Lasciateli provare

Bella piazza. Ho visto aggirarsi il “giovane” Cuperlo. E’ rimasto, della minoranza, solo lui ancora a dichiarare: “sto provando ad unire”. Ma che cosa Gianni? Siamo a soli 34 giorni dal voto: i tuoi hanno gia’ fatto o aderito tutti ai comitati del No. Te ne sei accorto? La Commissione sull’Italicum di cui fai parte e’, per questo, diventata assolutamente inutile: se pure trovate un accordo ( e lo temo per la legge elettorale) servira’ a portare al Si solo il tuo voto. E neanche in tempo per consentire a te di riconvertire al Si qualche tuo amico o parente. Lo avessi pronunciato ieri in piazza quel Si, caro Cuperlo, avresti fatto una cosa coraggiosa,  dignitosa e utile per il Pd. Invece ci hai rimandato ancora alla Commissione: a 30 giorni dal voto. Che commedia.  E mentre tutti i tuoi brindano al No in compagnia dell’opposizione. Di che parli, Gianni? Perche’ questa pagliacciata? La tua solitaria manfrina e la “commissione” non valgono piu’ neanche per il dopo-referendum. Convinciamoci: dopo il 4 dicembre non ci sara’ piu’ il Pd del 3 dicembre. Perche’ ormai lo avete diviso il Pd. E per sempre. Se vincera’ il Si, come spero, voi avreste un bel problema col Pd. Se vincera’ il No, invece, sara’ il Pd  che avra’ con voi un bel problema.  Ma davvero c’e’ chi pensa, nella minoranza che, se passa il No, d’incanto quel Pd, entusiasta e riformista, della piazza di ieri scompaia e si consegni, magari al congresso, a Cuperlo e soci? Davvero c’e’ chi pensa che quella gente di Piazza del Popolo si consegnera’, contenta e trasformista, a D’Alema, Speranza e Cuperlo? E magari passando sopra al fatto che, grazie ( esclusivamente ) ai voti di Berlusconi, di Grillo, di Salvinie dei fascisti, il No ha vinto? In caso di vittoria del No, con quella piazza e quel partito, caro Cuperlo, voi avrete aperto, e per sempre, una frattura insanabile. Chiunque vinca, il Pd e’ diviso oggi e lo sara’ domani. La frittata e’ fatta, caro Cuperlo. E alla frittata la “commissione” di cui fai parte, ormai, fa un baffo. E della frittata siete responsabili solo voi. La gente normalissima che ho visto ieri in piazza non credo che dimentichera’ facilmente. Peccato. Comunque bella piazza e ottimo discorso di Renzi. Nuovo per un ex funzionario di partito come me: breve, sobrio, appassionato, veritiero, concreto. Ascoltando quel ragazzo pensavo: fossi in D’Alema, Berlusconi, Monti, De Mita, Smuraglia, Mastella, Pomicino, Fini, Zagrebelsky, Grillo ( ma quanti svariati secoli d’eta’ fanno insieme? ) arrossirei, chinerei la testa, mi sentirei svergognato e non saprei rispondere ad una sola delle domande fatte, dal palco, da Renzi: ” ma perche’ non volete lasciarci provare? Per quale pretesa, voi che avete fallito in 40 anni?” . 

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Occhetto, giu’ il cappello con Napolitano

Esilarante. Achille Occhetto sta vivendo un piccolo momento di attenzione mediatica. Perche’? Niente di importante: non ha in relta’ niente di consistente da dire. Ma è per il No. E tutto fa brodo in quel mondo. Lui, però, non ha niente da dire. E fa interviste solo per fare l’esercizio che è tutta la sua vita e tutta la sua carriera di politico: attaccare, con veleno, Giorgio Napolitano. Lui è talmente ossessionato da Napolitano da trovare ogni mezzuccio per denigrarlo. Oggi, in un’intervista esilarante a Il Fatto Quotidiano arriva al top dell’infingardaggine. Per rifarsi una verginità a-comunista, si inventa che nel 1956 lui stava “con Nenni anche se poi (sic) scelse Togliatti”. Una fesseria. Da poveracci. Ma questa fesseria gli serve solo per sputare veleno sul nemico di sempre: Giorgio Napolitano e il migliorismo. Per dire la solita cosa: “erano i miglioristi i veri filosovietici, quelli che appoggiarono l’invasione dell’Ungheria”. Che scoperta. Quello che non dice il poveraccio “neo-nenniano” è che  l’identità comunista e l’errore/orrore del 56 Napolitano l’ha riconosciuta sempre. E in tempio non sospetti. Ci ha scritto libri e fatto interviste e saggi storici fin da quando era un “sopportato” nel Pci di Occhetto. E molto prima che Occhetto ne diventasse leader. Napolitano non si è mai inventato di essere stato nenniano. Lui ha denunciato la sua esperienza comunista  come carica di errori, ragione di autocritica e motivo di superamento quando Occhetto ( e i suoi) spasimavano per tutte le aberrazioni del comunismo internazionale ( da Cuba al maoismo, dall’America latina all’Africa ). Lui era contro ml’Urss per il motivo opposto a quello per cui Amendola era pro-Urss: perchè per Occhetto l’Urss era di destra, voleva la coesistenza pacifica e non la guerra rivoluzionaria che voleva la Cina di Mao; perchè imprigionava i dissidenti ma non fucilava i controrivoluzionari come faceva Mao Tse Dung nella “rivoluzione culturale” power cui Occhetto stravide ( e noi miglioristi no). Lui era contro l’Urss perchè era a sinistra dei russi stessi. Lui avversava Napolitano e Amendola non perche’ erano filososvietici ma, soprattutto, perche’ erano liberali, riformisti, antimassimalisti e amici della socialdemocrazia. La dica tutta Occhetto. Lui è uno che non ha niente da dire sull’oggi. E scappa all’Ungheria del 56. Ma lui è uno che non ebbe niente da dire neppure nel 1989 quando, unico comunista al mondo, immaginò che si potesse uscire dal comunismo restando comunisti (cambiando solo il nome), di sinistra e portatori di “radicalità” ( Boh). Radicalità è il nome che i post-comunisti ( perchè non sono ex) danno a vaghezze, filosofemi e nominalismi che servono solo a salvaguardare una cosa: la distanza e l’avversione al riformismo. E a quell’approdo di sinistra moderata, di governo, socialdemocratica che è l’unico approdo sensato, coerente e genuino ( non camuffato e falso) che i comunisti possono dare alla fuoriuscita dal comunismo. Nella svolta di Occhetto non c’era la socialdemocrazie. E c’era la radicalità. Per questo la svolta falli’. Si è dovuto, dopo il Pci, cambiare e rifondare tre volte quel partito ( da PDS a DS a PD) perchè con Occhetto era nato zoppo: un ircocervo che era tutto tranne che riformista. Se volevano essere sinceri e autentici i post-comunisti (Occhetto, D’Alema, Veltroni) avrebbero dovuto non solo cambiare il nome del PCI ( cosa che fecero solo dopo che il muro di Berlino era caduto e il popolo dell’est si ribellava ai comunisti) ma seguire l’indicazione di Giorgio Napolitano, Emanuele Macaluso, Luciano Lama: aderire al socialismo democratico, al riformismo europeo. darsi un’identità di governo, puntare a conquistare i voti degli elettori moderati, liberali e di centro: per puntare alla maggioranza e vincere le elezioni. Che invece loro persero tutte. Loro, i tre, usarono la radicalitaà ( parola vuota e inconsistente) solo per segnare, nel congresso che cambiava il nome al PCI, la linea di demarcazione da Giorgio Napolitano. Loro dicevano ai comunisti di Ingrao che gli sbattevano la porta in faccia: ” ma perche’ ve ne andate? Noi cambiamo solo il nome. Restiamo “radicali” cioè “comunisti senza il nome” ma non ci identifichiamo con quelli come Napolitano, con i miglioristi”. E non si identificarono. Infatti persero tutte le elezioni successive. E furono costretti a cambiare tre volte nome al partito. E tre o quattro volte leadership, scambiandosela tra loro. È’ colpa loro se il primo a ridare senso logico, coerente e naturale, alla svolta del PCI – da comunisti a riformisti, da sinistra radicale a centrosinistra- è stato Renzi. Dopo trent’anni. Ne prendano atto. Come ne ho preso atto io ( e tanti altri ) che per dire quello che Renzi dice ora, trent’anni fa, subimmo da Occhetto insulti, tradimenti e persecuzioni. Occhetto è un fallito. Giorgio Napolitano è stato Capo dello Stato. E tra i più amati di sempre. Si tolga il cappello Achille Occhetto. 

Vince anche se perde: e’ il domani

Renzi, beato lui, ha la spregiudicatezza dell’anagrafe, la disinvoltura di chi ha tempo e alternative davanti, la spigliatezza irriverente, l’azzardo di chi gioca su tempi piu’ lunghi dell’avversario. E’ cosi’ che lui puo’, in cinque minuti, rovesciare la felpata diplomazia, stracciare il vademecum delle convenzioni, del politicamente corretto, di 60 anni di politica estera arruginita, cattocomunista, arabizzante in virtu’ del petrolio e dichiarare:” mai piu’ contro Israele”, ” basta con questa moda di mozioni continue per insultare Israele in Europa e all”Onu”. Lasciando di stucco le impietrite e impettite comari del politicamente corretto, i politici della tradizione italiana cui, scandalizzati e sorpresi, non resta che storcere la bocca dicendo: “non si fa cosi’ “. E lui, invece, prosegue. In un minuto ha cambiato un vestito diplomatico di 60 anni, la puzza al naso verso la piccola grande nazione ebraica, che stava raggiungendo livelli di comicita’ all’Unesco. E chi se ne frega se l’ha detto tardi a Gentiloni. La vera novita’ e’ che glielo ha detto. E nessuno prima di lui, da Andreotti a D’Alema a Berlusconi, aveva avuto questo coraggio. Di denudare il re e accarezzare Israele e la verita’. Poi, in un altro minuto, lui gira la frittata in un altra padella della diplomazia e, appena reduce da una cena divertente con Obama, lo sorprende stracciando le sanzioni europee alla Russia. Infine in un terzo minuto, il giovane boy scout ha fatto spallucce alle imprecazioni dei burocrati di Bruxelles sugli zero virgola di sforamento della nostra manovra economica. Cosi’: con irriverenza. In altre epoche staremmo a piangerci addosso per i rilievi di Bruxelles. Questo se ne frega. Ma gli altri, quelli di Bruxelles, non possono mandarlo a quel paese. Perche’ il ragazzo e’ sveglio e si e’ reso indispensabile: fraternizza con Obama, e’ croce e delizia per la Merkel, e’ per niente triste e in declino come Hollande. Ora io dico: ve lo immaginate che il 4 dicembre questo ragazzo venga mandato a casa da un circolo di ottuagenari ( Berlusconi, Zagrebelsky, Monti, Smuraglia, Onida) rafforzato da settuagenari ( D’Alema, Pomicino) e da una variegata carovana di inossidabili sempreverdi e impensionabili sessantenni della politica-politica di sempre? Io non lo vedo facile ( oltre che non auspicabile). Pensateci un attimo voi della minoranza Pd: questo Renzi non perde. Neanche se per uno spillo lo battete, col No, nelle urne. Non perde. E sapete perche’? Perche’ ha contro tutti, troppo vecchi e sempreterni incipriati. Sarebbe imbarazzante e impresentabile la vittoria del No: troppa muffa, odore di stantio, nichilismo anagrafico. Non bastano Di Maio e Di Battista, ignoranti in tutto e guidati da un “vecchio” comico a dare freschezza al No. Sono certo: Renzi non perderebbe neanche se perdesse. Non lo schioderete. Ancora qualche gesto come quello su Israele o la Russia e, sono certo, non ne potremmo piu’ fare a meno. Alla lunga vince. Ha l’eta’. E ora pure l’autorevolezza. E un po’ piu’ filo da tessere rispetto a D’Alema, Monti, Berlusconi, Zagrebelsky e Grill : 4 secoli in cinque. Da loro a Renzi e’ come passare dal petrolio degli arabi, il mondo di ieri, alla tecnologia di Israele,  il mondo di  oggi ( e di domani). 

E basta…

Che dobbiamo capire? Com’e’ finito lo scontro nel Pd? Diciamo a Napoli: ” parapatta e pace”, pareggio. Il segretario incassa il “non voto” alla sua relazione. Nei riti della politica politichese e’ una formula democristana che si usa per rinviare lo scontro e fare una timida apertura (ma anche, spesso, per coprire le divisioni nella minoranza). La minoranza incassa che l’apertura di Renzi ( modifico l’Italicum ) e’ diventata una proposta organizzativa per farlo. E la modifica possibile si e’ allargata, a detta di Renzi, a ogni aspetto dell’Italicum ( ballottaggio, premio, coalizione, sistema di elezione). Pareggio allora? Se il bene massimo e’ l’unita’ del Pd e’ un pareggio. Se il bene massimo e’ la mobilitazione e il convincimento per il Si, per vincere il referendum, mi dispiace dirlo, non e’ un pareggio. Ma un punto a sfavore di Renzi. Abbiamo capito che ora il Pd fara’ una bella commissione sull’Italicum, comincera’ a ridiscutere di tutta la legge elettorale ( dal ballottaggio a come si eleggono i senatori): praticamente si ricomincia da zero e si discute sui massimi sistemi. Si fa, insomma, una nuova legge. Dopo aver discusso nel Pd tocchera’, ovviamente, discutere con gli altri. E li’ si finira’ nel burrone: ognuno avra’ la sua idea di legge ( e pure due o tre). Come nel gioco dell’oca siamo tornati al 2011: non abbiamo una legge elettorale e dovremo farla. Lavoro di tre anni in fumo. E il referendum? E’ mancato l’ultimatum. Passi pure la concessione della commissione e dell’apertura a modificare tutta la legge ( praticamente ad annullarla), qual’e’ lo scambio chiesto da Renzi? Nessuno. Io avrei chiesto: smonto l’Italicum ma voi entrate, ufficialmente, nel Comitato per il Si e vi staccate da D’Alema. Questo non c’e’. Teoricamente il Pd, ora, torna a discutere da zero di legge elettorale ma senza la garanzia, perlomeno, di essere unito sul si alla riforma Boschi. Lo chiamate pareggio? Temo il peggio. La minoranza Pd ha, ormai, deciso per il No. E traccheggia. Loro non riescono a liberarsi dall’ipoteca di D’Alema, di Zagrebelsky e della sinistra del No. La prospettiva e’ un mese ancora di stop and go, di melodrammi, di discussioni astratte sulla legge elettorale. Ma poi votano No. Ora Renzi deve, veramente, decidere lui: le riforme sono piu’ importanti dell’unita’ del Pd. Dico di piu’: se il referendum, come si va profilando, e’ un voto su Renzi e non sul merito della riforma Boschi, allora Renzi ne tragga le conseguenze. Salga al Colle e dica: “sospendiamo tutto. Votiamo in Parlamento solo due cose: la legge di stabilita’ e una modifica tecnica alla legge elettorale per il Senato. Poi si voti”. Se vogliono il voto su Renzi e non sulle riforme glielo dia. E facciamola finita. L’Italia e’ stanca del teatrino.