2017: che non sia un disastro 

2017: l’augurio? Che non sia l’anno della restaurazione. Anzitutto di uno storico difetto italiano: il lassismo e la mediocrita’ in economia. Ce ne sono tutte le premesse: nessuno, ne’ al governo e ne’ all’opposizione, parla dell’ economia del paese, dei pericoli che incombono, delle riforme da fare per evitarli e delle urgenze economiche vere per evitare il disastro. Qual’e’ il disastro? Che il 2017 non avviii la ripresa e un tasso positivo di crescita ( non effimera) del Paese. Purtroppo sta, invece, succedendo questo. Nessuno parla dei temi economici. Prendiamo il salvataggio del Monte dei Paschi. Tutti consentono. Ma poi l’unica cosa che interessa sembra essere solo il solito refrain delle “responsabilita”, di chi paga, di chi deve andare in galera, di quanti processi si faranno o non faranno: una politica incompetente ma intossicata, interessata solo e sempre a farsi la guerra. Ma con argomenti di morbosita’ giustizialista. Che non affronta mai il vero merito delle cose. Dietro al Monte dei paschi, invece, si sta delineando una partita che, per l’Italia, puo’ rivelarsi il disastro. E la politica parla d’altro. Qual’e’ questa partita? Che in Europa vinca il partito di chi ( non solo tedeschi) sostengono: ” in Italia torna l’inaffidabilita’, l’indifferenza al debito e alle riforme. E’ il caso allora di parlare di un regime speciale per l’Italia nell’Euro. Per mettere l’Europa al riparo del pericolo italiano”. Questa e’ la ghigliottina che si va profilando. E guardate: stiamo dando argomenti a questo giudizio di molti europei. L’uscita di scena del governo Renzi si sta accompagnando ad uno scenario che alimenta e giustifica la diffidenza europea. Abbiamo un governicchio che tace sui temi economici. L’alibi e’ che deve durare poco. E invece si sa gia’ che durera’ non poco. Si fosse votato a gennaio avremmo avuto un governo vero per tutto il resto della legislatura. Non si votera’ mai ( se non alla fine della legislatura ) ma con un governo, rabberciato e fotocopia, che va bene a tutti perche’ si sa che non fara’ e non puo’ fare nulla. La politica di Gentiloni ( Mattarella) e’ la fotocopia non del governo Renzi ma di un governo doroteo degli anni 60. Dice, infatti, Gentiloni: ” il nostro compito non e’ promuovere alcunche’ ( legge elettorale o qualunque riforma). Il nostro compito e’ assecondare il Parlamento e le sue decisioni”. E’ il governo doroteo: faccio nulla, governicchio, non pesto piedi, assecondo tutti. E cosi’ duro! E’ la cosa piu’ disastrosa che si possa fare per l’Italia oggi. Il dovere di Mattarella era quello di dare al paese o elezioni subitissimo o un governo vero. Noi abbiamo bisogno di un governo nel 2017. Non tra un anno, anzi due. Il governicchio-fotocopia, cioe’ la versione debole, finta, impotente del governo precedente e’ una iattura. Renzi l’ha subita. Ma forse anche supportata come male minore: ha sbagliato. Occorreva tener duro: o elezioni subito a gennaio o governo vero, senza scadenze. La terza via, governicchio, si rivelera’ un disastro: avremo un governo impotente e inattivo per il resto della legislatura. Per l’economia e gli interessi italiani sara’ una catastrofe. Renzi stava conducendo, con l’Europa, una partita: realizzare condizioni immediate perche’ il 2017 fosse l’anno di aggancio ad una ripresa della crescita economica. Questo non riguardava solo l’approvazione ( senza bocciature europee) della legge di stabilita’. Renzi aveva intavolato una partita a scacchi, il cui esito non era ancora scontato, sui temi della flessibilita’ dei parametri, del patto di stabilita’, del fiscal compact, dei salvataggi bancari ecc. Chi prosegue questa trattativa? Il debole governicchio di Gentiloni? Ecse non si vota subito quando si riprende questa trattativa? Nel 2019? E nel frattempo che fara’ l’Europa? E’ evidente quello che fara’: la voce grossa. Stanno gia’ usando il salvataggio del Monte dei Paschi (costato nemmeno un terzo di quello che e’ costato a Germania , Spagna e altri salvare le proprie banche) per alimentare il “pericolo italiano”: quello di una paese che torna al lassismo, ai salvataggi pubblici, all’indebitamento, al disimpegno dalle riforme. Per arrivare al vero obiettivo dei tedeschi e di altri: imporci un regime speciale di controllo, vigilanza e commissariamento. Hanno argomenti per diffondere questo “timore dell’Italia”? Purtroppo si. La verita’ e’ questa: abbiamo un governo-governicchio che non parla di economia ( se non per le inutilita’ simboliche, antiche e ideologiche della sinistra Pd ) e un’opposizione che che pensa solo a come posizionarsi per future ( sempre piu’ lontane) elezioni. Ovvio che l’Europa diffidi e abbia paura. Pagheremo il conto di questa mediocrita’ nazionale. Andra’ presentato al Presidente Mattarella ma a tantissimi altri: ai tanti balenotteri bianchi che ritornano e che vedono nella mediocrita’, nel tran-tran per duracchiare, nelle furbizie per durare al governo, il campa cavallo doroteo; ad una sinistra povera, schematica, scarna che non ha piu’ diseno o afflato riformista e si liquefa su piccole e inutili rivincite simboliche ( vouchers, articolo 18 e via fessizzando ); a una destra inconsistente e inutile; ai cinque stelle ignoranti e attempati ancora nel populismo logorroico e opportunista. Auguriamoci tutti che questo scenario per il 2017 sia del tutto sballato. Me lo auguro io per primo. 

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Ca’ nisciun e’ fess 

La fase Zen di Renzi, mi dispiace, non ha senso alcuno. Ne’ per lui, ne’ per il paese. La correttezza democratica e l’interesse nazionale ( ma anche quelli di Renzi e del PD ) imponevano due sole ipotesi: elezioni subito o nuovo governo. E di legislatura. I governi devono governare. Invece si e’ scelta la soluzione peggiore: un governicchio. Presentato come fotocopia di Renzi. E, fintamente, a termine. Ma, in realta’, durevole. Per Renzi sara’ solo un danno: se il governo e’ fotocopia, lui continuera’ ad esserne il responsabile. Il governo’ potra’ fare solo cose mediocri in un anno che resta alla scadenza naturale della legislatura ( perche’ a quella si va, non illudetevi). Il poco di buono che potrebbe esserci rafforzerebbe solo la posizione del vero regista e padrone del governo: Mattarella, che vuole votare alla scadenza della legislatura e non prima. Renzi doveva saperlo: questo e’ un dogma per qualunque presidente della repubblica. E li’ si sta andando. Il governo “fotocopia” sta martellando il presupposto stesso della possibilita’ di votare a giugno ( come prevede la fase buddista di Renzi). Infatti: per votare a giugno significherebbe che qualcuno avesse gia’ presentato alle Camere un disegno di legge, urgente e a corsia preferenziale, di legge elettorale modificata. Non solo nessuno ci pensa. Si fanno le solite chiacchiere sulla legge ( proporzionale, mattarellum ecc), ma nessun fatto. Si aspetta la Consulta che poi potrebbe dire: spetta al Parlamento. Cioe’ staremmo sempre al punto di oggi: nessuna legge pronta per votare a giugno. Ma la cosa piu’ sorprendente e’ questa: per costringere il Parlamento ad approvare una legge elettorale che consenta di votare a giugno, c’e’ una sola strada: che il governo faccia un decreto su una ipotesi di legge elettorale. Che in due mesi dovrebbe, obbligatoriamente, essere votata. E poi elezioni! Si presumerebbe che questo fosse il proposito di Renzi e del Pd. E invece? Il governo-fotocopia dice, candidamente, ” non prendo nessuna iniziativa sulla legge elettorale. Spetta al Parlamento farlo!”! Ergo: voteremo solo quando sara’ impossibile ( per legge) non farlo. Cioe’ alla fine della legislatura nel 2018 ( si spera). Nel frattempo, dico ai renziani zen, le riforme di Renzi saranno smantellate ( si e’ cominciato con la scuola e si proseguira’ con il lavoro), Il governicchio- fotocopia si barcamenera’ inutilmente nella mediocrita’, il parlamento si sdilinguera’ in un dibattito senza rete ( tempi definiti) sulla legge elettorale. E il PD? Magari sara’ impegnato in un rissoso, deprimente e introverso congresso interno. Peraltro strabico: dove sara’ Renzi a diversi difendere dal parolaismo e dalla demagogia, inutile e fuori tempo, della Cgil e della sinistra interna. Renzi interrompa la fase Zen. Almeno per qualche giorno: ilbtempo di imporre a Gentiloni un’iniziativa urgente sulla legge elettorale. Dicendo al suo “clone”: ” ca’ nisciun e’ fess “

Obama: l’ultimo sfregio a Israele

Obama finisce in tristezza. Non aveva mai osato: l’ha fatto. A un mese dalla fine del mandato. Come se avesse gettato la maschera. Gli Usa si astengono sull’ennesima risoluzione, inutile e unilaterale, contro Israele. Non lo avevano mai fatto. L’Onu non ha il tempo o la voglia di fermare i massacri in Siria. Gli Usa di Obama non hanno piu’ la forza e la dignita’ di farlo. Ma intanto trovano il tempo, stancamente e ritualmente, di condannare Israele per la costruzione di nuovi insediamenti nei territori. Un giorno gli storici spiegheranno questa inutile e odiosa ginnastica dei burocrati dell’Onu che reiterano condanne unilaterali di Israele e in base a argomenti illegali. Unilaterali perche’ in queste rituali risoluzioni si tace, colpevolmente, sulla responsabilita’ dei leader arabi e, in particolare, palestinesi che, non solo, parassitariamente non fanno nulla per costruire tavoli di pace e coprono l’inerzia con le risoluzioni Onu, ma alimentano violenza e terrorismo. Hamas, infatti, non solo applaude alla risoluzione unilaterale di condanna ma annuncia di voler passare all’azione: ” la condanna non basta, scrive Hamas, occorre sradicare gli israeliani dai territori con la forza”. In altre parole: terrorismo. L’Onu non solo e’ unilaterale, di parte e fazioso nella condanna degli insediamenti ma lo fa in base ad una pelosa ipocrisia e ad un argomento illegale: le terre su cui si insediano israeliani non sono terre “occupate”. Non hanno confini riconosciuti, non sono ne’ giuridicamente ne’ legalmente palestinesi. Non lo sono mai stato. Saranno palestinesi, lomsanno tutti,  solo se uno Stato palestinese esistera’. E uno Stato palestinese puo’ esistere solo dopo una trattativa di pace tra i due vicini che debbono convivere. Invece isolando Israele e tacendo selle responsabilita’ dei leader palestinesi, l’Onu ottiene ( da 50 anni) solo l’effetto di impedire la pace e incoraggiare il terrorismo. Immorale. Poi, ipocritamente, l’ Onu si lamentera’ se Israele sara’ costretta a difendersi da sola. Questa astensione Usa e’ una macchia sul triste tramonto di Obama: il suo sigillo finale. E gia’ sconfessato dalla nuova Presidenza Usa. Obama chiude in bruttezza- vista la Siria, il terrorismo islamico, l’Isis, le tensioni con la Russia e lo stallo della pace in Medio Oriente- il bilancio della sua presidenza. Che non sara’ rimpianta. 

Non e’ sinistra. Sono Cobas

Mostruosi i vouchers ( Bersani) ? No. Mostruosa e’ la manovra (Speranza) di far carico della loro esistenza al Ministro Poletti. Al punto di porre in atto un ricatto: via i vouchers o sfiducia al ministro. Che con i vouchers c’entra solo relativamente. Egli, infatti, e’ solo titolare di provvedimenti come il Job Act che hanno tentato, lodevolmente, di regolare i vouchers. Che non hanno ne’ inventato e ne’introdotto. Il Job Act, infatti, ha solo approvato due misure che correggevano i due difetti imputati ai vouchers da sindacati e forze sociali: l’elusivita’ dei tempi della prestazione (introducendo, invece, l’obbligo di comunicazione del tempo di inizio della prestazione alla Direzione Territoriale del lavoro competente e per via telematica) e l’elusivita’ del valore orario della prestazione (demandando, invece, la determinazione della retribuzione a decreto del Ministero del lavoro, dopo confronto con le parti sociali e stabilendo, intanto, un valore certo di taglio minimo dei vouchers).  Insomma Renzi e Poletti hanno solo migliorato e regolato i vouchers secondo indicazioni delle forze sociali e dei parlamentari. I vouchers, Speranza non lo dice, risalgono invece al 2008 ( prima applicazione in agricoltura) in base a indicazioni, addirittura, della Legge Biagi di regolare il lavoro “occasionale e intermittente” facendolo emergere da lavoro nero a prestazione visibile e regolata. Una cosa che tutti questi signori,  che oggi strillano contro i vouchers, avevano salutato come un progresso e una riduzione del lavoro nero. Dal 2008, poi,  la minoranza del Pd ha avallato in Parlamento sia l’introduzione dei vouchers che tutti gli interventi successivi, fatti dai vari governi ( tra cui quelli, appoggiati dal Pd di Bersan, di Monti e Letta) per regolarli sempre di piu’ e sempre meglio. Contrastando, nella loro applicazione, utilizzi irregolari o pratiche elusive degli obblighi di legge. E, soprattutto, contrastando i tentativi di sostituire, con vouchers, il lavoro continuativo. Di cambiare lavoro gia’ stabile con lavoro occasionale. Il Job Act ha, meritoriamente, introdotto correzioni a tali pratiche elusive. Ma la domanda vera e’: si possono abolire i vouchers, come chiede Speranza? Certamente. A parte che poteva pensarci prima  con Monti e Letta. Ma sarebbe stata una “mostruosita’ “. Abolire i vouchers, infatti, significa automaticamente trasformarli in prestazioni al nero. E’ questo che loro non dicono: quel lavoro, occasionale e intermittente, regolato attualmente dai vouchers, ridiventera’ semplicemente lavoro nero. Siamo parlando, infatti, di tipologie di lavoro, quelle occasionali e intermittenti ( esempio, le lezioni ai ragazzi fatte dagli universitari o certi lavori domestici, di esigenze occasionali o prestazioni effettivamente temporanee, pensiamo agli studenti che arrotondano la paghetta in certe settimane dell’anno, in altri settori ) che ci saranno sempre, che sono ineliminabili e che, in assenza di vouchers, possono essere fatte soltanto al nero. I vouchers sono, soltanto, un tentativo di regolazione di prestazioni di lavoro che non saranno mai trasformate in un contratto di lavoro stabile. Costoro lo sanno. Abolire i vouchers significhera’ solo ripristinare lavoro nero. O pensate che a uno studente, qualche sera tra un esame e l’altro, che si presta a portare pizze in giro verra’ offerto dal pizzaiolo un contratto stabile? No. Restera’ solo lavoro nero. E’ questo che vogliono la minoranza pd e la Cgil? Ripristinare il lavoro nero? O togliere ai ragazzi e agli studenti  gli arrotondamenti della paghetta?   Ipocrisia. Il mondo della minoranza Pd e’ un mondo ipocrita e illiberale: un mondo di divieti ma…aggirati. Questo non e’ sinistra. E’ anarcosindacalismo da Cobas. Diciannovismo, avrebbe detto Gramsci. 

Sinistra? No gamberi. 

L’Italia a rovescio della sinistra-sinistra: la realta’ e’ sottosopra. Siamo il paese dei luoghi comuni sindacalisti ( e di sinistra-sinistra) e diamo, costantemente, risposte sbagliate e demagogiche ai problemi. E procediamo col passo del gambero: restaurando e non riformando. Ci servirebbe, ad esempio, una legge elettorale maggioritaria ma ci scanneremo ( appena dopo aver restaurato il bicameralismo paritario) per tornare indietro, ad una legge elettorale proporzionale, retaggio della politica al tempo della riforma agraria. In questo deprimente clima di dilagante bigottismo restauratore e conservatore, colpiscono anche altre curiose ed “edificanti ( si fa per dire)  battaglie” della sinistra-sinistra in questi giorni di “cupio dissolvi” post-referendario. Due esempi. Si solleva scandalo sul titolo di studio del ministrO ( italiano perfetto) Fedeli. Come per dire: “per fare il ministrO dell’Istruzione occorre la laurea”. Scempiaggine odiosa. La piccola bugia del ministrO Fedeli, sui suoi titoli di studio, e’ un problemino. La campagna bigotta sulla pretesa  burocratica del “pezzo di carta” attestante la laurea e’ un problemone. Quel pezzo di carta, di per se’, non attesta merito, effettiva capacita’ o competenza. Non serve a fare il ministro di alcunche’ (secondo la Costituzione “piu’ bella del mondo”). Serve, al contrario,  a tenere molte brave persone, soprattutto giovani, lontane da un lavoro. Serve a creare finte corsie di privilegio. Non prova nulla delle effettive capacita’ di chi presta lavoro. Livella,  paurosamente,  verso il basso lo studio universitario: ormai si paga l’universita’ (e il suo nome), solo per fare esami volti ad acquisire il “pezzo di carta”. Esamifici e  non reale formazione di qualita’. Una volta la sinistra si batteva per “abolire” il valore legale del titolo di studio. Oggi la sinistra radical chic, insieme ai bigotti, si scandalizza se scopre che un ministro, non ha il “pezzo di carta”. Un ministro! Una volta per noi di sinistra democrazia era, diceva Lenin, portare la cuoca al governo. Ora serve che sia laureata. Magari incapace ( sono sessista se penso al sindacO Raggi?) ma laureata. Secondo esempio: i vouchers. Anzitutto se ne parla, nel quadro dell’odiosa ventata antirenziana e restauratrice (che ricorda le battute di Flaiano sull’antifascismo improvviso di tanti ex fascisti) come se i vouchers fossero stati un’ invenzione di Renzi:  li ha solo e giustamente regolati. Poi se ne parla come fossero  una mostruosita’ “liberista” (che noia) mentre sono soltanto una sacrosanta modalita’ di emersione del lavoro nero occasionale. Forse non sono ancora perfetti ma abolirli sarebbe una palese ingiustizia e un colossale passo indietro: il ritorno al puro e semplice mercato nero. Gli imbecilli sostengono che i vouchers abbiano introdotto la precarieta’. Sono, invece, un modo per ridurla. Dimenticano di dirci cosa c’era prima e cosa restaureranno se li aboliscono: un oceano di lavoro nero in attivita’ come il lavoro domestico, l’atigianato, l’agricoltura, i servizi quotidiani. Dicono: ma sono troppi di numero ( lo dice anche il sempre piu’ sorprendente ministro Poletti)! Oddio: se dovevano regolare un “lavoro nero” come si fa a stabilire se sono troppi o pochi, visto che il precedente lavoro era “nero” anche numero? Mistero. Insomma, in nome della lotta al “liberalismo selvaggio”, di cui si sciacquano la bocca a sproposito i pappagalli della sinistra-sinistra, si sta avviando una idiota campagna per la restaurazione del lavoro nero. Ecco, i vouchers e il titolo di studio: due esempi che dimostrano ( come sul bicameralismo paritario o il ritorno al proporzionale) che la sinistra-sinistra e’ un pezzo di arcaismo nel XXIII secolo e una palla al piede della modernizzazione di questo povero paese. 

Dimenticate le riforme

Fine di una domenica noiosa: senza Juve non c’e’ sfizio. Una cosa buona: l’antijuve sono Napoli e Lazio. Non la boriosa, effimera  e melodrammatica Rometta. E questo mi piace. L’Assemblea del Pd mi ha deluso. Non ci ho capito nulla. Renzi ci sfibra con il giochetto ” resto, non resto”. Non gli ho sentito un solo ragionamento, nessun argomento e nessun accenno di analisi politica. Non si sa quando si vota, come si vota e se si vota. Non si sa se ci sara’ mai un congresso del Pd. Non si sa se si votera’ su programmi, progetti, ipotesi di alleanze o solo su persone-candidate o ticket, come li chiamano. Niente di niente. Ho quasi pianto alle (esagerate) contrizioni esistenziali di Renzi, ” ho perso, anzi, straperso, ho perso solo io, voi siete tutti innocenti….”. Dall’uomo solo al comando siamo passati all’uomo solo alla polvere. Esagerato. Avrei voluto consolarlo:  molti di noi, poveri cittadini elettori, per il Si abbiamo rotto amicizie, speso energie, investito emozioni e convinzioni nel Si. Invece di colpevolizzarsi ci parli di politica. Dobbiamo archiviare le riforme? Dopo le riforma Boschi affosseremo il Job Act? Renzi, che ha dedicato due righe al Si, meno che al Mattarellum, che ci dice? Noto che alcuni miei amici renziani sono, in queste ore, piu’ interessate al bildung roman di Renzi, alle tappe del suo percorso di rianimazione, al dilemma amletico del suo ‘rilancio”  che ai tempi del Paese che, alle riforme, non potrebbe rinunciare. Dovremmo votare presto, molto presto, solo per sottoporre agli elettori una domanda: “volete reinstallare un governo per fare le riforme urgenti interrotte”? L’Italia, faccio presente, senza riforme va incontro a bruttissimi quarti d’ora. Ma nessuno se ne preoccupa. Invece non sappiamo se, quando e come voteremo. Renzi ci dice, vivaddio, solo che occorre votare presto. Sarebbe importante che cominciasse a dire , anche, perche’. 

Se l’Italexit lo chiede Shauble? 

In Germania si fa strada un invito all’ Italia: ” uscite dall’Euro, vi conviene”. Lo ha candidamente sostenuto un noto economista tedesco. E molti in Italia, specie tra i vincitori del No, sono pronti a sostenerlo. Ci conviene? Naturalmente No. Con una moneta debole e svalutata ( quella che sostituirebbe l’Euro) non guadagneremmo nulla ( se non effimere, fragili e brevi fiammate di competitivita’ da svalutazione sui mercati internazionali). In compenso vedremmo concentrarsi su di noi la speculazione internazionale e le paure degli investitori. Il debito si impennerebbe. Le banche fallirebbero. Insomma: piomberemmo in un’economia di guerra. Dobbiamo tenerci l’Euro. Ma la disciplina dell’Euro, cosi’ com’e’, ci pone problemi. Sono quelli che il governo Renzi si era proposto di modificare. E su cui era iniziata un confronto con la Commissione Europea. Il Patto di Stabilità è stato irrigidito. Il fiscal compact amplificherebbe danni ad economie asimmetriche. La Commissione e le economie del Nord devono aprirsi di piu’ al problema del recupero di crescita e occupazione delle economie periferiche. Le regole attuali vanno riviste: su questo Renzi aveva avviato una combattiva trattativa. Forse qualcuno in Europa del Nord aveva a fastidio questa trattativa. E forse qualcuno ha goduto alla caduta di Renzi. Ma, certamente, tutti devono oggi in Europa sentirsi terrorizzati all’idea che a Renzi, nella trattativa, si sostituisca un governo piu’ debole, un leader a termine e meno autorevole e il peso politico dei vincitori del No, capeggiati da leader e partiti ostili all’Euro. Soprattutto per un motivo. Il compromesso tra le legittime paure tedesche delle debolezze italiane, palle al piede anche per le economie del Nord ( alto debito, deficit, spesa pubblica improduttiva ecc.) e le aspirazioni italiane a contrattare con Germania e altri nuove condizioni per la nostra economia era consentito da un solo elemento: l’impegno italiano a fare riforme strutturali ( a partire dal Job act). Insomma era l’esistenza di un governo” willing to reform” la condizione per trattare i cambiamenti che Renzi esigeva. Questo supponeva l’esistenza di un governo autorevole. Quello di Renzi lo era. Quello di Gentiloni no. Io immagino che nella nuova situazione, di governo indebolito e di vittoria del fronte antieuro in Italia, Mr Shauble possa essere a tal punto preoccupato da pensare: ” le riforme in Italia non si faranno piu’. Tornera’ il paese indisciplinato e conservatore dei vecchi comportamenti spreconi e distruttivi. I governi torneranno a ridiventare inaffidabili. Un leader autorevole con cui trattare non ci sara’ piu’ ( visto che vogliono restaurare il proporzionale). Sapete che c’e’:  e’ meglio che dell’Italia ci si liberi”. Italexit con l’avallo tedesco. Una iattura per noi. 

Pur di cacciare Renzi….

In un paese serio cade un governo e si va alle elezioni per eleggerne un altro. In poche settimane. E’ la regola democratica. Da noi si dice: si va alle elezioni ( ma non si sa quando). Ma nel frattempo si elegge un altro governo. E lo si fa eleggendo un governo fotocopia di quello che c’era ma, volutamente, piu’ debole, piu’ fragile e con una maggioranza piu’ ristretta. E con piu’ conflittualita’ politica ( Lega e 5 Stelle minacciano fuoco e fiamme). E’ come uno che, posto al bivio della decisione tra due strade, una asfaltata e l’altra sterrata, sceglie la piu’ impervia, difficile e complicata. Perche’? Boh. Per un caparbio attaccamento a riti bizantini pur se ci fanno del male. E questa e’ la prima conseguenza del No: abbiamo un governo piu’ fragile e piu’ debole. Era quello che serviva? Si dice: serve un governo per fare, rapidamente, una legge elettorale. Barzelletta. Da 20 anni abbiamo bisogno di una legge elettorale. Ma si e’ rivelata una cosa complicatissima da fare, lunga e impossibile. Pensate: gia’ si sa che la legge da fare sara’ la piu’ scombinata possibile: una legge elettorale proporzionale. Sapete che significa? Fare una legge che fotografa i rapporti di forza tra i partiti. Ma non serve ad eleggere un governo o a dare responsabilita’ di governo, attraverso il voto dei cittadini, a qualcuno. Per usare il linguaggio scurrile dell’antipolitica: si elevera’ a legge l’arte dell’inciucio. E questo e’ il secondo risultato, in pochi giorni, del No. Insomma in una settimana dalla sconfitta del Si gia’ due straordinarie conseguenze: un governo fragile e incolore e la decisione di fare una legge che sancira’ l’ingovernabilita’. Si andra’ a votare presto, pero’, ci promettono. Ma a questo punto, spiegatemi. andremo a votare (quando sara’) ma a quale scopo? Per eleggere, grazie al proporzionale, l’ennesimo parlamento senza maggioranze, senza un premier indicato e votato, dove tutti i partiti hanno vinto, dove il governo verra’ fuori solo da estenuanti trattative, cambi di casacca, salti della quaglia, compravendite dei deputati e senatori? E dove fare il nuovo governo, anticipando ( giugno?) il voto politico, impieghera’ lo stesso tempo che farlo alla scadenza naturale del 2018. Paradossi del No. Temevano il “comando di uno solo”. Ora lo daranno a 900 eletti col proporzionale impegnati in una specie di suk arabo per tirar fuori un governo: 900 uomini soli al comando! E i cittadini? Assisteranno. E le urgenze del paese? Aspetteranno. E’ la terza conseguenza del No. Pero’, volete mettere, ci siamo liberati di Renzi! E per una soddisfazione cosi’ possiamo pure sfasciare il paese. Vero Speranza? Vero signori del No? Muoia Sansone ma…con tutti i filistei. 

La tolda del Titanic: il PD

La tolda del Titanic. Immagino Speranza arringare i suoi: ” abbiamo cacciato Renzi”. E una voce anziana replicare: ” bene. E ora che te ne fai?”. Si perche’ l’euforia del tracollo del Si si accompagna, nella minoranza del Pd, ad una totale inconsapevolezza del contenuto, a medio termine, della vittoria del No: che e’ vittoria, innanzitutto, degli avversari del Pd ( cinque stelle e destra) e, nel medio termine, e’ sconfitta e ridimensionamento del Pd. Che sembrava sinora l’asse indispensabile di ogni possibile governo, il solo candidato a essere, nei fatti, un partito-nazione. Nel senso di un partito quasi inamovibile, per necessita’, da funzioni di governo. Le modalita’ dello scontro referendario e la gestione che si sta facendo dei suoi risultati contengono la mina esplosiva di una novita’: e’ il Pd ( non solo Renzi) che e’ entrato in una crisi di legittimazione. Da cui puo’ uscire una smentita e una retrocessione della sua “funzione storica” come ama enfatizzare, con retorica oggi precaria, un classico della Ditta: Alfredo Reichlin. Ormai ci si e’, con evidenza, arresi alla vittoria del principale demolitore del Pd: i Cinque Stelle. Che sembra ineluttabile. Una flebile resistenza all’ineluttabile ( il sorpasso dei 5Stelle sul Pd) sembra venire, per l’inetta politica “repubblicana” ( chi dovrebbe opporsi al populismo), solo da fattori secondari e in via di smantellamento: l’autoesclusione del partito grillino da aspirazioni di governo; la speranza che funzioni una conventio ad excludendum verso il grillismo nella forma, magari, di governi tecnici o di salute pubblica. Non e’ piu’ cosi. Entrambe queste certezze sono svuotate o  si vanno esaurendo: grillini, a mio avviso, valutano  di entrare nel grande gioco. Anzi: vi saranno obbligati.Lo dimostra la loro, sorprendente, acquiescenza ad una legge elettorale proporzionale. Nella situazione di un mese fa una correzione dell’ Italicum ( eliminazione del ballottaggio e coalizione )  avrebbe portato ad una legge elettorale che teneva fuori, automaticamente, i populisti. Il “lodo Napolitano” potremmo chiamarlo ( con nostalgia). Non c’e’ piu’ l’Italicum. A molti sfugge la caratteristica, invece, di una legge proporzionale: se e’ vero che una tale legge imporra’ governi solo di coalizione ( e dunque fragili e precari), e’ altrettanto vero che la legge impone che il partito che arriva primo distribuisce le carte. E chi arrivera’ primo a giugno o, sia pure, dopo il 2018? I grillini non escludono piu’, ecco perche’ consentono al proporzionale, di arrivare primi e andare, con altri, al governo.  Con Renzi lo scenario era diverso. Da ogni punto di vista. Il Pd era, perlomeno piu’ competitivo. Ora la follia del Pd e’ che, al suo interno, questa preoccupazione, “perdere tutto” non sembra esser presente in nessuno: sono piu’ preoccupati del congresso e di una resa dei conti che al destino del partito. Che coincide con una prospettiva, mai come ora,  possibile e realistica per l’Italia: essere, tra un anno, il primo paese europeo che scongela il populismo e lo porta al governo. Si stanno gia’ moltiplicando i cinici e gli opportunisti che, dei 5 Stelle al comando, dicono: “prima o poi deve accadere” oppure ” mandarli al governo li moderera’”. Speriamo. Io non credo. E sono terrorizzato dalla loro agenda politica. Ma una cosa e’ certa: che, a differenza degli ultimi 20, anni la scena politica italiana non sara’ segnata piu’ dalla presenza, politicamente speculare, del Pd e di Berlusconi. Col proporzionale si va ad una nuova geografia politica. Raccontatelo a Speranza e agli euforici demolitori del renzismo. Allegramente sulla tolda….

Bersani freni Speranza 

Speranza sostiene: “dopo la riforma costituzionale vanno riviste la altre riforme di Renzi: in primis, scuola e mercato del lavoro”. Ecco un esempio. di “estremismo” come malattia infantile del “sinistrismo”. Spero che qualcuno piu’ adulto, tra i suoi capi, lo redarguisca. Andrebbe spiegato a Speranza che lui non ha vinto nulla. Al referendum hanno vinto Grillo e Berlusconi. Non la “sinistra del No”. Tecnicamente la vittoria del No non e’ stata una svolta a sinistra. Renzi ha perso non perche’ non ha fatto il pieno dell’elettorato di sinistra. Lo ha fatto. Ha perso perche’ non ha conquistato gli elettori moderati e, nemmeno quelli dei Cinque Stelle. Chi ha votato per protesta contro Renzi non lo ha fatto per le ragioni di “sinistra” che accampa Speranza. Nemmeno sulla svuola e sul mercato del lavoro. Attribuirsi le vittorie degli altri altri e’ il piu’ colossale errore in cui scivola, spesso, la sinistra presuntuosa ( e per questo antipatica). Il populismo non e’ una cosa, un po’ piu’ urlante, della vecchia sinistra. E’ destra. Qualcuno dovrebbe spiegarlo al giovane Speranza. Dovrebbe fargli un po’ di apprendistato. Confido nella saggezza di Bersani, ad esempio, nel far capire ai velleitari che, nella nuova situazione di oggi, non e’ Renzi che rischia il pensionamento anticipato: e’ il Pd. I Cinque Stelle forse, stanno abbandonando l’Aventino e si mettono a fare politica. Se finisce la Conventio ad excludendum, finora attiva verso i Cinque Stelle, il Pd perde la sua rendita di posizione.E ogni scenario diventa possibile. L’ultima cosa che la minoranza dovrebbe fare, in questo quadro, e’ buttare a mare i tre anni di governo del Pd, legittimare l’idea di un fallimento e di un disastro. E regalare a Grillo la bandiera del cambiamento. Bersani ha parlato di ricompattamento. Lui, che e’ adulto e vaccinato ( contro l’estremismo) sa bene che non ci sarebbe ricompattamento sulla velleita’ di fare macerie del renzismo. Sarebbero macerie del Pd. E argomenti e benzina per Grillo. Non per inesistenti e inconsistenti “ragioni di sinistra”. Realismo e consapevolezza: ecco quello che dovrebbe muovere la minoranza Pd. Realismo, ad esempio, nella lettura della realta’! Il bilancio di Renzi non e’ di un paese allo sfascio economico e sociale. L’Italia non e’ la Grecia del 2013. Anzi e’ un paese che stava invertendo la tendenza: da decrescita a ripresa, seppur tenue e timida. La disoccupazione non precipita ma neppure cresce. E con l’Europa si stava trattando. Alla pari. Senza la troika alle porte di casa. E’, piuttosto, la minoranza ( andrebbe spiegato al giovane Speranza) che non deve farsi identificare con un’inversione di questi timidi segnali di stabilizzazione, con un peggioramento del confronto in Europa, con l’aggravamento della congiuntura economica. Questo pericolo che tutto si aggravi dopo il No c’e’. Spero che Bersani, che ne capisce, lo spieghi ai suoi. Il governo Gentiloni, si dovrebbe capire, e’ un compromesso. Non e’ l’optimum. Nei fatti, ritardando le elezioni e con un governo del Pd ma piu’ precario, debole e a termine, stiamo peggiorando le cose. E i rischi per il Pd. Questo governo non potra’ fare molto. Figuriamoci se, come dice Speranza, nei pochi mesi che ha il tempo di sfasciare le riforme di Renzi. Sarebbe un suicidio. Lasciate respirare Gentiloni. Non pressatelo. Non perseguite velleita’. Oggi in Europa e in economia occorrono meno scossoni possibili e il massimo di continuita’ del nuovo governo. Sempre se voi, beninteso, intendete come dite mantenere competitivo il Pd. Se invece volete affossarlo proseguite pure con le dichiarazioni di Speranza.