Occhetto, giu’ il cappello con Napolitano

Esilarante. Achille Occhetto sta vivendo un piccolo momento di attenzione mediatica. Perche’? Niente di importante: non ha in relta’ niente di consistente da dire. Ma è per il No. E tutto fa brodo in quel mondo. Lui, però, non ha niente da dire. E fa interviste solo per fare l’esercizio che è tutta la sua vita e tutta la sua carriera di politico: attaccare, con veleno, Giorgio Napolitano. Lui è talmente ossessionato da Napolitano da trovare ogni mezzuccio per denigrarlo. Oggi, in un’intervista esilarante a Il Fatto Quotidiano arriva al top dell’infingardaggine. Per rifarsi una verginità a-comunista, si inventa che nel 1956 lui stava “con Nenni anche se poi (sic) scelse Togliatti”. Una fesseria. Da poveracci. Ma questa fesseria gli serve solo per sputare veleno sul nemico di sempre: Giorgio Napolitano e il migliorismo. Per dire la solita cosa: “erano i miglioristi i veri filosovietici, quelli che appoggiarono l’invasione dell’Ungheria”. Che scoperta. Quello che non dice il poveraccio “neo-nenniano” è che  l’identità comunista e l’errore/orrore del 56 Napolitano l’ha riconosciuta sempre. E in tempio non sospetti. Ci ha scritto libri e fatto interviste e saggi storici fin da quando era un “sopportato” nel Pci di Occhetto. E molto prima che Occhetto ne diventasse leader. Napolitano non si è mai inventato di essere stato nenniano. Lui ha denunciato la sua esperienza comunista  come carica di errori, ragione di autocritica e motivo di superamento quando Occhetto ( e i suoi) spasimavano per tutte le aberrazioni del comunismo internazionale ( da Cuba al maoismo, dall’America latina all’Africa ). Lui era contro ml’Urss per il motivo opposto a quello per cui Amendola era pro-Urss: perchè per Occhetto l’Urss era di destra, voleva la coesistenza pacifica e non la guerra rivoluzionaria che voleva la Cina di Mao; perchè imprigionava i dissidenti ma non fucilava i controrivoluzionari come faceva Mao Tse Dung nella “rivoluzione culturale” power cui Occhetto stravide ( e noi miglioristi no). Lui era contro l’Urss perchè era a sinistra dei russi stessi. Lui avversava Napolitano e Amendola non perche’ erano filososvietici ma, soprattutto, perche’ erano liberali, riformisti, antimassimalisti e amici della socialdemocrazia. La dica tutta Occhetto. Lui è uno che non ha niente da dire sull’oggi. E scappa all’Ungheria del 56. Ma lui è uno che non ebbe niente da dire neppure nel 1989 quando, unico comunista al mondo, immaginò che si potesse uscire dal comunismo restando comunisti (cambiando solo il nome), di sinistra e portatori di “radicalità” ( Boh). Radicalità è il nome che i post-comunisti ( perchè non sono ex) danno a vaghezze, filosofemi e nominalismi che servono solo a salvaguardare una cosa: la distanza e l’avversione al riformismo. E a quell’approdo di sinistra moderata, di governo, socialdemocratica che è l’unico approdo sensato, coerente e genuino ( non camuffato e falso) che i comunisti possono dare alla fuoriuscita dal comunismo. Nella svolta di Occhetto non c’era la socialdemocrazie. E c’era la radicalità. Per questo la svolta falli’. Si è dovuto, dopo il Pci, cambiare e rifondare tre volte quel partito ( da PDS a DS a PD) perchè con Occhetto era nato zoppo: un ircocervo che era tutto tranne che riformista. Se volevano essere sinceri e autentici i post-comunisti (Occhetto, D’Alema, Veltroni) avrebbero dovuto non solo cambiare il nome del PCI ( cosa che fecero solo dopo che il muro di Berlino era caduto e il popolo dell’est si ribellava ai comunisti) ma seguire l’indicazione di Giorgio Napolitano, Emanuele Macaluso, Luciano Lama: aderire al socialismo democratico, al riformismo europeo. darsi un’identità di governo, puntare a conquistare i voti degli elettori moderati, liberali e di centro: per puntare alla maggioranza e vincere le elezioni. Che invece loro persero tutte. Loro, i tre, usarono la radicalitaà ( parola vuota e inconsistente) solo per segnare, nel congresso che cambiava il nome al PCI, la linea di demarcazione da Giorgio Napolitano. Loro dicevano ai comunisti di Ingrao che gli sbattevano la porta in faccia: ” ma perche’ ve ne andate? Noi cambiamo solo il nome. Restiamo “radicali” cioè “comunisti senza il nome” ma non ci identifichiamo con quelli come Napolitano, con i miglioristi”. E non si identificarono. Infatti persero tutte le elezioni successive. E furono costretti a cambiare tre volte nome al partito. E tre o quattro volte leadership, scambiandosela tra loro. È’ colpa loro se il primo a ridare senso logico, coerente e naturale, alla svolta del PCI – da comunisti a riformisti, da sinistra radicale a centrosinistra- è stato Renzi. Dopo trent’anni. Ne prendano atto. Come ne ho preso atto io ( e tanti altri ) che per dire quello che Renzi dice ora, trent’anni fa, subimmo da Occhetto insulti, tradimenti e persecuzioni. Occhetto è un fallito. Giorgio Napolitano è stato Capo dello Stato. E tra i più amati di sempre. Si tolga il cappello Achille Occhetto. 

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