Sinistra e/o tempo perso

Anzitutto la fotografia: chi parla ancora di sinistra in Europa e’ un falsario. O nel migliore dei casi un illuso. Nessun grande paese europeo e’ governato dalla sinistra. Che e’ ai minimi storici elettorali in ogni luogo ( che non sia l’Italia): in Spagna, in Francia, in Gran Bretagna , in Germania, nei paesi scandinavi. Insomma dappertutto. E non si tratta di una crisi temporanea o contingente. Data, ormai,  quasi un ventennio il declino spaventoso e accelerato della sinistra in Europa. E ora siamo ai minimi storici. Tranne in Italia. Piaccia o no ai reticenti, imbarazzati, attempati,  spaesati e impotenti leader della sinistra gli ultimi successi, a memoria d’uomo, della sinistra in Europa portano i nomi di Blair e di Schroeder. Leader di centrosinistra piu’ che di sinistra. Che dai burocrati parrucconi della attuale sinistra perdente vengono trattati, con la puzza al naso, come nemici e versioni della destra. Lo stesso che dicono di Renzi. E, invece, sono gli unici ( e gli ultimi) che hanno vinto. E’, ormai, oltre un trentennio che la sinistra europea, a parte il blairismo rinnegato,  non produce idee. Copia. Insegue. E’ alla ruota. Esaurito il secolo socialdemocratico, per ragioni irreversibili di cambiamento economico e sociale, la sinistra e’ finita, culturalmente, con esso. Non e’ riuscita ad avere piu’ un’anima: a produrre idee, cultura, proposte adatte alla nuova situazione. Riducendosi ad un esercito, sempre piu’ piccolo, di reduci. E, anche, tristi e  rancorosi. Priva ormai di autonomia e spessore culturale la sinistra europea ha creduto di salvarsi affondando a piene mani in surrogati delle sue  vecchie idee che sono morte. Ha preso a prestito da altri ragioni e motivazioni:  dai Verdi, ad esempio ( per tutto il quindicennio trascorso) o dagli antieuro e dal populismo, piu’ di recente. Copiano. Inseguono. E hanno perso l’anima. Se chiedete a uno di sinistra che cos’e’ la sinistra oggi in Europa non riesce che a farfugliare, stancamente e come una nenia, un piccolo e scarnificato vocabolario di parole-simbolo: giustizia sociale, liberta’ e, soprattutto eguaglianza. Che dovrebbero, secondo loro, evocare qualcosa. E, invece, non evocano piu’ nulla. Perche’ non si traducono piu’ in programmi politici, progetti concreti e fattibili, fatti. Anzi: di quelle parole-simbolo del racconto di sinistra essa, la sinistra vacua e perdente e’ diventata la smentita vivente. Perche? Perche’ per inseguire verdi e populisti la sinistra ha perso l’anima egualitaria. Perche’ ha perso l’unico valore, socialdemocratico e di sinistra, che ne sostanziava le ambizioni: l’aspirazione alla crescita economica, allo sviluppo, all’eliminazione della poverta’, all’espansione del capitalismo. Annebbiata dal surrogato, equivoco e stagnazionista, del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, dal mito dell’economia verde e dall’ecologismo,  la sinistra si e’ fatta egemonizzare dalla subcultura della decrescita, dell’avversione allo sviluppo, del ristagno economico. La sinistra e’ diventata, in nome della balorda idea della sostenibilita’, il custode della stagnazione. E, quindi, dell’ineguaglianza. Ingabbiata nella marmellata dei surrogati ambientalisti la sinistra,  dall’economia  alle istituzioni,  e’ oggi un pesante e inconcludente carrozzone conservatore : agita solo dei No- a ponti, strade, ferrovie, costruzioni, tubi, impianti- a ogni cosa che significhi sviluppo e crescita e  muore di stagnazione. Non ha piu’ idee proprie, non e’ vista dagli europei come un fattore di sviluppo, competente  per governare l’economia e si limita, come un rosario, solo alla denuncia del “mostro” liberista. Cui dovrebbe fare un solo vero appunto: il liberismo non riesce a far uscire l’economia dalla stagnazione e a realizzare la crescita. Ma questo appunto la sinistra non puo’ farlo, non ha le carte in regola per farlo. Perche’ essa e’ oggi la forza piu’ conservatrice e stagnazionista in Europa. Perche’ si e’ persa dietro Verdi e populisti. 

Renzi: sì certo ma…

Non mi sono perfettamente chiari gli obiettivi di Renzi in questa sorta di campagna contro la Germania e sui migranti. Nel merito, ovviamente, Renzi non ha torto. La Germania non spende il suo surplus commerciale e non contribuisce così’ alla crescita. Draghi ha ragione : e’ sbagliato che i paesi in deficit ( tra cui l’Italia) sono obbligati a non spendere. Ma quelli in surplus non sono obbligati a spendere. Asimmetria. Quindi bene incalzare la Germania. Ma attento Renzi. Alzi pure la voce ma l’Italia non ha tutte le carte in regole per prendersela con la Germania. Non dimentichiamolo. Noi non abbiamo fatto ancora tutti i compiti a casa che ci spettano. Ancora una volta ha ragione Draghi: la Germania deve spendere di più’ ma i paesi con alto debito e deficit devono fare le riforme per meritarsi il diritto di criticare la Germania. E noi, dopo il Job Act, ultima grande riforma, non abbiamo ancora completato il compito: spesa pubblica, debito, competitività’ e produttivita’ sono, spiace dirlo, ancora riforme ferme al palo. Un Renzi che riprendesse lo smalto riformatore, stile Job Act, sarebbe più’ credibile nelle critiche alla Germania. Sennò si dà l’impressione che inseguiamo solo le richieste di maggiore flessibilità’. E quelli ci rispondono, non senza ragioni, “completate le riforme”. E poi i migranti. Va benissimo la critica al l’ipocrisia europea che chiude la via orientale e turca all’immigrazione, non procede alla distribuzione delle quote e spinge gli immigrati a usare solo la rotta mediterranea e italiana. Una vergogna. Ma anche qui, Renzi dovrebbe dirla tutta. Questa vergogna non si risolve solo implorando quote più’ giuste di accoglienza. Occorre fare qualcosa per fermare gli afflussi all’origine. Sennò’ non se ne esce. Tutti lo sanno ma nessuno fa nulla. Siamo bloccati dall’ipocrisia. Fermare all’origine significa tre cose: impedire ai barconi di partire ( ovviamente distruggendoli prima che i migranti vi montino sopra); controllare militarmente la costa libica; fare accordi con i paesi africani per offrire alternative ai migranti economici. È’ dura, lo so. Ma è’ la verità’. Il resto è’ chiacchiera. 

Questa Italia del No: triste, vecchia e senza opere. 

Il No, per una parte di Italia politica, e’ diventato uno stato d’animo, un’abitudine, un paradigma, un comportamento pavloviano, obbligato, meccanico, automatico. I cinque Stelle sono solo una parte di questa Italia stagnante, paralizzata e paralizzante, triste, impaurita delle opere, impaurite delle sfide, inoperosa, contraria ad ogni cosa che sia una realizzazione. Di questa Italia i Cinque Stelle sono oggi l’avanguardia. Che egemonizza un gruppo piu’ vasto: la stragrande parte dei cosiddetti ambientalisti, una fetta consistente della sinistra antica, burocratica, subalterna e opportunista, la destra populista e s-fascista. E’ l’Italia politica del No a tutto. Si dicono, per demagogia, antiausterity e Keynesiani. Falso. Della grande epopea keynesiana gli manca lo slancio, l’operosita’ capitalistica, l’entusiasmo per il fare, il sogno, il newdealismo, il grande obiettivo. Ogni grande obiettivo o grande opera li spaventa. Non sono antiausterity: sono l’essenza dell’austerita’. Sempre contro tutto, bloccano ogni cosa che potrebbe portare investimenti, lavoro, trasformazioni. Starnacchiano sui poveri, sugli ultimi, ma sono i custodi della poverta’: la preservano come una reliquia, attenti a non far nulla per eliminarla, perche’ sono tristi e fermi. I grillini hanno detto No alle Olimpiadi solo per politica: dire No fa di opposizione, fa di contrarieta’ al governo. Incompetenti. Hanno detto No senza fare un conto, senza ascoltare il mondo dello sport, senza consultare il consiglio comunale, senza sentire il governo, il ministro delle Infrastrutture, il ministro del Tesoro. E senza sentire i cittadini. Hanno detto No a “colate di cemento” che nessuno aveva proposto e che, in ogni caso, avrebbero potuto cancellare e cambiare nel programma. Hanno detto No a 200.000 posti di lavoro in nome di “altre priorita’” che avrebbe Roma. Ma le Olimpiadi servono a rifare strade, infrastrutture, servizi, a cambiare la mobilita’ e creare l’accoglienza. Quali diverse priorita’ ha Roma? E dove trovano i soldi per fare le “diverse priorita” di cui parlano rinunciando ai 4 miliardi delle Olimpiadi? Se davvero fossero stati interessati a non fare debiti o spese inutili avrebbero potuto stupirci dimostrandosi veramente “nuovi”: facendo conti e progetti delle Olimpiadi con rigore, competenza, evitando debiti o spese inutili. Avremmo detto: ” pero’, che bravi, ecco una nuova classe dirigente!”. Invece dicono No. Come la vecchia classe dirigente, consunta, stagnante, malinconica. Che dice NO per principio, ad ogni opera e ad ogni riforma. Compreso qualche capitolo ammuffito di una Costituzione scritta 80 anni fa da un gruppo di uomini normali. Che loro trattano come Mose’ che ha scritto le Tavole. Che tristezza. Pero’ non sta piacendo il governo. E lo dico. Che significa quel che dice Renzi: ” i grillini sbagliano a dire No alle Olimpiadi ma il governo non fara’ ricorso”? Lui non e’ l’Italia del fare? E allora impedisca questo scempio del No: ricorra, si batta, li contrasti. E’ possibile che l’intero paese debba arrendersi ad un gruppo di sciamannati diretti da un comico e da un centinaio di sfaccendati compulsivi della rete? Per costoro dovremmo perdere le Olimpiadi? Per costoro dovremmo arrenderci al destino di paese fermo, stagnante, immobile, senza opere, che invecchia e vive solo di risse tra comari? Che tristezza!

Niente, il resto di niente. 

Si e’ capito da tempo: la vera motivazione del No non e’ il piagnisteo sulla Costituzione. Del resto: se uno ( la minoranza Pd) dice ” voto No se non cambia l’Italicum” confessa che il merito del referendum non importa per niente. Il vero unico interesse e’ la legge elettorale. E non perche’ per qualcuno conti davvero come si eleggono i senatori. Queste sono quisquiglie strumentali. La verita’ e’ venuta fuori. L’obiettivo di quelli del No (tutti), e’ duplice: vogliono piu’ proporzionalismo nella legge elettorale e costringere a fare sempre governi di coalizione. Cioe’ impedire che il partito che risulta primo alle elezioni possa costituire il governo. Per questo puntano ad abolire il premio di maggioranza ( o ridurlo all’inutilita’) e vogliono eliminare il ballottaggio. Inutile ricordare, noi vecchi della sinistra, che monocameralismo e doppio turno erano i modelli che ci avevano sempre affascinati. Ora D’Alema ci spiega, invece, che occorre essere per il proporzionale e contro il ballottaggio. Perche’? Quali sarebbero le conseguenze dell’Italicum se viene cambiato in senso proporzionale e senza il ballottaggio? Semplice: il Pd, se risulta primo partito alle elezioni (cosa probabile) non potra’ formare un governo. E dovra’ necessariamente coalizzarsi con Forza Italia o con i Cinque stelle. Che, naturalmente, spingerebbero per il governo Pd-Forza Italia. E’ questo che vogliono quelli del No? Penso di si. Sono malizioso: a loro interessa mantenere il Senato ( per questo votano No ) solo perche’ vogliono che a Renzi capiti quello che capito’ a Bersani: il Pd risulto’ primo alla Camera ma Bersani non pote’ fare il governo. Grazie al voto del Senato. Se si elimina il ballottaggio, pensateci, il problema sarebbe solo del Pd. Che succederebbe infatti? In ogni caso, se vince o se perde, il Pd sarebbe obbligato a scegliere tra Fi e 5Stelle: un gioco senza variabili. E tutti sappiamo che quella scelta diventerebbe un melodramma interno che lo porterebbe alla rottura: se va con Berlusconi se ne va la sinistra. Se va con i Cinque Stelle, se ne va il pezzo di Renzi. Questo e’ il punto, cari amici. La posta in gioco vera che nessuno racconta. Per questo: se si cambia la legge elettorale togliendo il ballottaggio e il premio di maggioranza, la prospettiva e’ l’instabilita’ e scissioni nei partiti (tutti, a cominciare dal Pd) Ma perche’ la minoranza del Pd e’ cosi’ sorprendentemente interessata ad uno scenario che accentuerebbe i problemi del Pd? Non si tratta, pur sempre, del suo partito? Temo che, nella minoranza del Pd, prevalga oggi un duplice obiettivo: lei vuole l’alleanza con i 5 Stelle ( che per molti di loro e’ un movimento di sinistra, alla Podemos) ed e’ terrorizzata dal fatto che il Pd di Renzi possa governare da solo. E’ cosi’? Se e’ cosi’ non ci sono dubbi: il Pd, in caso di vittoria del No, e’ destinato ad implodere. Quello della minoranza Pd e’ un auto da fe’ classico: “Muoia Sansone con tutti i filistei”. Tanto vale l’avversione a Renzi? Ma l’Italia, la stabilita’ politica, le riforme che c’entrano con tutto questo? Niente, il resto di niente.

Facciamoci da parte

Il maggior atto fondativo della Repubblica e’ stata la formulazione della nostra Costituzione? La classe dirigente migliore e’ stata quella che ha scritto la Costituzione e, anagraficamente, guidato il paese fino all 1950? Siamo onesti: No. A costo di essere blasfemi non e’ cosi’. E il fatto che da noi ancora si litiga sull’Anpi o ci si scandalizza di una modifica costituzionale e’ deprimente e scoraggiante. La vera nascita dell’Italia moderna e il periodo piu’ importante, rivoluzionario e riformatore della storia italiana e’ quello tra il 1955 e il 1980: quello del miracolo economico prima e del consolidamento poi dell’Italia come paese industriale moderno. E’ dopo il 1980 che cominciano i guai. Fino ad allora l’Italia ha avuto una grande classe dirigente. A loro modo la Dc, il Psi, il Pci e la cultura laica e azionista furono tutti autori di un “miracolo”, di una grande costruzione: l’Italia passo’ da paese agricolo a settima potenza industriale del mondo, in solo un quarto di secolo. Diventando ricca, piu’ unita socialmente, competitiva e forte sui mercati internazionali. I barocchismi, le lentezze, le arretratezze della nostra Costituzione furono per 30 anni abilmente aggirate e neutralizzate da un’ottima classe dirigente di governo che, pur con limiti e contraddizioni, non si lascio’ sopraffarre dall’humus agricolo e premoderno della Costituzione. La vera prima repubblica e’ quella del trentennio 50/80. Sullo sfondo degli ultimi 120 anni della nostra storia, quel trentennio e’ il piu’ positivo e fruttuoso. Poi e’ cominciato il declino, il decennio 80/90 fino al collasso del 1992. Terrorismo, debito pubblico, instabilita’ politica, collasso dei grandi partiti del dopoguerra generano il crollo della prima repubblica e il suo imbastardimento. Non ci siamo piu’ ripresi. Per i 25 anni successivi al crollo del 1992 non abbiamo piu’ avuto una classe dirigente paragonabile a quella del periodo 1955/1980. E sono emersi tutti i limiti fondativi di un assetto costituzionale ed istituzionale, nei fatti, pre-moderno. E’ ora di uscire da questa gabbia. Che e’ una trappola. I partiti dovrebbero preoccuparsi di costruire una classe dirigente, di governo e di opposizione, invece di farsi nominalmente la guerra e giocare a scavalcarsi con l’antipolitica. E capire che e’ ora di scrivere una Costituzione piu’ moderna. Quella attuale e’ incapace di tirarci fuori dal declino, e’ un freno alla crescita e ci tiene bloccati da oltre 30 anni. Sarebbe ora di uomini nuovi al governo e all’opposizione. La generazione del “miracolo”, quella di uomini come Ciampi, si va esaurendo. E’ presto tocchera’ a quella che ha costruito l’Italia potenza industriale degli anni 70 e 80. Non illudiamoci noi parrucconi della seconda repubblica, i leader politici di destra, di centro e di sinistra che hanno battuto la scena dal 1992 a ieri. Abbiamo fallito. Con noi l’Italia e’ arretrata, ha perso posizioni e leadership. Con noi c’e’ stato declino e 25 anni di incapacita’ di fare riforme. E’ora di una nuova leva, a destra, al centro e a sinistra, che possa proporsi anagraficamente di lavorare per i prossimi 20 anni. Non per i prossimi mesi. La sinistra con Renzi ha iniziato a farlo. Sarebbe il caso che la destra e i 5 Stelle facessero lo stesso: o nasce una nuova Italia che, insieme, scrive regole nuove e una nuova Costituzione per il futuro o siamo destinati a diventare il paese piu’ vecchio e strambo dell’Occidente e dell’Europa. E solo ricordo di una grande potenza. 

Ciampi e i tre inetti. 

Su Ciampi falli’ e mori’ la svolta del Pci. E falli’ , per mancanza di coraggio, di autonomia e spessore politico, il gruppo dirigente berlingueriano della svolta, Quello di Occhetto, Veltroni e D’Alema. Nell’aprile 1993 la prima repubblica, con la caduta del governo Amato, viveva la fase della convulsione drammatica e della fine, della delegittimazione, della crisi valutaria ed economica: il collasso, insomma. Il Capo dello Stato incarico’ Carlo Azeglio Ciampi di formare il nuovo governo. Con l’indicazione esplicita di contenere rappresentanti del Pds, il nuovo partito della sinistra. Nel Pds si apri’ una lotta politica. Noi miglioristi vedevamo, nella partecipazione del Pds in quel governo, la possibilita’ di segnare la vera svolta della sinistra: da opposizione a partito di governo. Invece la maggioranza del Pds si fece prendere dai mal di pancia: subivano, dall’esterno, la pressione e i ricatti dell’estrema sinistra e dei comunisti che si erano opposti alla svolta del Pci. E poi erano offuscati dall’antisocialismo e dal complesso di Craxi. Occhetto, Veltroni e D’Alema non riuscirono a resistere alle pressioni di Scalfaro e nominarono alcuni membri del Pds nel governo Ciampi. Ma nell’aprile del 1993, prima ancora che il governo avesse la fiducia, li ritirarono. La scusa fu il voto delle Camere contro la carcerazione a Craxi. Il Pds fini’ allora di essere una svolta. Divenne un partito senza autonomia, sottomesso all’estrema sinistra, ai nostalgici comunisti, all’ideologia paralizzante e pre-politica della diversita’ berlingueriana, al massimalismo e al nullismo. Li’ mori’ la svolta del Pci. Quell’occasione persa di fare il salto del governo uccise, definitivamente, la possibilita’ di fare una sinistra riformista e di governo, unitaria e alternativa alla Dc. Li’ fallirono Occhetto, D’Alema e Veltroni dimostrandosi un gruppo dirigente non all’altezza dell’eredita’ del Pci. Allora mori’ nei fatti anche il Pds. Fanno bene i vecchi dirigenti della sinistra post-pci a lodare Ciampi. Ma fanno male a dimenticarsi di quell’episodio del 93: li’ loro azzopparono Ciampi e diedero una spinta decisiva al trauma della Repubblica. Li’ Occhetto, D’Alema e Veltroni mostrarono tutta la loro inettitudine e piccolezza. Non erano riformisti e innovatori ma solo ex comunisti, per necessita’. 

Destra e sinistra: colpevoli! 

E qualcuno e’ ancora contro le riforme? Siete ciechi e irresponsabili. Ieri il Centro Studi della Confindustria ha gettato una secchiata di ghiaccio su quei politici italiani, di destra, di centro e di sinistra, che calcano il teatro della politica da 20 anni. E che si sono alternati, negli ultimi due decenni, in funzioni di governo: i governi di Berlusconi e quelli dell’Ulivo. Da 15 anni questo paese non cresce. E non solo. Da 15 anni arretra se comparato con tutti gli altri partners europei. Il Rapporto della Confindustria parla di un “quindicennio perduto”. Ed e’ tenero! In 15 anni il Pil, e’ aumentato del 23,5% in Spagna, del 18,5% in Francia, del 18,2 % in Germania. Ma in Italia e’ calato dello 0,5%. Governi di centrodestra e governi dell’Ulivo sono bocciati. Nessuno dei due schieramenti ha le carte in regola: entrambi hanno la responsabilita’ del declino italiano. Una ragione del declino e’ la fragilita’ della politica italiana negli ultimi 20 anni. Per due decenni centrodestra e centrosinistra non sono riusciti a trovare una soluzione alla debolezza della politica italiana- fragilita’ dei governi, paralisi decisionali, instabilita’, debolezza delle istituzioni parlamentari- determinata dal crollo, nel 1992, della prima repubblica. Questa condizione di fragilita’ della politica ha concorso a bloccare la crescita italiana. E ha rafforzato l’anomalia negativa italiana rispetto ai partners europei. Alla luce del declino di 15 anni e’ veramente irresponsabile opporsi al primo tentativo di riforma politica giunto ad una fase decisionale con la legge di riforma costituzionale votata in Parlamento e sottoposta a referendum. E’ significativo che i protagonisti del declino di 15 anni- destra ed Ulivo- siano tra gli oppositori della riforma. Gli autori del misfatto, invece di farsi l’autocritica, continuano a…misfattare. Infine: il Rapporto di Confindustria smentisce la retorica antieuropeista e la bugia che attribuisce la mancata crescita all’austerity e all’Euro. Solo noi in 15 anni siamo declinati. Nessun altro paese dell’Euro ha avuto i nostri risultati negativi. L’austerita’ non ha impedito, ad esempio, alla Spagna ( che aveva i nostri problemi di conti pubblici ) di crescere, in 15 anni, del 23,5 %. La polemica antiausterity e’ stata un alibi dei mediocri politici italiani, di destra e di sinistra, che non sono riusciti, in 15 anni, a fare alcuna riforma. Il rapporto di Confindustria rende chiaro che la mancata crescita non e’ dovuta all’austerita’ degli ultimi 5 anni ma alle mancate riforme degli ultimi 15: perdita di competitivita’ internazionale, indebitamento pubblico, declino della produttivita’. Destra e sinistra, nel ventennio trascorso, si sono fatti una teatrale guerra civile: tanto apparentemente violenta quanto praticamente inutile. Nei fatti hanno tenuto il paese fermo e stagnante. Ora per favore, togliete il tappo all’Italia fate fare le riforme. Di declino, altrimenti, si muore.

Forza Parisi  

Stefano Parisi ha gia’ cambiato molto nella politica italiana. Ha contribuito al “miracolo Milano”: la piu’ importante citta’ italiana. Con il meraviglioso confronto Parisi-Sala Milano ha fatto da contraltare, moderno e auspicabile, all’affondamento caciaro e provinciale dell’immagine della politica ( di tutti ) nella capitale. Di sinistra, destra e centro. E ci ha fatto capire che si puo’ sognare un’Italia bipolare, dove la combriccola circense dei 5 Stelle torni ad essere uno spettacolo marginale, dove il populismo, l’incompetenza, il senilismo retorico di vecchi burocrati pensionabili, lo sfascismo, la comica politica e il trogloditismo intellettuale non sono la regola. In secondo luogo, Parisi ha cambiato gia’, in prospettiva, l’immagine del centrodestra che ha finalmente, in un’area politica che e’ una galleria di elefanti e vecchi orrori, il potenziale leader giusto di un centrodestra moderno: equilibrato, lontano da ogni estremismo,dinamico, non professionista della politica, preparato, giovane e affidabile. In terzo luogo ha gia’ dato l’immagine del cambiamento di agenda del centrodestra moderato: riformista, per la crescita e l’innovazione. Ridurre le tasse per la crescita e crescere per ridurre il ricorso alle tasse: un classico e assolutamente naturale programma di centrodestra. Che in Italia e’ una rivoluzione. In quarto luogo Parisi ha gia’ cambiato l’immagine politica del centrodestra: da un caravanserraglio di elefanti e leader mezze calzette, tenute su da un anziano signore col suo patrimonio, ad un’area che allude a diventare secondo partito della nazione, potenziale alternativa non sfascista ( come lo e’ invece, cari signori della minoranza Pd, l’alternativa dei 5 Stelle) al centrosinistra di Renzi. Sarebbe, una competizione Renzi- Parisi, la piu’ auspicabile e fresca delle competizioni: veramente una nuova Italia. Due partiti della Nazione. E non dovremmo, in quel caso, nemmeno avere preoccupazioni, Presidente Emerito, per una legge elettorale che tendesse a creare due schieramenti in competizione. Cioe’ l’utopia, l’isola che non c’e’ ma che ancora, forse, potrebbe esserci. Per il bene dell’Italia. Faccio gli auguri a Stefano e alla sua Convention. Oggi sono un convinto elettore del centrosinistra e del Pd. Sogno un’Italia in cui persone come Parisi cambino gli altri schieramenti e mi mettano in crisi nella scelta elettorale: come dovrebbe essere sempre in una democrazia vera, moderna e pragmatica. Dove un voto ad un partito non e’ per sempre e la scelta di cambiare voto non e’ traumatica. Ma un comportamento maturo. Forza Stefano!

E’ colpa del No. 

E’ facile e fin troppo scontato criticare l’Ambasciatore Usa per la sua esternazione sullle conseguenze del No. Ma fatelo con sobrieta’, senso della misura e senza sguaiatezze. E chiedetevi le ragioni della sua posizione. Forse c’e’ stato un eccesso di ingerenza da parte dell’Ambasciatore. Ma parlare di pericolo di “Italia sotto sorveglianza” ( Corriere della Sera) e’ fuori luogo. E, peggio, tornare a toni da guerra fredda. L’Ambasciatore Usa non parla cosi’ per fermare i comunisti o per agitare il fattore K. Non ci sono piu’ i comunisti e l’Urss. E l’Ambasciatore non e’ la signora Luce degli anni 50: non deve preservare la Dc dalla minaccia del Pci. Parla come un normale cittadino estero che vive in Italia. E guarda il nostro spettacolo. E che vede? Vede: un referendum che non e’ una normale consultazione, di quelle che la Svizzera fa ogni settimana, su una riforma ma una sorta di guerra civile contro il capo del governo, dove eventuali ragioni di merito del No sono del tutto scomparse; vede, in caso di vittoria del No, con queste motivazioni solo politiche e di opposizione di chi lo sostiene, un ovvio inviluppo del paese e una prospettiva di instabilita’. Invece di gridare, ipocritamente, al lupo, all’ingerenza, alla prepotenza degli Usa preoccupatevi del perche’, all’estero, hanno questa convinzione pessimistica sul No. Solo colpa di Renzi? Passatevi una mano sulla coscienza voi ( moderati) del No. Nel No il merito e’ ormai del tutto assente. Chiedete a un normale cittadino cosa ha capito del Si e del No. Ha capito solo che chi e’ contro Renzi avra’ l’occasione di utilizzare il referendum per mandarlo a casa. Questo interessa a Grillo, Brunetta, Salvini, Meloni e D’Alema. E a Travaglio e Zagrebelskij. E questo dicono i loro supporters. Nella migliore delle ipotesi i piu’ politicizzati oppositori presentano il Si come una svolta autoritaria. Cioe’ la guerra civile. Perche’ all’estero non devono preoccuparsi di questa rappresentazione esasperata, idiota e irreale del referendum? In queste condizioni e’ ovvio che la vittoria del No abbia conseguenze politiche. Non dipende da Renzi. Pensate, per davvero, che dopo la vittoria del No Grillo, Brunetta, Salvini, Meloni e D’Alema rinunceranno, bonoriamente, a richiedere i dividendi dello loro vittoria? Che ingenuita’. Non illudiamoci. Le conseguenze ci saranno e l’Italia tornera’ al clima del 2011: governo delegittimato, instabilita’, clima di emergenza, diffidenza internazionale. Passatevi una mano sulla coscienza voi del No: l’Ambasciatore Usa non ha torto. 

Usa: batti un colpo. 

Ora, in extremis, Obama corre ai ripari e tenta l’iintesa con la Russia. Il mondo , come dice il Papa, e’ in piena guerra mondiale a pezzi. Ma Obama, in questo, ci ha messo molto del suo. La sua politica mediorientale e’ un groviglio di contraddizioni, di irresolutezze, di caos. Che hanno alimentato la guerra civile araba, il conflitto sciiti-sunniti e lo spappolamento del Medio Oriente in una guerra di tutti contro tutti. All’origine di questo conflitto, gli Usa di Obama hanno commesso due errori scatenanti e decisivi: lasciare l’Iraq mettendolo in balia degli opposti sanguinari belligeranti, l’Isis e l’Iran; rinunciare a deporre Assad, consentendo cosi’ che, in tre anni, la Siria si sfasciasse e diventasse solo il ricordo ( reso miserabile) di una ex nazione. L’Isis e le sue ambizioni di Califfato sono nati con lo smembramento di Siria e Iraq consentito dagli errori iniziali di Obama. La pezza che gli Usa hanno messo al buco e’ stata peggio del buco. Obama si e’ aggrovigliato in contraddizioni elementari che, tralaltro, hanno contribuito a determinare un ruolo rinnovato di potenza della Russia ma, stavolta, come fattore di equilibrio e affidabilita’. Oggi in Medio Oriente gli Usa hanno reso isolato il loro maggiore alleato ( Israele); stanno con i curdi ma stanno con la Turchia che li bombarda; stanno con le monarchie saudite ( che comprano le loro armi) ma stanno anche con l’Iran sciita che le combatte; stanno con l’Iran sciita ma stanno contro Assad, protetto dall’Iran sciita. Il groviglio e’ tale che Obama non avrebbe ora neppure il tempo e la credibilita’ per scioglierlo. Occorre sperare nella nuova Presidenza Usa. Ma nessuno dei due candidati incoraggia, a tal fine, a nutrire fiducia di una svolta. Forse, dalla seconda guerra mondiale in poi, questo e’ il momento piu’ oscuro e drammatico nel grande ruolo mondiale positivo degli Usa. Speriamo bene.