ( referendum o voto assembleare dei cittadini) non dovrebbe, per regola, essere possibile sulle materie che riguardano l’attivita’ di governo. Il referendum dovrebbe essere possibile solo in due casi: come voto consultivo, di sondaggio delle opinioni e non vincolante o come voto su singole issues molto particolari e limitate: materie che riguardino, ad esempio, tematiche di coscienza. Il referendum non dovrebbe mai essere sostitutivo della decisione delegata del Governo e del Parlamento sulle materie economico-sociali, fiscali, dei trattati e della politica internazionale. Inoltre un referendum non dovrebbe mai decidere su una questione che implica, addirittura, interessi o conseguenze per altre comunita’: il voto sulla Brexit. Il referendum non e’ sostitutivo della democrazia delegata. Per una ragione semplice: i cittadini elettori, in una democrazia complessa, non posseggono le informazioni, le competenze necessarie e complete per poter procedere a decisioni razionali su quelle materie. E si vota nella piu’ totale incontrollabilita’ delle conseguenze: il massimo del dispregio delle procedure democratiche. Per questo motivo la democrazia liberale e’, sin dall’origine, rappresentativa: elegge delegati. E, per questo motivo, al contrario, la democrazia diretta si trasforma nel suo opposto: una procedura demagogica tipica delle dittature. La democrazia liberale presuppone la delega perche’ ritiene un diritto del popolo la decisione informata (presa da chi possiede tutte le informazioni per valutarne effetti e conseguenze) dopo un confronto informato ( nelle sedi rappresentative) e pubblico. Dopo di che sulle tematiche di governo decidono i rappresentanti e i delegati, governo e parlamento, nella loro responsabilita’. Essi hanno il mandato in elezioni politiche e vengono giudicati in elezioni politiche. Un governo che intende cambiare un trattato internazionale o un tema importante di politica economica o finanziaria  si dimette, va al voto e se vince ottiene un mandato a decidere, in Parlamento, su quella issue. 

Renzi: come osi? 

Si e’ messo in moto ed e’ in campo l’unico vero potere occulto o forte o lobbistico ( chiametelo come cazzo volete) che funziona in Italia: quello per bloccare ogni ritocco alla Costituzione in senso moderno, per superare il bicameralismo comico italiano, per cambiare la legge elettorale in senso maggioritario e per dare certezza e piu’ poteri al governo ( che in Italia non conta una beneamata mazza). Sono riforme indispensabili, tutti lo sanno. E la cui necessita’ data da almeno 40 anni. Alla impossibilita’ di realizzarle, negli ultimi 30 anni, dobbiamo l’instabilita’, l’inefficienza, la bassa crescita, la stagnazione italiana. Tutti lo sanno. Da 30 anni , ogni qualvolta qualche politico di governo tenta una “grande riforma” nella direzione del maggioritario e della governabilita’, il processo di riforma viene bloccato e paralizzato. Apparentemente per i motivi piu’ vari e diversi. Nei fatti il risultato e’, inquietantemente, lo stesso: in Italia la Costituzione non si tocca, il maggioritario non si fa, l’instabilita’ politica non si corregge. Tutto resta sempre intoccato. Ci provarono le bicamerali Bozzi (1983) e De Mita ( 1985 ): fallite. Ci provo’ Craxi (1987) : distrutto. Ci ha provato D’Alema ( 1997): fallito. Ci ha provato Berlusconi (2006): fallito. Alcuni protagonisti del “grande rifiuto conservatore” sono costanti e sono sempre gli stessi: certi settori di magistratura; certi “partiti economici e finanziari” che controllano la grande stampa e una parte estesa di comunicazione televisiva; un mondo di parrucconi conservatori ideatori del sofisma della “Costituzione piu’ bella del mondo”. A tutti costoro il governo debole italiano, la fragilita’ del Parlamento, l’assenza di decisionismo dei governi vanno strabene. Qualunque tentativo di modernizzazione e’ vanificato dalla nenia “al lupo , al lupo”. Le riforme sono sempre bollate da questa lobby come imminente deriva autoritaria. Il risultato e’ la conservazione di cio’ che c’e’. Sempre, nei secoli. Questa lobby, da ventanni, si e’ impadronita del cuore, della mente e dei gesti di un settore politico preciso: la sinistra. Per una ragione precisa: per mancanza di spessore, di autonomia culturale e di coraggio dei suoi leader. Cosi’ ci ritroviamo senza riforme ( necessarie) da oltre 30 anni. Renzi e’ solo l’ultima vittima della trama italiana controriformista. Stanno tentando di liquidare anche lui. Non perche’ sia antipatico. Ma perche’ ha osato tentare una riforma politica. E questo in Italia non e’ consentito. 

Prodi o della disfatta! 

Quando non ha niente da dire la butta in sociologia. Ho letto Romano Prodi ( La Repubblica di oggi sul risultato elettorale. La sintesi e’ breve e diventera’ il mantra della critica di sinistra “colta” a Renzi. Elegante e pericolosossimo. In breve per Prodi: Renzi perde perche’ nel mondo vince il populismo; il populismo vince perche’ la crisi ha prodotto ingiustizia. Il populismo non e’ ne’ di destra ne’ di sinistra . E’ protesta. Al populismo Renzi e il centrosinistra nel mondo hanno opposto l’omologazione. Cosi’ hanno perso radici popolari. Tutto qui. Detto in modi colti ed eleganti. E impersonali: ” non si devono cambiare i politici, ( anche se questa, dice malignamente Prodi e’ ” condizione necessaria ) ma cambiare le politiche”. Stop. Che cosa e quali siano le politiche da cambiare o da proporre e’ del tutto inespresso, vago, irresponsabilmente taciuto. Non una parola, proposta o tema che lo lasci intuire. Inseguiamo la protesta. Per fermare i populisti, lascia intuire Prodi, occorre inseguirli e copiarli: mettersi dal lato della protesta. Come fanno i 5 Stelle. O addirittura come la figlia di Le Pen. Copiare i populisti? E cosa c’e’ da copiare dai populisti? Reddito di cittadinanza per tutti e manganelli alle frontiere? Con l’apparenza di un disincantato sociologo che descrive il mondo, Prodi traccia il vademecum che diventera’ nenia a sinistra. Il messaggio e’ sempre lo stesso, mito ed illusione della sinistra di opposizione e mito sempre perdente: stare con la protesta e non contaminarsi col governo. Questo capiranno, signor Prodi, i suoi sbandati lettori di sinistra. Governare oggi e’ da elite, si capisce leggendo Prodi. Per non perdere il popolo e le classi medie occorre stare con la protesta. Amen. Detto da uno che si pretende un guru e’ spaventosamente poco, disarmante e deludente. Ma e’ detto cosi’ elegantemente che gli sprovveduti e i poveri di spirito ( abbondanti in una sinistra sbandata) lo prenderanno come il “messaggio”, la via di uscita, l’exit strategy dalla debacle. Io lo trovo solo irresponsabile. E, soprattutto, lo trovo il manifesto della definitiva debacle del centrosinistra. Che o e’ riformista e di governo e non di opposizione. O non e’! Anzitutto Prodi ha torto. E mente. Il populismo non ha ancora vinto da nessuna parte. Nemmeno negli Usa. Dove va vicino con Trump. In Europa il populismo si afferma, prende voti, ingoia le sinistra radicali, cambia la geografia politica ( e’ una forza ne’ di destra e ne’ di sinistra), ingrossa le opposizioni. Ma difficilmente vince. Perche’ in Europa se un terzo della societa’ si ubriaca di populismo, due terzi della societa’ e’ impaurita dal populismo. E resta “repubblicana”: preferisce forze tranquille. E’ scontenta e protesta, magari. Spesso non vota. Ma non e’ radicale. E, soprattutto, non e’ di sinistra radicale. La sinistra radicale e’ inconsistente dappertutto. La maggioranza degli elettori europei ha paura della confusione populista. Preferisce il governo. E preferirebbe un riformismo di governo. E comunque, al momento giusto, al voto politico, dice no al populismo. Cosa e’ successo, dottor Prodi, solo poche settimane e mesi fa in Grecia, Francia o Austria? E perche’ il Pd in Italia, diretto da Renzi, resta il primo partito? Ed e’ il partito di centrosinistra meglio piazzato in Europa? La sinistra che insegue il populismo e’ una sinistra morta: “perche’ inseguire, ragiona il popolo, votiamo i Cinque stelle che almeno sono politici populisti autentici ( e nuovi ) e non parrucconi di sinistra ammuffiti eternamente alla ricerca di una dubbia identita’ antagonista e di protesta”. Prodi indica, con il linguaggio elegante del sociologo, una strategia di disfatta. Lo ignori il Pd. Non vincera’ mai sulla protesta. Vincera’ sempre sul governo. Non vincera’ mai ululando ad un astratto cambiamento. Vincera’ sempre proponendo riforme: concrete, visibili, afferrabili, compatibili. Non ascoltate la sirena Prodi. In fondo alla sua strada c’e’ la vostra disfatta! 

Siamo tripolari. Difficile ridurci a bipolari. 

Ora c’e’ il garbuglio. Il nodo e’ il referendum. Mi sembrano azzardati e rischiosi ambedue gli atteggiamenti che potrebbero prevalere nel governo e tra gli oppositori. C’e’ una parte che pensa: “Renzi puo’ perdere e cadere. Occorre affermare che non sarebbe il caos. La Costituzione piu’ bella del mondo consente, infatti, soluzioni tecniche che evitino il voto anticipato. Mattarella dovrebbe fare come Napolitano con Monti. Se Renzi cade restano due anni di governo tecnico per rifare l’Italicum”. Cosi’ ragione la “testa politica” dell’opposizione a Renzi. Quella che si presenta come “moderata”. Loro oggi hanno uno spettro: i 5 Stelle sono il secondo partito. Con l’Italicum, se Renzi e’ in discesa, possono diventare il primo. Scenario visto, forse a ragione, come apocalittico. Non si esclude che, in nome della responsabilita’, i “moderati dell’opposizione non vagheggino una mossa preventiva, un piano B: Un governo tecnico subito. E il rinvio del referendum. Pochi riflettono che uno scenario di questo tipo ha un’arma in mano: la decisione della Corte Costituzionale in autunno. A questo ragionamento, ovviamente, si oppone Renzi. E fa bene. Ma non sono convinto dell’affidabilita’ e dell’efficacia della sua possibile risposta alla manovra dei “moderati del No”. Renzi, forse, ragiona cosi’: se i 5Stelle sono oggi in ascesa, se sono il secondo partito e se hanno deciso di “entrare in politica” dovrebbero diventare i piu’ tenaci sostenitori dell’Italicum. E per votare con l’Italicum nel 2018 c’e’ una sola strada: che il referendum si faccia e il Si vinca. Non fa una grinza. I pentastellati come alleati dunque. Qui la testa deve prevalere sulla pancia. In questo azzardo c’e’ del senso. Ma c’e’ un dato delle elezioni amministrative su cui uno come Renzi dovrebbe riflettere: dove c’e’ sfida secca tra Pd e 5 Stelle, questi ultimi stravincono. Perche’? Hanno oggi, incredibile a dirsi, piu’ potere di coalizione del Pd. La destra e gli altri, tra Pd e 5 Stelle, votano questi ultimi. Qui c’e’ un fallimento ed un errore di Renzi: aveva promesso un Pd calamita elettorale al centro e a destra. Non ha funzionato. E non raccontino chiacchiere quelli di sinistra. Non c’e’ niente a sinistra che compensi quello che Renzi non conquista al centro e a destra. Siano onesti. L’Ulivo, mi dispiace, sarebbe elettoralmente un flop. Lo ammettino. Senno’ e’ veramente un teatrino. Renzi col Nazareno l’aveva azzeccata. Poi l’ha abbandonato. Da allora sono cominciati i guai. Comunque una cosa e’ chiara: se al ballottaggio, con l’Italicum, ci arrivano Pd e Cinque Stelle. Il Pd puo’ perdere. E l’Italia verra’ governata da Grillo e Casaleggio. Questo e’ il lato debole della resistenza di Renzi a modifiche dell’Italicum. Allora fare modifiche? Facile a dirsi. Difficile a farsi: perche’ i Cinque Stelle dovrebbero accettare modifiche fatte per farli perdere? Possiamo finire nel pantano secsi apre alle modifiche: Renzi ha ragione. Ma un filo di modifica ragionevole, in realta’, c’e’. L’Italia uscita dalle urne e’ tripolare ( Pd, 5 Stelle, destra ). Perche’ non prenderne atto? Una legge elettorale che rifletta questa realta’ non sarebbe un golpe. Basterebbe una piccola modifica all’Italicum: consentire che i due partiti che vanno al ballottaggio possano, nel secondo turno, coalizzarsi col terzo. Fossi in Renzi ci farei un pensiero. 

Sinistra? No: utili idioti 

A sinistra del Pd c’e’ il niente. Metteteci una croce sopra Landini, Fassina, Vendola, Cofferati e…D’Alema! Lo spazio politico della “sinistra piu’ a sinistra” e’ occupato, stabilmente, da altri protagonisti: 5 Stelle, Lega antagonisti ( De Magistris a Napoli). La sinistra, invece, e’ vuoto, velleita’, non essere: un piccolo comitato di persone, gonfiati dai talk show ma elettoralmente zero. Capaci, magari, di far perdere il centrosinistra (come puo’ succedere a Milano) ma inesistente per qualunque progetto politico utile e costruttivo. Lo ha capito il sindaco De Magistris (che mezzo Pd di “sinistra”, e non solo, napoletano si avvia idiotamente a votare ). Ha detto due cose che, quel che resta del Pd di sinistra napoletano, ha fatto finta di non sentire: “non faro’ mai come Ingroia”, ha detto, e (la seconda) che intende aprire, con i 5 Stelle, il cantiere dell’opposizione (radicale ) a Renzi. Che fece Ingroia che DeMa si rifiuta di ripetere? Tento’ quello che la sinistra, nella sua storia, ha sempre fatto come un refrain, perdente ma noiosamente ripetuto: una scissione e la formazione del solito partitino nazionale di “sinistra”, rifondatore ( ovviamente) e megafono ( da quelle parti siamo ancora alla trasmissione orale ) degli stanchi luogocomunismi di sempre. Un flop. Che Dema, che non e’ fesso, non vuole ripetere. Lui, se vince, apre ai 5 Stelle e si offre portando in dote Napoli, la terza capitale italiana, per un disegno politico non banale, che i grillini intelligenti ( napoletani pure loro ) imporranno al comico, loro capo: diventare realmente il secondo partito italiano e l’alternativa al Pd, scalzando il centrodestra diviso e impotente. E, scommettete, dopo le amministrative i 5Stelle apriranno all’Italicum. Se vincono a Roma si faranno i conti in tasca. Che fara’ la Lega? Per me e’ tutto da vedere. Li’ si aprira’ un bel dibattito tra Salvini e Maroni. Il richiamo dei 5 Stelle, specie se governeranno Roma, come polo di attrazione dell’opposizione sara’forte. Renzi deve oggi dire che le amministrative non contano e che il risultato che vale e’ solo Milano. Deve dirlo. Ma non e’ vero. Roma e Napoli contano. Li’ puo’ nascere il laboratorio di una nuova geografia politica: liquidare il centro destra moderato come secondo partito italiano e alternativa potenziale; imporre un nuovo polo, intorno ai 5 Stelle, come aggregazione dell’opposizione al Pd. Un polo che non e’ di destra ne’ di sinistra. Solo i patetici nostalgici della vecchia sinistra hanno, ancora, questa fissa della catalogazione di destra e sinistra. Il mondo e’ andato oltre. Ma questo, magari, in un’altra puntata. In vista di domani si sappia questo: la posta in gioco a Roma e Napoli non e’ secondaria. Chi non ritiene di rafforzare i 5 stelle come futura alternativa al Pd deve votare Giachetti e Lettieri. Altrimenti sia chiaro ai sinistri del Pd: saranno gli utili idioti delle ambizioni grilline.

Voto repubblicano a Napoli e in Italia.

A Napoli si gioca una partita nazionale. Fate male a sottovalutare. Se De Magistris vince usera’ la vittoria a Roma e non a Napoli. Con l’obiettivo, ormai quasi dichiarato, di unirsi ad un movimento di opposizione con i 5 Stelle ( e la Lega) che e’ il vero laboratorio di una nuova geografia politica italiana. In cui i 5 Stelle, con la Lega e i movimenti antagonisti, tipo quello di DeMa, diventino l’alternativa a Renzi. Scalzando la destra e facendo saltare il disegno politico del riformismo istituzionale ed elettorale di Renzi: costruire una dialettica politica europea in cui la competizione e’ l’alternanza tranquilla e “repubblicana” ( nel senso dei valori comuni europei e liberali) tra centrosinistra e centrodestra. A questo disegno si oppone l’avventura: unire le opposizioni radicali, massimaliste, estremiste ed antieuropee di destra e di sinistra in un unico movimento. Che si spera potenzialmente maggioritario e vera anima dell’alternativa al Pd: a partire dalla battaglia al referendum di ottobre. Sarebbe la balcanizzazione dell’Italia. E’ lo stesso disegno di D’Alema? Voglio pensare di no. Ma il “democratico” D’Alema non puo’ non sapere, pena la riconsiderazioni delle sue notorie doti di personificazione del totus politico italiana, che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana la dialettica non e’ piu’ tra sinistra e moderati. C’e’in campo un movimento “estremista” ( 5 stelle, Lega, massimalismo di sinistra, antagonisti alla DeMa) che puo’ unirsi ed essere, tendenzialmente, maggioritario: un pericolo enorme. Che la sinistra Pd farebbe bene a considerare. Se Renzi cade, caro D’Alema, non so se arriva un Monti ( come voi sembra auspicate): Lega e 5 Stelle,stavolta e per la logica dei numeri, dovrebbero stare dentro il “governo tecnico”. E con quale prospettiva per l’Italia? Follia. Per contrastare la deriva estremista sono essenziali due cose: che il centrodestra moderato ( quello di Berlusconi) torni allo spirito “repubblicano”, quello del Nazareno, e sostenga le riforme istituzionali; che ovunque ci sia il “voto repubblicano”, secondo la bellissima definizione di Fabrizio Rondolino, e siano sconfitti, intanto, i candidati dell’asse grillini. Lega, estremisti ( Roma, Torino, Bologna , Napoli). Milano e’ un caso a se’: e’ l’esempio positivo, invidiabile ed auspicabile della “bella alternanza”‘ civile, tranquilla, costruttiva, riformista ed europea. Da “esportare” in tutta Italia. Tra il moderato Lettieri e l’estremista DeMagistris un “democratico”, un elettore di centrosinistra non dovrebbe avere dubbi da che parte stare. Spiace che a Napoli il Pd, dandosi la zappa sui piedi e avviandosi al suicidio e all’impotenza, non abbia indicato il suo vero avversario: De Magistris. Che vuole affondarlo in Italia ( dopo averlo fatto a Napoli). Voto repubblicano: a Napoli con Lettieri, a Torino, Bologna e Roma con i candidati del Pd. A Milano vinca il migliore.

Sinistra e centrosinistra ” non ” pari sono. 

C’e’ sinistra e c’e’ centrosinistra: non sono la stessa cosa. Ne’ sono intercambiabili. Prendiamo la poverta’ e l’ineguaglianza. Anch’essi sono concetti diversi tra loro. La poverta’ va eliminata. L’ineguaglianza, invece, va ridotta: va limitata senza ledere diritti, remunerazione del merito, incoraggiamento alla produttivita’. Spesso, anzi quasi sempre, l’uguaglianza, imposta per legge, finisce per colpire la crescita e lo sviluppo economico. Creando cosi’ nuova poverta’. Ci sono due modi per combattere le ineguaglianze: uno antico, inefficace e ingiusto e, un secondo, nuovo, piu’ adeguato ed efficace. L’uno e’ di stampo socialista. L’altro di ispirazione liberale. Il primo, per combattere l’ineguaglianza, si limita a penalizzare la ricchezza nell’illusione di redistribuirla e rendere tutti meno poveri. Il proposito e’, naturalmente, degno. Ma ha due handicap: a) per attuarsi deve ricorrere alle tasse e alla dilatazione elefantiaca degli istituti pubblici e del ruolo dello Stato. In tal modo gran parte della ricchezza tolta ai ricchi non va ai poveri ma si perde nell’improduttivita’ dello statalismo e della burocrazia. Ed ha effetti controproducenti: sottraendo risorse allo sviluppo ( i ricchi sono anche quelli che consumano e investono) l’alta tassazione frena la crescita economica ed allarga la poverta’. Anzi crea nuovi poveri. b) la soglia di definizione di “ricco” da colpire, in una societa’ con alti costi pubblici e bassa crescita, si abbassa drammaticamente. La redistribuzione penalizza, sempre piu’, la classe media ( che nelle nostre societa’ e’ la maggioranza della popolazione). Finisce cosi’ per penalizzare il merito, la remunerazione delle capacita’, della competenza, della produttivita’ del lavoro. Anche per questa via la redistribuzione, di stampo socialista, finisce per colpire la crescita economica. E finisce per allargare la poverta’. Insomma la lotta all’ineguaglanza per “via socialista” non riduce la poverta’. L’allarga. E’ preferibile il metodo liberale ( che a me piace chiamare liberal-socialista o social- liberale). Consiste in cio’: si combatte la poverta’, non la ricchezza. I ricchi devono contribuire, con tasse piu’ alte, al mantenimento dello Stato comune. Ma senza intenti di vessazione, espropriazione e tassazione penalizzante che produce stagnazione e impoverimento progressivo delle classi medie. La via liberale combatte la poverta’ con “leggi specifiche contro le ineguaglianze”, rivolte specificamente ai poveri o ai piu’ disagiati, “misure dirette” ad abbassare le soglie di poverta’ o a ridurre il disagio. A me pare giusto l’approccio di questo governo sul tema della poverta’ e delle ineguaglianze: misure specifiche rivolte ai poveri ( legge sulla poverta’), ai nuovi poveri ( giovani disoccupati) ai disagiati. Evitando la via tradizionale ( socialista) delle misure generaliste e redistributive di aumento della tassazione. Misure come la riduzione di tasse per i redditi piu’ bassi; i provvedimenti specifici contro la poverta’, il Job Act per i giovani, la legge sul “dopo di noi” ecc. sono esempi , ancora insufficienti, di misure che combattono le vecchie e nuove poverta’ senza aumentare la tassazione. Vanno nella direzione giusta: un modo nuovo, liberalsocialista, di combattere poverta’ e diseguaglianze. Direi: una via di centrosinistra diversa da quella tradizionale di sinistra. Insomma: sui temi sociali sinistra e centrosinistra ” non ” pari sono ! Ed e’ bene che restino vie distinte.