Un mondo di creduloni 

Un bellissimo saggio: ” La democrazia dei creduloni” di Gerald Bronner, sociologo francese. Perche’ la gente e’ sempre piu’ bendisposta verso la creduloneria, i ciarlatani? Perche’ sembra piu’ diffidente verso tecnici e scienziati? Perche’ rivendica di dubitare degli esperti? Dagli Ogm, al nucleare, dalle scie chimiche ai vaccini, dagli attentati dell’11 settembre al viaggio sulla Luna, dalla epidemia degli ulivi alla prevenzione dei terremoti, dilaga la diffidenza verso politici e tecnici. Sempre piu’ le opinioni degli esperti vengono svalorizzate. Si alimenta l’antipolitica: per molti, i tecnici e gli scienziati sono parte attiva di un complotto della politica, dei potenti per dominare la gente. Ormai, per molti, e’ lecito dubitare di tutto. Si rovescia il paradigma scientifico. Se dico che non puo’ esistere un asino che vola. Per ragioni di scienza e di zoologia, e’ sempre piu’ possibile che uno risponda: ” e chi lo dice”? e ” perche’ devo fidarmi della scienza”?. E se fosse un complotto del potere nascondere la verita’, cioe’ che gli asini, magari in qualche sperduto punto nascosto della terra o su Marte, volano? Cosi’ cade la fiducia nella parola dei tecnici e degli esperti: uno sciamano voodoo ha la stessa autorevolezza di uno scienziato. O un mago, una cartomante, un’astrologo, un prete. Per Bronner questo e’ espressione di una epocale crisi di fiducia nelle tradizionali agenzie dell’autorevolezza della conoscenza: la politica, l’informazione (a cominciare dalla Tv), le autorita’ del sapere. La gente, specia “chi vive nelle stabili democrazie dell’Occidente, ama sentirsi vittima di qualcosa”, scrive Bronner. E piu’ c’entrano scienza e tecnologia, piu’ la gente sente di non dominarle. E, quindi, diffida. Piu’ le nostre societa’ garantiscono liberta’ e sicurezza, ” piu’ la gente e’ spinta a ricercare ” un modo di apparire vittima di qualcosa”. E lo trova in teorie complottarde sui politici e i potenti che sfrutterebbero la scienza la tecnologia e la medicina per fregare la gente. Piu’ che la fondatezza degli argomenti a sostegno delle credenza, alla gente sembra importante individuare i possibili “colpevoli” del complotto. Quasi sempre ogni complotto ha un verosimile colpevole che e’ sempre lo stesso: gli americani, la Cia, i servizi segreti, i media complici. E ora, gli scienziati e gli esperti. In una parola: l’Occidente. E’ un “universo paronoico”, scrive Bronner che dilaga e mette in discussione e in pericolo tre secoli di conquiste della razionalita’. E’ anche questo la ragione del successo dei ciarlatani e dei populisti. Per Bronner questa regressione e diffidena hanno una spiegazione oggettiva: e’ dovuta, paradossalmente, a un “processo di democratizzazione dell’informazione”: abbiamo “troppi prodotti informativi”. Che produco effetti benefici ( piu’ sapere) ma anche “perversi e distorti”: da’ pubblicita’ ai ” modi di ragionare inesatti” che nel ” passato rimanevano privati” e ora (con la democrazia del Web e dell’informazione) sono pubblici. La nostra razionalita’, conclude Bronner, sta rivelando “un suo lato oscuro” e inquietante che puo’ indebolire lo”spirito democratico”. Per chi si sente un democratico razionale, ottimista e illuminista e’, certamente, un  segnale di allarme.  

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Sinistra trumpista e viceversa

E’ inutile e ipocrita che la sinistra faccia l’antitrumpista. Si passi una mano sulla coscienza: Trump parla, in economia, il linguaggio di 20 anni della sinistra: la guerra al liberismo. Dalla crisi del 2007 /2008 una parte della sinistra mondiale ha ritenuto di doversin scansare  dai suoi effetti e ritrovare una verginita’ anticapitalista, iniziando una nenia retorica ( e reazionaria) contro il “liberismo” e la globalizzazione. Il simbolo della deriva antiliberista sono state le illusorie ( ed evanescenti) fiammate neo-populiste, anti-europee e autarchiche degli effimeri modelli di sinistra-sinistra ( Syriza, Podemos, Sel ecc). La ledership della vecchia sinistra socialista si e’ lasciata confondere da questa deriva antiliberista in tutta Europa: e’ arrivata, elettoralmente, alla frutta. Da 20 anni la sinistra non ha una politica per la crescita. Il suo linguaggio e’ diventato nel tempo lo stesso di Trump di oggi: difendersi, col protezionismo, con la retorica antiliberista, l’illusione dell’autarchia, la lotta ai trattati commerciali, la nostalgia delle “fabbriche nazionali”. La retorica contro le banche di Francoforte, i banchieri, la Bce e i trattati commerciali europei, non scordiamocelo, hanno anticipato in Europa, per la sinistra radicale europea,  i bersagli “antiliberisti” che oggi agita Trump ( Wall street, i banchieri, l’establishment, i trattati economici). Protezionismo e antiliberismo. Quando Bersani dice” oggi la sinistra deve, innanzitutto proteggere” ( e questo serve per battaglie desuete come l’articolo 18, i vouchers, l’antijob act ecc, parla esattamente come Trump. Spiace che non se ne accorga. Il liberismo, al contrario, andrebbe esaltato dalla sinistra. E difeso contro Trump. La sinistra antliberista e ” neo- trumpista” sorvola su due successi epocali del liberismo: primo, il capitalismo e la globalizzazione ( succeduti al crollo del comunismo del 1989) hanno portato alla liberazione dalla poverta’ di un miliardo di persone. E’ stata la piu’ colossale fuoriuscita dal sottosviluppo della storia dell’uomo. Oggi la poverta’ e la fame sono ristrette (800.000 persone) ad una minoranza ridottissima della popolazione del mondo. E tutta e soltanto in Africa. Mai l’umanita’ ha progredito col passo degli ultimi 40 anni ( quelli del cosidetto neo-liberismo). Trump e’ il regresso; secondo: il liberismo ha migliorato il capitalismo e creato “l’economia dell’innovazione”. Quando Trump piange sulla chiusura delle vecchie fabbriche degli anni 60 e 70 sorvola su quello che veramente e’ accaduto: per ogni posto di lavoro perso nella vecchia manifattura ne sono nati centinaia di piu’ nell’industria dell’innovazione. Si guardi Trump le cifre del mercato del lavoro Usa. E guardi chi guida la Borsa americana: Apple, Google, Facebook. Non piu’ General Electric o General Motors. E le nuove aziende del Web non dominano solo per capitalizzazione. Ma per numero di occupati. Per questo l’America non ha copiato ( per sua fortuna) l’Europa nei 20 anni addietro. E ha sempre avuto un bassissimo tasso di disoccupazione: grazie all’innovazione. E grazie al liberismo e alla globalizzazione:.Apple produce in fabbriche cinesi o asiatiche i suoi straordinari aggeggi ma ha piu’ occupati in America. E nelle filiere avanzate dell’industria nuova ( softwaristi, sviluppatori, venditori ecc ). Il protezionismo di Trump metterebbe in ginocchio il motore vero dell’economia Usa: l’innovazione. Che vive sul libero scambio, la delocalizzazione, la reciprocita’ dei trattati, la fine delle barriere. In una parola: liberismo. E globalizzazione. Ora Trump denuda il re: l’antiliberismo e’ destra! E’ normale che il populismo sia trumpista. Non e’ normale che la sinistra sia antiliberista. E se lo e’, delle due l’una: o la sinistra e’ reazionaria o il trumpismo e’ di sinistra. In entrambi i casi di una sinistra antimoderna, antiinnovazione, antiliberista e nostalgica dell’autarchia e del protezionismo. io non so che farmene. E voi? 

L’Italicum e’ vivo e lotta insieme a noi

La sostanza: checche’ se ne dica, e’ che l’Italicum non e’ stato sbriciolato. Non e’ morto.  La sentenza della Corte lo mantiene come legge esistente con cui si puo’ votare. Al punto che la Corte ha sentito il bisogno di scrivere, esplicitamente, che la legge uscita dalla sue sentenza e’ “immediatamente applicabile”. Cioe’: si puo’ votare con essa, cosi’ com’e’. Quindi non sono giustificate meline. Chi non vuole votare subito non ha l’alibi che occorre fare una nuova legge: la legge c’e’. Starei attento poi, a differenza di Speranza ed Enrico Letta a dire che la Corte, nel merito, ha dato ragione a loro, che sono stati contro l’Italicum. E’ una palese bugia. Sui tre punti qualificanti dell’Italicum e attaccati dalle opposizioni e dalla sinistra interna ed esterna al Pd – ballottaggio, capilista bloccati, premio di maggioranza- la Corte ha bocciato solo il primo, il ballottaggio. E non con l’argomento che e’ incostituzionale in se’. Ma con l’argomento che manca “una soglia minima per consentire l’accesso al ballottaggio”. Non mi pare davvero una sentenza distruttiva. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, la Corte sembrerebbe piu’ vicina ad una preoccupazione di Renzi che a quelle dei critici dell’Italicum interni al Pd: il problema della governabilita’. La decisione della Corte smentisce i fautori del proporzionalismo. Mantenendo il premio di maggioranza, i capilista bloccati e, persino, la legittimita’ di un ballottaggio corretto, la Corte fa intendere che la preoccupazione maggioritaria e’ del tutto legittima: una legge elettorale puramente proporzionale sarebbe un danno. Ecperfino contraria a precedenti sentenze della Corte. La Corte non legittima, dunque) chi vuole regredire ( Berlusconi e minoranza Pd) ai sistemi elettorali di 30 anni fa, al proporzionale. E fa capire che e’ sacrosanta la critica al sistema proporzionale: votare al buio ( non sapendo prima con chi ti allei dopo) e, soprattutto, votare e non sapere ( la sera del voto) chi ha vinto e chi ha perso. E con mani libere a tutti ( grandi e piccoli partiti) per creare maggioranze di governo che gli elettori non hanno scelto col voto. Il proporzionale puro sarebbe un danno e un’involuzione. E la Corte non smentisce questa convinzione. Semmai, percio’, e’ il proporzionale che esce demolito dalla sentenza. Stiano attenti quelli della minoranza Pd a fare salti di gioia. Sarebbero fuori luogo. L’Italicum ( e il maggioritario ) e’ ancora vivo e lotta insieme a noi.  

Se Renzi molla.. 

Un sondaggio de La Repubblica ( Ilvio Diamanti), quelli che hanno abbondantemente ospitato gli allarmi del No per la “deriva autoritaria” e l”uomo solo al comando” rileva che “otto italiani su dieci auspicano l’avvento di leader forti e risoluti”. E questo desiderio sarebbe ancora piu’ forte tra i giovani. Io, consentitemi, lo rilevo, ogni giorno, con i miei due figli: hanno votato si perche’ gli faceva paura la democrazia snervata, impersonale, debole e impalpabile del prof. Zagrebelsky. Esprimono stanchezza per i riti politicisti. E, soprattutto, a differenza di noi anziani, hanno una visione molto pratica della politica. Hanno la paura della disoccupazione, della mancanza di prospettive e vorrebbero una politica ( e dei leader) che appaiano, veramente, impegnati a costruire un paese meno preoccupante per il futuro ( prossimo) dei giovani. Hanno tra i venti e i trent’anni: davvero e’ difficile, credetemi, fargli credere che il pericolo sarebbe il “ritorno di Mussolini”. C’e’ il rischio opposto: se, come fanno Zagrebelsky e i suoi scolari di sinistra, lasciamo che si identifichi una democrazia forte, una leadership autorevole e un governo decisionista con il “ritorno del fascismo” o l’imputazione di autoritarismo, si rischia che i giovani arrivino a simpatizzare veramente con modelli autoritari. Certo e’ un po’ ridicolo che Grillo e Salvini, fiutando il vento, idealizzino come “uomo forte” Donal Trump. Che, anzi, rappresenta il pericolo opposto: quello di un presidente Usa che, se si ritira dal mondo ( come minaccia), ci rendera’ tutti piu’ deboli nel fronteggiare i problemi e i pericoli del mondo. Io credo che Renzi abbia troppo sbrigativamente archiviato la “sua” riforma. E che, troppo sbrigativamente, abbia ceduto alla campagna di chi lo accusa di essere stato “prepotente” e, soprattutto, di aver ipotizzato l’avvento di una leadership forte di governo. Ora arriveremo al paradosso: saranno i populisti, con buona pace di Zagrebelski e D’Alema, a prendere in mano la bandiera del “governo forte” e dell”uomo forte al comando”. Facendo una sonora pernacchia, ora che Renzi sembra mollare, alle paturnie di Zagrebelsky e soci sulla Costituzione “piu’ bella del mondo”. Purtroppo, passato il no alle riforme di Renzi” tornera’ alla ribalta la verita’: abbiamo la Costituzione “piu’ debole del mondo”. I giovani lo avvertono sulla propria pelle. E, dopo che i leader della sinistra eterna hanno zittito Renzi, l’autoritario, la prospettiva dell”uomo forte al comando e della democrazia decisionista” ce la sentiremo proporre da destra, da ciarlatani, comici, pagliacci o autentici fascisti. Ben ci sta! 

Il gambero

Non si puo’ pensare di fare una “cosa di sinistra” e chiamarla “nuovo centrosinistra”, come fanno  D’Alema e Bersani. La sconfitta di Renzi, com’era prevedibile, sta generando un regresso. E non ad epoche che precedono le primarie del 2013. Qui si torna a 25 anni fa: ai Ds e a quell’incarnazione, perdente e minoritaria della sinistra che il “progetto” del Pd doveva, a detta degli allora Ds, superare. Con la tesi che occorra “virare a sinistra” ( Bersani) si torna ad un modello che, allora ( Veltroni, D’Alema, Bersani e la Ditta) teorizzarono fosse quello inadatto a vincere le elezioni. Perche’ restringeva la base dei consensi ai Ds. E perche’ obbligava ( in regime di legge elettorale proporzionale) a governare, nel migliore dei casi, solo in governi di coalizione. I Ds suddetti ci spiegarono anche, allora, che occorreva, per questo,  fare riforme ( elettorali e istituzionali) in senso maggioritario. Si stanno rimangiando tutto. Qual’era, a detta degli allora autocritici dirigenti dei DS, il loro problema? Era, dicevano, il “problema della maggioranza”. Si sosteneva, infatti, che una forza solo di  sinistra, come i Ds, era inchiodata inesorabilmente ad avere un consenso elettorale ( tra il 26 e il 29% ) troppo basso e insufficiente per formare una maggioranza di governo. E perche’? Perche’ la ristretta identita’ di forza di sinistra era, ormai, inadeguata a raccogliere consensi piu’ vasti: nell’area degli elettori moderati. Dicevano allora,  i Ds e la Ditta,  che nelle democrazie parlamentari europee, con qualunque sistema elettorale, la sinistra deve raccogliere voti al centro. Senno’ perde. Avevano ragione, naturalmente. Non bastava, lo riconoscevano,  una formazione di sinistra e basta. Occorreva un’identita’ piu’ larga. Cosi’ nacque ( per Veltroni, D’Alema e la ditta) il tema di diventare, da formazione di sinistra, una formazione di centrosinistra. Per questo fecero l’Ulivo. E poi fecero il Pd: per passare da una sinistra minoritaria ad una in grado di vincere le elezioni. E per vincere occorreva espandersi al centro: da sinistra a centrosinistra. Lo dissero loro per primi. Renzi era ancora al liceo. E che significava “centrosinistra”? Una radicale trasformazione politica e programmatica: piu’ propositivi, piu’ competenti di governo, piu’ riformisti, piu’ innovatori, piu’ capaci di rappresentare interessi non ristretti ai tradizionali bacini della sinistra minoritaria. Non doveva essere questo il Pd di Veltroni, D’Alema e Bersani? L’Ulivo fu il primo tentativo di fare questo ” nuovo centrosinistra”. Falli’. Ora Bersani lo rimpiange. Ma si dimentica: primo, che l’Ulivo fu teorizzato come un allargamento al centro ( non solo come rassemblement di sinistra) ma non ci riusci’; secondo,  che l’Ulivo falli’ perche’ bloccato, lacerato e condizionato dal peso in esso della sinistra radicale ( Rifondazione Comunista) . Che condiziono’ negativamente l’azione di governo di Prodi, porto’ alle sconfitte in Parlamento, al blocco del programma e, infine, alle sconfitte elettorali. Insomma l’Ulivo perse perche’ resto’ una coalizione di “sinistra” e non di “centrosinistra”. Allora si ebbe il coraggio di riconoscerlo. E si arrivo’, infatti,  alla novita’strategica del Pd. Si teorizzo’ che il  Pd  dovesse innovare anche rispetto all’Ulivo, superare la logica delle coalizioni a sinistra, diventare piu’ autosufficiente ( vocazione maggioritaria), essere di per se’ un partito non piu’ di sinistra ma di centrosinistra. Questo era il senso della  fusione con settori di ex popolari della Dc e di formazioni laiche moderate e di centro. Questo nuovo partito “democratico” doveva rappresentare ( nei loro intenti)  la grande innovazione dalla vecchia sinistra minoritaria ad una in grado di vincere le elezioni. Tutte queste cose non erano idee di Renzi ( che era ancora al liceo) ma di Veltroni, D’Alema, Bersani e la vecchia Ditta. Furono loro, non Renzi, a farci questo racconto. Furono loro a parlare del Pd come  “nuovo centrosinistra” e non vecchia sinistra. E che, per essere tale, avrebbe dovuto allargarsi  a nuovi elettori: di centro e moderati. E, per farlo,  avrebbe dovuto assumere caratteri e profilo politico e programmatico ( da forza di sinistra a centrosinistra) in grado di attrarre consensi tra gli elettori moderati. Ora, come il gambero, si torna al passato, a prima del Pd. E si parla di una “virata a sinistra” (D’Alema e Bersani) del Pd. Ancora  nessun renziano trova il coraggio di reagire a questa regressione politica e culturale. Si torna a 25 anni fa e si teorizza l’opposto di allora: il Pd dovrebbe ripassare da centrosinistra a sinistra. Rimangiandosi 25 anni di discussioni e innovazioni. E il prossimo passo sarà’, ci scommetto, la tesi che il centrosinistra, in fondo, il Pd lo potrebbe fare con il “nuovo centro” ( cosi’ lo ha chiamato Bersani ): i Cinque Stelle. Auguri! 

D’Alema e Monti: dove siete? 

Come volevasi dimostrare. L’ agenzia internazionale di rating DBRS declassa il merito di credito dell’Italia. Ovviamente il governo deve, obbligatoriamente, minimizzare gli effetti. Se facesse il contrario amplificherebbe gli effetti negativi della cosa. Quali sono? Che il costo del denaro, per chi lo presta al pubblico, cioe’ le banche italiane salira’. Le banche italiane sono, di per se’, gia’ in turbolenza. Facile immaginare che il declassamento del rating aggiunge olio al fuoco. E facile immaginare le conseguenze per chi il denaro dalle banche devono prenderlo in prestito: imprese e cittadini: costera’ di piu’. Il problema e’: perche’ ci declassano? Sembrerebbe senza ragioni. Infatti l’economia italiana, Renzi aveva ragione, e’ in leggera crescita ( + 1 % ) del Pil, debole ma mai realizzata da anni a questa parte. E allora perche’ ci declassano? Per due ragioni: per l’instabilita’ politica prodotta dal No ( si vota? non si vota? quando si vota?) E’ oggettivo che chi ci presta i soldi sia preoccupato di quanto duri questa tiritera. L’altra ragione di preoccupazione dei prestatori e’ la prospettiva politica delle elezioni: possono vincere i 5 Stelle. E comunque una coalizione avversa all’Euro e alle “riforme”. E questo, giustamente, terrorizza chi ci deve prestare denao ( come chi deve fare investimenti o vendere beni ed opere al nostro paese). Perche’? Facile da capire. Chi presta al paese denaro dall’estero ( a cominciare dalla BCE ) o chi investe o vuole investire in Italia o chi pensa a noi, giustamente, anche come un mercato di sbocco dei suoi beni ragiona e fa i conti in Euro. Non ha altro modo per farlo. Ora che fareste voi, al posto di quelle persone, se qui puo’ andare al governo chi l’Euro lo vuole abolire o, anxhe solo, sottoporlo a referendum? Io aspetterei e mi terrei, intanto, i soldi stretti. Lo trovo ovvio. Come trovo ovvio che Europa, BCE, risparmiatori e investitori internazionali siano terrorizzati da un altro fatto: che la vittoria dei 5 Stelle ( o di coalizioni in cui pesino le posizioni di chi ha vinto il referendum) significhi il blocco delle riforme di Renzi. Direte: che gliene frega a loro delle riforme di Renzi? Stolti. Le riforme non sono un esercizio solo nazionale. Per cambiare il paese. Sono una drammatica esigenza dell’Europa, di chi ci presta il denaro, di chi vuole investire in Italia, della BCE a cui attingono i soldi le nostre banche. Se le condizioni di debolezza strutturale della nostra economia- debito pubblico, scarsa produttivita’, stagnante qualita’ della P.A., stato dei “tre grandi sistemi” (giustizia, scuola e Universita’, ricerca), rigidita’ del mercato del lavoro, freni burocratici e localistici agli investimenti, lentezza e lungaggini delle decisioni pubbliche, peso della tassazione- non si rimuovono con “riforme”, il denaro messo in Italia e’ un rischio. E chi lo presta deve considerarlo. E cautelarsi. Oggi, dopo il No, in Italia l’instabilita’ e’ cresciuta, i 5 Stelle possono vincere e le “riforme”, che Renzi aveva avviato, si cerca di cancellarle. Ovvio che l’agenzia di rating abbia fatto due piu’ due. E ci abbia declassato. Mi piacerebbe sentire l’opinione di D’Alema e Monti al proposito. Non avevano detto che il No sarebbe stato privo di conseguenze o addirittura benefico? 

Referendum: inutili e truffaldini

Ma e’ giusto spendere soldi pubblici e sprecare tempo della politica per celebrare referendum, palesemente, non solo inutili e solo ideologici, ma anche ingannevoli e truffaldini verso gli elettori? Con la riforma Boschi bocciata il referendum abrogativo veniva rivisto e reso piu’ serio. Ora siamo tornati alla ginnastica referendaria per usi solo ideologici e politici. La Cgil ai  due referendum residui, dopo il no della Corte a quello sull’articolo 18, non ci pensava proprio. A lei interessava solo colpire il Job Act e l’articolo 18. Perche’ tra  i tre referendum proposti, solo quello bocciato dalla Corte riguarda una riforma fatta da Renzi. E loro e’ contro le riforme Renzi che volevano il referendum. La Corte, pero’ ha smontato il giochetto: il quesito sull’articolo 18 e’ stato bocciato perche'” estensivo e propositivo”. Cioe’ non si limitava a ripristinare norme precedenti ma, in modo improprio e illecito ( con un trucco di taglio e cuci), estendeva le norme alle aziende oltre i 15 dipendenti. Un trucchetto pacchiano. E una figura di cacca. Di cui la Camusso dovrebbe rendere conto ai suoi iscritti e alla sua organizzazione, innanzitutto. Ora sono rimasti i due referendum “minori” della Cgil: vouchers e appalti. Nessuno dei due riguarda riforme di Renzi. Ma visto che sono rimasti , i leader della Cgil, pateticamente, ora fanno finta di dargli importanza. Sono, invece, palesemente inutili. E stavano li’ solo a far da cornice cosmetica al pezzo forte ( ora bocciato) della loro iniziativa: la modifica, con un trucco illecito, del Job Act ( articolo 18). Perche’ inutili? Perche’ in entrambi i referendum la Cgil ci propone  di cancellare norme che loro stessi sanno che andrebbero poi rapidamente riscritte e rapprovate. Pena il caos. E pena, addirittura, il peggioramento netto delle condizioni per i lavoratori interessati dalle norme, eventualmente,  cancellate dai referendum. Loro stessi dicono, ad esempio, che i vouchers non andrebbero del tutto eliminati ma solo “regolati e limitati”. Altrimenti la cancellazione dei vouchers significherebbe solo il ripristino del lavoro nero. Ergo: dopo il referendum sui vouchers occorrerebbe riapprovare i vouchers. Ci vedete una logica? Non e’ meglio, eventualmente (come propone il governo) correggere in Parlamento? Analogamente sugli appalti. E’ un referendum truffaldino e bugiardo. Si fa credere che ci si propone, col referendum, di introdurre la “responsabilita’ solidale”, in caso di conflitti di lavoro, dell’azienda madre (chi appalta il lavoro) sull’azienda figlia ( sub-appaltatore ). Bugia. La “responsabilita’ solidale” c’e’ gia’ nelle leggi. Le norme che la Cgil vuole cancellare sono norme che regolano la “responsabilita’ solidale”. E che vennero introdotte ( non da Renzi ma da Monti) per rimuovere un caos, nelle cause di lavoro nelle aziende sub-appaltatrici, che bloccavano i lavori, danneggiavano i lavoratori dei sub-appalti e rendevano, nei fatti, inapplicabile la ” responsabilita’ solidale”. Oggi, in piu’ si sono anche aggiunti ( a regolare il subappalto nel settore pubblico)  il nuovo Codice  degli Appalti e il controllo dell’Anac.C’e’ da modificare qualcosa? Si faccia in Parlamento. Che senso ha cancellare norme che ricreano il caos e quindi andrebbero subito riscritte? Insondabile inviluppo mentale dei dirigenti Cgil. E alla sinistra Pd andrebbe chiesto: ambedue i referendum ( vouchers e appalti) riguardano norme del governo Monti. Non di Renzi. In quel governo la minoranza Pd contava. Eccome. Ora se ne dimentica per seguire la Camusso. Non sarebbe corretto difendere le cose fatte?  Anche contro i cervellotici argomenti della Cgil? Ma, si sa, la coerenza dei suoi comportamenti parlamentari non appartiene alla sinistra del Pd. 

Tempo perso dei populisti 

Si dice che in condizioni di moneta unica (Euro) le politiche interne di stimolo sono impedite dal vincolo esterno dell’Euro. E che i nostri limiti ( bassa crescita e alta disoccupazione ) dipendono dall’esistenza dell’Euro e dalle politiche di austerita’ volte a tenerlo stabile. Balla colossale. Questa favola populista e’ deleteria. Dirige l’opinione pubblica verso un falso bersaglio, l’Euro. I populisti non spiegano perche’, nonostante il valore dell’Euro sia uguale per tutti, noi in Europa cresciamo meno di tutti gli altri. Perche’? Perche’ da noi pesano i fattori interni di freno alla crescita: livello di tassazione, produttivita’ dei servizi, arretratezza del mercato del lavoro, elevata spesa pubblica improduttiva, alto debito, dinamica dei redditi ( da salario ) che penalizza i consumi ecc. Questi fattori potenti di freno non li ha creati l’Euro. In parte preesistevano all’ Euro, in parte li abbiamo lasciati aggravare negli ultimi vent’anni. Per ignavia dei governi e assenze di riforme. L’Euro c’entra poco. Anzi: al contrario di quel che dicono i populisti l’ Euro consente un contesto di stabilita’ e disciplina monetaria e bassi tassi di interesse che governi efficaci dovrebbero utilizzare per stimolare politiche di crescita. Invece concediamo plausibilita’ e dignita’ politica ai cretini argomenti antieuro dei 5 Stelle, dell’estrema destra e di certa sinistra fumata dal populismo. Non ci si rende conto che il solo paventare le minacce dei populisti: referendum sull’euro, adozione di altra moneta ecc procura danni economici: fuga degli investitori ( i capitali si spostano con un clic), terrore dei risparmiatori ( come se non avessero gia’ problemi per la malefatte di certe banche) ecc. Un dibattito politico serio e maturo dovrebbe fare della difesa dell’Euro, un parametro serio del giudizio sulla plausibilita’ di governo di certe forze politiche. Invece, in Italia c’e’, nella tradizionale destra e sinistra, chi vezzeggia i Cinque stelle o gli estremisti alla Salvini. Qualcuno, a sinistra, e’ arrivato a definire Grillo il ” nuovo centro”. Per carita’. Il vero dilemma economico italiano non e’ l’Euro. Il dilemma, invece, e’: continueranno o si fermano le riforme, avviate dal governo Renzi? Solo questo dovrebbe interessare per la nostra economia. Temo che il pericolo di rientrare in una condizione di bonaccia paralizzante per l’economia sia forte: il governo Gentiloni si intende di decantazione ed e’ debole. Poi si votera’. E con un sistema elettorale ( proporzionale) che presuppone governi deboli e di coabitazione. E il dibattito economico e’ occupato da problemi inconsistenti, secondari, inutili ai fini della crescita: i referendum della Cgil. Dovremmo stare oggi, come Paese, ad occuparci di tuttaltro. 

Il terrorismo e il governo

Amarezza. Quanto pesa in questo paese il politically correct? Arriviamo con grande ritardo a soluzioni razionali solo perche’ offuscati dagli ideologismi e dalla retorica del politically correct. Finalmente il governo ha annunciato due misure nella lotta al terrorismo dell’Isis: intensificare le espulsioni dei sospetti ( il ministro Orlando ha annunciato procure speciali territoriali) per intensificarle; portare la guerra agli scafisti, direttamente, sulle coste libiche. Ne ha parlato, in questo caso, il ministro Pinotti.  Ci si poteva arrivare prima. E’ caduta la retorica dell’sccoglienza senza se e senza ma. Forse nemmeno il Papa la sostiene piu’. Non poteva reggere se non accompagnata a una politica di controlli, indagini ed espulsioni. Ma quanti mesi abbiamo impiegato per arrivare a tali ovvieta’? E sempre per la caparbia retorica e i deliri di certi settori politici: il pessimo governatore della Toscana, quello che pensa a fare il segretario del Pd mentre deve governare, sembra una provocazione, se n’e’ uscito con la sconcertante proposta di dare subito la cittadinanza a tutti i migranti. Proposta indecente. E fatta solo per accalappiare i consensi della sinistra ideologica ai fini del congresso Pd. Delirio. Per mesi ci siamo cullati nell’anomalia italiana: non ci colpiscono perche’ siamo i piu’ bravi, i piu’ intelligenti, i piu’ furbi. E per qualcuno anche perche’ siamo i piu’ accoglienti. Balle. Ora ci tocca sentire il capo della Polizia che con grande sincerita’ ci mette in guardia: il 2017 potrebbe essere l’anno del nostro turno. Minniti e’ l’unica piacevole novita’ del governo Gentiloni. Sta portando un piglio nuovo nella lotta al terrorismo. E preferisce i fatti alla predicazione e al propagandismo autocelebrativo dei precedenti ministri. Bene. Ma c’e’ un’amara constatazione politica: dovremo affrontare il 2017 ( anno in cui potremmo avere emergenze sul fronte della sicurezza e del terrorismo) con un governo debole, sottoposto al continuo ricatto della data delle elezioni, con la politica distratta dai calcoli sulla legge elettorale, con le forze politiche divise da una lunga e permanente campagna elettorale. A che e’ servito, presidente Mattarella non votare a gennaio, per poi dedicarsi all’essenziale? 

Difendiamo il modello liberista: da Trump e dalla sinistra

Ora la sinistra no global, populista, antiliberista, autarchica, modello Syriza, ha un campione: Donal Trump. Non ridete. Da anni la sinistra-sinistra ( che, specie in Italia, ha culturalmente fagocitato la vecchia sinistra, ufficiale e di governo, ) era alla ricerca di un modello che mettesse in pratica le sue velleitarie ricette. Ora sta avvenendo una rivoluzione: le ricette finora agitate dalla sinistra-sinistra si avviano ad eSsere messe in pratica nel paese piu’ capitalista e liberista del mondo: gli Stati Uniti. L’unica “piccola” differenza e’ che, a metterle in pratica, sara’ un Presidente di destra, anzi, il piu” a destra di tutti. Trump ha annunciato la revisione del principale dogma liberista: i trattati di libero scambio. Era la bandiera dei no-global. Ora diventa la rivoluzione di politica economica del Presidente campione della destra. Sara’ lo strumento volto a picconare il principale vantaggio e la grande conquista della globalizzazione: la crescita competitiva di gran parte dei paesi ex poveri. Quello che ha portato alla riduzione di oltre due terzi della poverta’ nel mondo e all’emersione del gigante economico cinese e delle tigri asiatiche. E che ha ridisegnato la geografia della ricchezza e della sfida industriale mondiale. Facendo dell’ Asia, da antico continente di sottosviluppo, un motore ( forse il motore) degli scambi e dello sviluppo. Il liberismo e la globalizzazione sono state la piu’ potente molla di riscatto e modernizzazione dalla secolare dipendenza, sottosviluppo e miseria del vecchio “terzo mondo”. Laddove falli’ la promessa di riscatto del modello dirigista, autarchico e statalista del comunismo (che porto’ ad un aumento drammatica della miseria e della poverta’) e’ riuscito il modello liberista che, in vent’anni, ha cambiato il mondo: ridotta ad un terzo la poverta’; trasformati vecchi paesi e continenti poveri in giganti economici; ridisegnato la geografia della ricchezza. La Cina, ex pilastro comunista, e’ ora- paradosso della storia- il paese modello del globalismo liberista contro cui si orientano le politiche neo-autarchche di Trump. Che vuole combattere la Cina liberista ( ma non ancora liberale ) con gli strumenti, per anni agognati, dalla sinistra no-global e, recentemente, dai giovanotti di Syriza: guerra alle delocalizzazioni; autarchia economica, un elevato tasso di isolazionismo, piu’ tasse sui grandi gruppi multinazionali, ritorno alla supremazia della moneta nazionale, guerra ai trattati internazionali. Il “mostro” minaccioso che la Cina rappresenta per Trump e’ rappresentato dall’Euro e dall’Europa nella narrazione impaurita della sinistra-sinistra europea. Ma le ricette sono le stesse. Trump e’ oggi il capofila del populismo antiliberista mondiale. A cui si e’ iscritta una gran parte della sinistra. Quello che era promesso nelle ricette no-global e della sinistra-sinistra europea e’ ora la bandiera di Trump. E’ un curioso risultato. Ma non esageriamo: anche se guidata da Trump, campione della destra, il modello antiliberista resta una velleita’. Com’era impossibile e inapplicabile la politica delle sinistre estreme alla Syriza o alla Podemos, sra’ inapplicabile e velleitaria la versione di Trump dell’antiliberismo e del populismo. Si vedra’ che l’ubriacatura antiliberista colpisce gli stessi interessi dell’industria e del capitalismo Usa. E Trump non potra’ andare oltre qualche provvedimento simbolico. La liberta’ di mercato, il libero scambio, la globalizzazione, la riduzione del tasso di dirigismo e statalismo in economia, in una parola, il liberismo sono una realta’ e il volto della modernita’ da cui non si potra’ piu’ prescindere. Se non si intende tornare alla miseria e alla poverta’ di due terzi dell’umanita’.